Se la Russia si appresta ad uno scontro generazionale

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I padri con Putin, i figli contro: anche la Russia finirà per vivere i conflitti che l’Occidente ha già vissuto. E sarebbe innaturale se ciò non avvenisse.

20 marzo 2018 | di | Attualità - in evidenza

Gli elettori russi hanno scelto la continuità: Vladimir Putin resterà ancora in sella. Tutto come previsto: nessuno dei candidati che ha corso contro di lui per la carica di Presidente della Federazione Russa aveva la forza politica tale da insidiarlo. E se pure Aleksej Navalnyj fosse stato ammesso alla competizione elettorale (da cui è stato escluso per una precedente condanna) non avrebbe creato particolari preoccupazioni, poichè il blogger anti-corruzione in termini elettorali è ben poca cosa. Colui che in Occidente è ritenuto un po’ forzatamente il principale oppositore di Putin è in realtà una figura che elettoralmente è poca cosa, un “anti-sistema” noto più per le sue plateali denunce in diretta social che per il suo progetto politico (sempre che ne abbia uno): un personaggio che, come tutti quelli che in ogni parte del mondo dichiarano guerra al Sistema, inevitabilmente finisce per conquistare i più giovani, che per natura sono sempre affascinati da chi vuol eliminare tutto il marcio esistente e costruire un mondo bello e colorato. E Navalnyj si sarebbe fermato al voto dei giovani russi, di quelli che per la prima volta si affacciavano al voto e che sono stati forse gli inconsapevoli protagonisti di una noiosa campagna elettorale: già, perchè a votare stavolta c’era anche la Generazione P, ovvero quelle ragazze e quei ragazzi che vedevano la luce proprio mentre Vladimir Vladimirovic Putin iniziava la sua inarrestabile ascesa alle torri del Cremlino.

La Generazione P è nata mentre affondava il sommergibile Kursk, ha vissuto un’infanzia caratterizzata dalle stragi terroristiche della Dubrovka e di Beslan, ma è poi cresciuta in una Russia che lentamente, ma in modo deciso, si lasciava alle spalle quella in cui era cresciuta la prima generazione post-sovietica, emblema di un disastro politico ed economico che aveva avuto come vittime principali proprio l’infanzia e l’adolescenza. I millennials russi sono figli di un ceto medio che, a partire dagli anni Duemila, per la prima volta entrava sulla scena sociale di un Paese che il ceto medio non l’aveva mai avuto, e con il passare degli anni si sono sempre più omologati ai loro coetanei occidentali: internet, smartphone e profili social (anche se qui molti sono registrati a VK, l’equivalente russo di Facebook), con i quali hanno appreso, come accade ormai in Occidente, i primi rudimenti di politica.

Dai propri nonni la Generazione P ha ascoltato racconti sull’URSS di Brezhnev e sulla gerontocrazia che dagli spalti del Mausoleo di Lenin ogni 7 novembre e il 1° Maggio salutava l’Armata Rossa che sfilava sulla Piazza Rossa. Dai propri padri ha appreso delle speranze di cambiamento nate intorno alla perestroijka di Gorbaciov e appassite in breve per lasciare spazio ad uno sciagurato decennio fatto di riforme economiche sballate e di privatizzazioni truffaldine, culminato il 31 dicembre 1999 con le dimissioni di Boris Eltsin a favore di Vladimir Putin. La Generazione P non ha conosciuto altro che lui. Ma diversamente dai giovani gorbacioviani e da quelli eltsiniani, i ragazzi nati durante il regno di Putin hanno acquisito consapevolezza di essere qualcosa. Un qualcosa di non ben definito, ma comunque di essere un soggetto a cui il Potere dovrà prima o poi relazionarsi. In tutti i processi di pseudo-cambiamento nei quindici anni che vanno dall’elezione di Gorbaciov alle dimissioni di Eltsin, i giovani sono stati pressochè assenti. Perché esclusi, ma anche perchè delusi, quindi disinteressati a ciò che accedeva intorno. La Generazione P pare invece intenzionata a voler dire la propria e ciò è qualcosa che sta nello sviluppo stesso di ogni società: la contestazione giovanile è una novità per la Russia, non per l’Occidente, dove i giovani che non avevano conosciuto la guerra contestavano il sistema di potere che aveva rimesso in piedi l’Europa postbellica e i propri padri che votavano per quel sistema.

Oggi in Russia la Generazione P contesta il Potere e i propri padri che scelgono Putin, quei padri che all’ammainare delle bandiere rosse nel 1991 si videro promettere un Paese dei Balocchi da Eltsin e dai suoi oligarchi, per poi risvegliarsi tramutati in somari. Pur magari lamentandosi del governo, i genitori della Generazione P hanno in loro il pragmatismo di chi da giovane ha provato l’ebbrezza del salto nel buio e poi si è ritrovato con le ossa rotte. E la Russia, a causa proprio del crollo demografico di quegli anni disastrosi, è un Paese formato oggi da persone non più giovanissime, che hanno patito non poco per i cambiamenti-shock, sui quali nemmeno furono interpellati. Quindi oggi scelgono la continuità. Anche se per loro non è il massimo, preferiscono il certo all’incerto. Per questo non deve stupire il gradimento per Putin, che con tutti i suoi limiti e i suoi difetti è visto comunque come garanzia di stabilità dall’elettorato che ha superato i quaranta, memore del medioevo di povertà, umiliazioni e degrado politico e (soprattutto) sociale che caratterizzò la Russia per tutti gli anni Novanta.

Per la legge, quello che inizia sarà l’ultimo mandato presidenziale per Putin ed è difficile ipotizzare una modifica costituzionale che gli consenta di presentarsi nuovamente nel 2024, come pure è decisamente impensabile una sua candidatura nel 2030 (alla veneranda età di 78 anni!). Il presidente russo lavorerà invece alla propria successione, senza commette l’errore di Leonid Brezhnev, incapace nei suoi quasi vent’anni di potere di plasmare una nuova leva di dirigenti politici a cui lasciare in eredità l’URSS (i suoi successori furono gli ultrasettantenni Andropov e Cernenko, circondati da dinosauri come Suslov e Gromyko). Dovremo attenderci perciò l’emergere nei prossimi sei anni di un delfino a cui cederà lo scettro, ed è molto probabile che questi sarà una figura anagraficamente vicina alla Generazione P. Con queste caratteristiche di uomini più vicini al presidente al momento non ce ne sono tanti. Uno potrebbe essere il premier Dmitrj Medvedev, 53 anni, che ha già ricoperto la carica di presidente tra il 2004 e il 2008. Se dovesse essere riconfermato Primo Ministro potrebbe essere un’investitura semi-ufficiale, ma i rumors da Mosca parlano di una sua possibile sostituzione, il che equivarrebbe a una bocciatura. L’outsider potrebbe invece essere l’attuale Capo dell’Amministrazione presidenziale Anton Vajno (foto a destra), 45enne diplomatico in carriera, che a sorpresa nel 2016 Putin volle al suo fianco al posto dell’influente Sergej Ivanov, fino ad allora ritenuto il più papabile tra i successori. Il suo attuale incarico, che lo pone molto vicino alla stanza dei bottoni, ne fa un possibile delfino: una conferma a capo dello staff del Presidente o anche una promozione ad incarichi governativi nei prossimi sei anni potrebbe equivalere ad una sorta di investitura.

 

Alessandro Ronga
Foto © Wikicommons/Kremlin.ru

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