L’Ucraina elegge il sesto presidente dall’indipendenza del 1991

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Nulla sembra ancora essere deciso su chi guiderà il Paese per i prossimi cinque anni. Ballottaggio tra l’uscente Petro Poroshenko e il comico Volodymyr Zelensky

3 Aprile 2019 | di | Europa - in evidenza - Politica

Volodymyr Zelensky vince il primo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina con oltre il 30% dei voti, seguito dal presidente in carica Petro Poroshenko con il 16%, i due si affronteranno al ballottaggio previsto per il 21 aprile. Fuori dalla corsa presidenziale invece Yulia Tymoshenko.

Zelensky, appoggiato dall’oligarca Kolomoisky, è un attore e comico di grande successo e ha interpretato il presidente dell’Ucraina nella famosa serie tvServo del Popolo”. Rappresenta la novità assoluta sulla scena elettorale, è accusato di non avere esperienza politica né un piano di governo, ma nonostante ciò rimane tra i favoriti. Zelensky dichiara quasi apertamente di non avere un programma politico, comunemente inteso, ma solo valori in cui crede e che è disposto a mettere in pratica come futuro presidente. Anche la sua campagna elettorale è stata insolita, e, anziché tenere comizi, ha organizzato concerti per il Paese e comunicato con i suoi elettori prevalentemente online.

La storia recente mostra che l’Ucraina è un Paese capace di importanti movimenti rivoluzionari a partire dal novembre 2004, quando, all’indomani delle elezioni la piazza, nella così detta rivoluzione arancione, denunciò i brogli del candidato vittorioso Viktor Janukovyč. La corte suprema ucraina annullò le elezioni che vennero ripetute e videro la vittoria finale di Viktor Juščenko. Dal 2006 al 2012 si è assistito alla crescita esponenziale di un sistema economico oligarchico e a un largo uso dell’acquisto di voti in Parlamento per appoggiare privatizzazioni selvagge e la svendita di beni statali. I governi che si sono avvicendati in questo periodo si sono rivolti a fasi alterne verso l’Ovest e l’Unione europea o verso l’Est e la Federazione russa. Nel 2010 Viktor Janukovyč viene eletto presidente e del suo mandato si ricorda inizialmente l’arresto dell’ex primo ministro Yulia Timoshenko e la condanna a sette anni di reclusione per appropriazione indebita e abuso di potere in seguito a un contratto di acquisto di gas russo dalla Gazprom siglato anche con i favori del presidente Putin.

Janukovyč in politica estera è tutt’altro che un uomo del Cremlino e sembra saper sfruttare bene la posizione strategica dell’Ucraina. In tal senso va visto il favore del governo ucraino a una politica europeista tanto che alla fine del 2013 tutto sembra essere pronto per la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione europea. All’ultimo momento però, forse anche su pressione della Russia di Vladimir Putin, Janukovyč decise di non firmare dando così inizio a una lunga serie di proteste, divenute poi un presidio permanente, note come Maidan (in ucraino “piazza”). Sebbene la mancata firma non possa essere considerata come l’unica ragione di tale movimento, gran parte della popolazione aveva riposto aspettative nell’accordo con l’Ue. Gli scontri sono continuati fino ai primi mesi del 2014 con l’impiego delle forze speciali e di cecchini. 119 sarà il computo dei morti fino alla fuga di Janukovyč il 22 febbraio 2014.

Gli eventi che si sono susseguiti sono abbastanza noti con l’annessione della penisola di Crimea in marzo da parte della Federazione russa e l’appoggio non formale di questa stessa ai separatisti che in aprile prenderanno con le armi i comandi di polizia e gli edifici pubblici delle due capitali delle due omonime regioni di Luhansk e Donetsk (Donbas). In quegli stessi mesi altri importanti e popolosi centri industriali dell’est Ucraina come Severodonetsk, Marioupol, Kramatorsk e Slaviansk sono stati conquistati dai separatisti. Nel 2014 il nuovo presidente eletto e attualmente in carica Petro Poroshenko ha inviato contro i separatisti l’esercito ucraino in un’operazione “anti terrorismo” e dopo molti mesi di sanguinose battaglie le città sono state riprese ma con un terzo circa del territorio del Donbas che è rimasto alle autoproclamatesiRepubblica Popolare di Lugansk” e “Repubblica popolare di Donetsk”.

