Il Teatro alla Scala chiude una stagione dalla vocazione europea

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Eseguita una sola volta in Italia, “Elena egizia” di Richard Strauss su libretto di Hugo von Hofmannsthal rappresenta una vera rarità da riscoprire

19 Novembre 2019 | di | Cultura - Musica

Fra le riscritture mitiche architettate da Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal, Die ägyptische Helena è certo la più folle e pirotecnica; un eclettismo spinto che ha contribuito alla scarsa popolarità del titolo, fra i meno rappresentati nel folto catalogo del compositore monacense. Merito del Teatro alla Scala, sempre attento a confezionare una programmazione dal respiro europeo, averla proposta.

Un breve sunto della vicenda può essere d’aiuto: ad apertura di sipario la maga Aithra scatena una tempesta per impedire che Menelas uccida Helena, rea di averlo tradito con Paris. La sua furia omicida viene placata da un filtro che confonde la memoria, facendogli credere di aver amato un fantasma, mentre la vera Helena giaceva assopita in un magico sonno esente dal decadimento dell’età.  Nel secondo atto le cose si complicano ulteriormente. Irrompono i guerrieri del deserto, attratti dalla leggendaria bellezza di Helena. Alla fine Menelas, recuperata la memoria, rinuncia alla vendetta per abbracciare il perdono. La coppia riunita si appresta a regnare sul trono di Sparta.

Se, nel confezionare l’intricato libretto, von Hofmannsthal si è riferito al IV canto dell’Odissea e alla versione del mito offerta da Euripide, un modello occulto è certo quello shakespeariano. Il microcosmo dell’isola dove regna la maga Aithra, la procella da questa evocata, il naufragio, gli incantesimi di cui dispone e le figure favolistiche che la circondano rimandano a The tempest, estremo testamento del bardo di Stratford-upon-Avon. Ma c’è di più: la peculiare mescolanza di realtà e sogno, la fantasmagoria sfrenata, il gioco sottile fra realtà e apparenza richiamano i temi portanti del teatro shakespeariano. L’ombra di Wagner appare nel continuo ricorrere a filtri magici che confondono la memoria. La passività di Menelas ricorda quella di Siegfried nel Götterdämmerung, con l’unica differenza che il balenare del ricordo non conduce a un finale tragico, ma è viatico per il felice scioglimento della vicenda.

Una disarmonia di fondo innerva la drammaturgia di Die ägyptische Helena; il contrasto fra la rilettura del mito in forma di commedia, come era stato già nell’Ariadne, e la veste musicale predisposta dal compositore, sovente all’insegna della magniloquenza e dell’eroismo più spinto. Il dissidio fra mitologia e quotidianità non è stato mai tanto problematico.

Di tale contraddizione il regista Sven-Erich Bechtolf è perfettamente consapevole. Per questo pone al centro della scena un’immensa radio (le scenografie sono di Julian Crouch) che richiama gli anni Venti, epoca della prima esecuzione. L’oggetto quotidiano funge da schermo per proiezioni marine e guerresche quando è chiuso. Una volta aperto, diviene scrigno del meraviglioso, wunderkammer dell’immaginazione. Molto belli i costumi di Mark Bouman, armoniosi nel loro connubio fra realtà storica e declinazione fantastica.

Splendida la direzione di Franz Welser-Möst per sensibilità coloristica, eleganza delle arcate sinfoniche e afflato drammatico. Ricarda Merbeth è una Helena granitica, dalla voce abbondante e gloriosa, nella migliore tradizione del canto wagneriano. Se qualcosa le manca è un pizzico di sensualità in più, essenziale per rendere il fascino mutevole della protagonista. Le sta accanto il Menelas altrettanto robusto di Andreas Schager, sicuro al centro e in alto, se si eccettua qualche suono fisso quasi inevitabile in questa massacrante scrittura. Nei rari squarci lirici avrebbe bisogno di fraseggiare con più morbidezza, ma è un dettaglio che non inficia una prova maiuscola.  Complesso il ruolo della maga Aithra, vera cerniera fra la commedia e il mito, risolto in maniera eccellente da Eva Mei. Thomas Hampson (Altair) mostra una certa usura vocale, ma resta un cantante di gran classe. Bravo Attilio Glaser nel breve ruolo di Da-ud, così come Tajda Jovanovič (prima ancella) e Claudia Huckle (la conchiglia onniscente). Curate tutte le parti secondarie.

Teatro gremito nei palchi e nel loggione, con alcuni vuoti in platea. Un peccato, perché un titolo che ha avuto nel nostro paese una sola messa in scena precedente l’allestimento scaligero avrebbe meritato attenzione maggiore.

Riccardo Cenci

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Immagini © Marco Brescia & Rudy Amisano

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