Intervista a Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente dell’Europarlamento

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L’esponente del Movimento 5 Stelle ha ricevuto a Roma la tessera onoraria dell’Associazione europea dei giovani (AEG). Ecco le sue proposte

11 Febbraio 2019 | di | Europa - Giovani

Fabio Massimo Castaldo, giovane parlamentare europeo per il Movimento 5 Stelle nella legislatura 2014-2019 è stato eletto vicepresidente dell’Eurocamera il 15 novembre 2017. Come tutti gli eletti del M5S fa parte del Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia diretta. Nato a Roma il 18 settembre 1985 ha conseguito una doppia laurea con lode in Giurisprudenza presso le Università di Roma-Tor Vergata e di Paris-Est Créteil.

 

Onorevole Castaldo, lei è vicepresidente del Parlamento europeo ed esponente del Movimento 5 Stelle, nonchè uno dei principali riferimenti di quest’ultimo a Bruxelles. Come lei sa, le prossime elezioni europee saranno particolarmete importanti per il futuro dell’Unione, visto che contrapporranno unfronte sovranistaa uno che si definisce più classicamenteeuropeista”. Che idea ha lei, nella sua doppia veste istituzionale e politica, di questo scontro in atto e dei possibili risultati di  questa tornata elettorale?

«Innanzitutto grazie per la domanda e per l’occasione di questo confronto. Venendo al punto della questione sollevata io credo che le differenze tra questi due fronti siano riconducibili soprattutto a uno scontro idelogico, che ha sempre contraddistinto la storia delle istituzioni europee: da una parte i sostenitori del sistema intergovernativo che affida la responsabilità agli Stati, dall’altra i comunitari o allo spettro estremo i federalisti, che vorrebbero affidare maggiori responsabilità alle istituzioni europee, come Commissione e Consiglio. A questa prima distinzione si deve tuttavia affiancare una seconda, perchè come è evidente oltre alle differenze politiche all’interno del Parlamento ci sono quelle nazionali, in cui ognuno tenta di fare il proprio interesse. I due piani non marciano purtroppo sempre in parallelo. Le faccio due esempi: uno è quello della Germania sull’unione bancaria e il secondo è quello dei progetti francesi di rilancio delle istituzioni comuni. La Germania è considerato un Paese super europeista, eppure su molti dossier non applica le regole europee per difendere i propri interessi nazionali. È il caso del regolamento sull’unione bancaria, ancora incompleto per l’esposizione finanziaria delle banche di quel Paese, che si sta tentando di coprire. Prendiamo ora il discorso alla Sorbona di Macron, nel corso del quale il presidente francese ha rilanciato il progetto di integrazione europea, abbozzando anche una futura road map istituzionale. Come si coniuga questo nobile intento con il Trattato di Aquisgrana, in cui la Francia promette alla Germania un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e in cui annuncia una serie di progetti bilaterali? Mi sembra che ci sia una certa incoerenza. Ecco, il problema dell’Unione europea non è la Commissione o il Parlamento, ma il Consiglio europeo, espressione dell’egoismo degli Stati nazionali, nella doppia frattura che si è venuta a creare tra Nord e Sud ed Est e Ovest».

Parlando sempre di Europa, nelle ultime settimane c’è stata una grande attenzione dedicata dal Parlamento europeo alla questione venuezuelana, che verte intorno al riconoscimento o meno dell’autoproclamato leader dell’opposizione Guaidò a presidente delle Repubblica. L’impressione è che su questa e altre questioni internazionali l’Italia e il Movimento 5 Stelle siano un poco isolati.

«Vorrei però su questo precisare che il Movimento non è per lo status quo. Noi non abbiamo nulla a che spartire con le dittature. Prenda per esempio la Libia: noi eravamo agli albori del nostro movimento ma già tra coloro che si opponevano all’intervento perchè avrebbe aperto un vaso di pandora. Alla fine il governo scelse di cedere alle pressioni francesi e inglesi, dopo molti tentennamenti. Essere contro la guerra in Libia voleva dire essere per Gheddafi? Ovviamente no, vuol dire solo che si vuole evitare di combattere un male creandone uno ancora più grande. Sul Venezuela il Movimento 5 Stelle chiede elezioni al più presto, ma nel far questo supporta la mediazione degli Stati Sud Americani (mediazione guidata da Cile e Messico, n.d.r.). L’Unione europea deve esercitare qui il suo soft power e farsi mediatore affidabile, senza andare dietro allo spirito bellicoso di alcuni Paesi o a interessi terzi. Si deve considerare che per i Paesi del Centro e Sud America la mediazione europea in una crisi di questo genere è di gran lunga preferibile a quella statunitense. Noi non siamo per Maduro, ma sottolineamo le incoerenze di questo interventismo. Adesso per esempio c’è in Burundi un genocidio strisciante: dov’è il clamore internazionale intorno a questa vicenda? Forse non ce n’è alcuno perchè il Venezuela è uno dei maggiori esportatori di petrolio del mondo, mentre il Burundi è un Paese non altrettanto strategico?».