All’epoca la comunità internazionale è intervenuta timidamente facendo siglare dalle parti in conflitto i due protocolli di Minsk rispettivamente nel settembre 2014 e nel febbraio 2015. Questi prevedevano, tra le altre disposizioni, un cessate il fuoco immediato che non è mai stato rispettato. Il conflitto – le cui vittime secondo stime Onu si avvicinano alle 13.000 unità con più di 3.000 civili –  non è affatto congelato e sulla linea di contatto tra esercito ucraino e separatisti si spara e si muore ogni giorno. Il governo non ha un vero piano di aiuto per gli sfollati il cui numero si aggira intono al milione e mezzo di persone. Alcuni di essi hanno raggiunto la diaspora in nord America, Europa e Russia ma non vi sono dati certi.

Questo il panorama in cui l’Ucraina si è recata alle urne domenica 31 marzo, con un affluenza che ha superato il 60% decidendo non solo del nuovo presidente che guiderà il Paese per i prossimi cinque anni ma anche delle aspettative europee e di riforma non ancora concretizzate. I candidati in corsa per la presidenza erano ben 39, i tre  principali già dai sondaggi erano il presidente in carica Petro Poroshenko, la due volte primo ministro Yulia Tymoshenko e il sopra descritto Volodymyr Zelensky.

Petro Poroshenko, eletto nel 2014 a seguito delle proteste del Maidan di cui è stato uno dei principali sostenitori. Nel 2014 ha firmato l’accordo di associazione Ucraina-Ue che non ha però portato a una svolta positiva per il Paese che vive una situazione economica tragica ed è di recente divenuto il più povero dell’Europa continentale, superato solo dalla Moldavia. La sua campagna elettorale ha guardato al patriottismo, all’identità culturale-linguistica e all’Occidente. Durante la sua presidenza il clima di sfiducia nelle istituzioni dovuto alla corruzione e alla crisi socio-economica ha raggiunto livelli altissimi. Poroshenko ha impiegato con scarso successo tutte le risorse possibili per essere rieletto a cominciare da quelle mediatiche e da quelle legate alla carica di presidente.

Yulia Tymoshenko, a capo del partito “Madrepatria” e primo ministro per ben due volte nel 2005 e nel 2007. Soprannominata laprincipessa del gasper i suoi interessi privati nel settore che l’hanno portata anche all’arresto nel 2011 per aver siglato un contratto per la fornitura di gas con la Russia considerato troppo oneroso per il Paese. Nel 2004 è stata la leader femminile dellaOrange Revolution” ed è uscita di prigione proprio durante Maidan nel 2014. La sua è stata una campagna elettorale puramente populista che voleva farsi portavoce del cambiamento tanto atteso in Ucraina.

Entrambi hanno una lunga presenza sulla scena politica, ma nessuno dei due ha dimostrato di avere un elettorato forte. Poroshenko non ha guidato il Paese verso quel cambiamento tanto voluto dopo Maidan e Tymoshenko ha perso il bagliore della rivoluzione che l’avvicinava a un’idea di rinnovamento politico; idea che sembra oggi essere incarnata dal candidato che era dato per favorito al primo turno Volodymyr Zelensky.

L’Ucraina domanda ormai una maggiore integrazione con l’Europa, ma una gran parte d’essa, tra cui il centro l’est e il sud-est è aperta a dei compromessi con la Federazione russa in cambio di una pace duratura. Il nutrito blocco d’opposizione rappresentato da Yuri Boyko ha ottenuto il 10% su scala nazionale, successo solo simbolico in molti distretti dell’est. Se questa parte dell’elettorato non si asterrà il 21 aprile potrebbe essere determinante nell’elezione del nuovo presidente ucraino.

Non vi sono dubbi che gli interessi per le elezioni in Ucraina vadano oltre i confini nazionali e giungano fino all’Unione europea, la Russia e gli Stati Uniti; sono stati più di 2.000 gli osservatori accreditati presso la Commissione elettorale e che domenica 31 marzo erano presenti durante le operazioni di voto. Diverse sono le violazioni registrate durante le elezioni, ma non vi è stata nessuna irregolarità sistemica, secondo la stessa Commissione centrale. Durante la campagna elettorale sono stati registrati casi di uso improprio di risorse statali nonché accuse di possibili brogli. Nonostante ciò la comunità internazionale ritiene che le elezioni siano state al primo turno libere ed eque (“free and fair”). Di sicuro vi è che gli ucraini hanno già espresso in maniera chiara il desiderio di riforme e di rottura con il passato, e  che non si accontenteranno solo di promesse come hanno già ampiamente dimostrato nelle ultime due decadi.

 

Marisella Tonica

Foto © Filomena Fiore

 

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