Lei si è interessato e si interessa molto di Esteri e Difesa al Parlamento europeo, quindi la ringrazio particolarmente per questo punto di vista. A questo proposito, lei prima aveva citato il Trattato di Aquisgrana che, oltre a un ragionamento comune di Francia e Germania sulle Nazioni Unite, ha portato al centro dell’attenzione il futuro della Difesa europea. Il Movimento 5 Stelle si è contraddistinto negli anni per delle posizioni controverse sul tema Difesa, a partire dalla questione F35. Ora che è stato creato un Fondo europeo per la Difesa, qual è la posizione del Movimento su questo nuovo strumento comune?

«Il Fondo europeo per la Difesa è un’iniziativa che ho seguito fin dall’inizio nelle competenti commissioni del Parlamento europeo e ha lo scopo di aumentare, sul lungo periodo, la competività delle imprese europee della Difesa, un settore – come è noto – tendenzialmente chiuso vista la sua natura con pochi acquirenti e pochi fornitori. Se questi sono gli scopi, in generale condivisibili, ho potuto constatare le incoerenze dei Paesi “europeisti” rispetto a quanto promesso e sostenuto in sede parlamentare: un esempio su tutti, il fatto che i requisiti minimi stabiliti prevedessero di poter presentare un progetto con due soli Stati europei, mentre di solito strumenti simili ne prevedono un minimo di tre, per essere più inclusivi. Ad ogni modo le negoziazioni sul Fondo, di cui sono relatore ombra, sono ancora in corso: il mio impegno ha permesso di raccogliere consenso attorno ad alcune posizioni che il Movimento 5 Stelle ha portato in sede europea, quali trasparenza ed etica. Mi riferisco, in concreto, all’abolizione delle assegnazioni dirette (senza “call”) dei futuri progetti o a una normativa più stringente sulle armi autonome, soprattutto in materia di droni. Un paziente lavoro con diverse delegazioni ha permesso di inserire questi emendamenti del Movimento nel testo finale del Fondo europeo per la Difesa, votato dalla plenaria di Strasburgo nel dicembre 2018. Venendo invece al nuovo meccanismo della Pesco (cooperazione strutturata permanente, meccanismo che permette di sviluppare progetti europei anche senza l’unanimità di tutti gli Stati membri, ndr), questa è un’altra iniziativa che ho seguito fin dall’inizio e che ora è in fase di sviluppo, anche se non è il Parlamento a seguirne l’evoluzione. Quello che in futuro non vorrei (si potrebbe parlare del Fondo per la Difesa e per la Pesco, ma anche per altre iniziative) è che questi diventino stumenti bilaterali, seppur presentati come europei. La vera dimensione dei progetti industriali sulla Difesa europea deve essere inclusiva e aperta, e non servire a finanziare con fondi di tutti i Paesi iniziative e progetti bilaterali».

Le elezioni europee si avvicinano e secondo molti commentatori un buon risultato della Lega o del Movimento 5 Stelle potrebbe rimettere in discussione la tenuta del governo. Cosa pensa che accadrà?

«Purtroppo le elezioni europee sono sempre viste come un appuntamento politico nazionale più che realmente europeo, e non solo in Italia. Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle il risultato di questa tornata elettorale non influenzerà il suo comportamento e non cambierà i patti che esso ha sottoscritto. Noi abbiamo un modus operandi chiaro, basato su un contratto programmatico e non su alleanze estemporanee. Qui non c’è in gioco, dal mio punto di vista, solo un’alleanza tra due forze di governo, ossia noi e la Lega, ma la stessa credibilità della politica. Come è noto però le cose in questo mondo cambiano velocemente e dobbiamo essere pronti a ogni tipo di eventualità. Quel che io credo è che si debba, per una volta, pensare in termini più grandi. Il mio auspicio è che le prossime elezioni europee possano essere l’occasione di sciogliere alcuni nodi irrisolti, come quello dei paradisi fiscali all’interno dell’Unione europea, e di vedere finalmente insediata una Commissione che abbia un programma ambizioso e coerente con le nostre idee».

Per raggiungere questo scopo crede che sarebbe percorribile anche un’ipotesi di collaborazione con i gilet gialli, se questi dovessero decidere di candidarsi in Francia?

«I gilet gialli attualmente in realtà sono soprattutto un movimento di protesta, nato da una politica che non ha saputo dare risultati e che ha infranto diverse promesse nel corso degli anni. Al loro interno convivono tante anime e non sappiamo ancora dove andranno o quello che faranno. Noi chiaramente siamo contro ogni tipo di violenza e crediamo che ogni manifestazione di dissenso, per quanto legittima, debba sempre essere rispettosa. Le nostre manifestazioni ne sono un esempio; le posso testimoniare che i nostri attivisti hanno sempre lasciato i posti dove sono stati più puliti di come erano prima. Noi abbiamo incontrato i gilet gialli al Parlamento europeo perchè loro erano incuriositi dal nostro modo innovativo di fare politica. Quello che abbiamo detto loro è: decidete cosa fare del vostro futuro e se presentarvi o meno, chiarite le idee al vostro interno e poi potremo parlare. Noi costruiamo le alleanze sui programmi e al momento non c’è un vero e proprio programma coerente che li rappresenta, soprattutto sui temi europei. Decideranno quindi loro se costituirsi parte politica in Francia e che linea adottare. Noi non possiamo o vogliamo interferire, ma valuteremo nel merito quando sarà il momento».

 

Federico Castiglioni

Foto © AEG

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