Inchiesta: tre storie dall’Europa dell’est

0
103

Abbiamo incontrato tre persone (alle quali abbiamo cambiato i nomi, ma i loro racconti sono reali), abbiamo raccolto tre storie emblematiche per cercare di comprendere qualcosa della grande crisi che sta attraversando l’Europa dell’est, ed in particolare l’Ucraina e la Russia.

ANDREJ ha ventitre anni ed una laurea in economia. Ha conseguito il titolo di studio in maniera brillante, non perché sia uno studente modello, ma semplicemente perché si è adeguato al sistema. I professori mal pagati dallo stato ucraino arrotondano infatti il magro stipendio grazie alle donazioni degli allievi, i quali in cambio ricevono l’aiuto richiesto. Una volta fuori dall’università lo attende la disoccupazione. Potrebbe aspirare ad un posto nell’amministrazione statale, oppure in qualche istituto di credito. Basterebbe trovare il canale giusto e pagare la tariffa richiesta. Stipendio medio 100/150 euro, neppure sufficiente ad acquistare un paio di scarpe decenti.

Andrej decide allora di seguire le orme del padre. Ogni settimana avanti ed indietro fra l’Ucraina e l’Italia, alla guida di un pulmino stracarico di pacchi e di persone. 24 e più ore di viaggio, senza contare le consuete file interminabili alla frontiera, con la paura di essere derubati da qualche banda di balordi, con la continua minaccia della polizia avida di guadagni. Si parte il giovedì, si arriva in Italia il giorno seguente, si raccolgono i pacchi confezionati per i propri parenti da chi ha avuto la fortuna di trovare un posto di lavoro nel “belpaese”, o semplicemente da chi si arrangia facendo il manovale o la badante in nero, poi si riparte la domenica e si ritorna in Ucraina. Tutte le settimane la medesima storia. Il padre di Andrej non ce la fa più a continuare quel lavoro massacrante. Ha cinquanta anni ma ne dimostra almeno dieci di più. Ha deciso di lasciare l’attività a suo figlio, per dargli uno straccio di futuro. Con i soldi guadagnati ha costruito una casa in campagna.

Andrej è giovane e pieno di entusiasmo. Ogni settimana macina il suo percorso. A volte gli va bene, e guadagna quanto un impiegato non riuscirebbe a fare in sei mesi di lavoro. Altre volte gli va male. La polizia lo ferma comminandogli multe salatissime, le guardie di frontiera ucraine gli estorcono cifre da capogiro con la minaccia di sequestrargli la merce. Da quando c’è la crisi in Crimea i controlli alla frontiera sono quasi nulli. L’arrivismo ha temporaneamente ceduto il passo al nazionalismo più sfrenato. Le guardie li lasciano passare, al grido di “Slava Ucraina” (viva l’Ucraina). Andrej risponde con quanto fiato ha in corpo, ma dentro di sé pensa che non durerà a lungo.

IVAN vive all’estrema periferia di Mosca, in una base dell’esercito in via di dismissione. Palazzi fatiscenti fra i quali si aggirano cani randagi dalle fattezze scheletriche, un luogo sperduto dove solo le sbarre semoventi e le garitte aggredite dall’erba fanno intuire la sua trascorsa vocazione militare. Ogni giorno affronta il traffico folle della capitale per recarsi sul posto di lavoro, un negozio di elettrodomestici del quale è il direttore. Ha cinquanta anni, ed un passato nell’esercito. Da poco è in congedo e, con i magri risparmi, ha avviato un’attività che stenta a decollare. La sua famiglia ha una tradizione importante nell’armata rossa.

Con il crollo dell’universo sovietico ha perduto non solo le utopie sulle quali aveva basato per intero la propria vita, ma ha visto disperdersi e frantumarsi il suo stesso tessuto familiare. La sorella  è diventata cittadina ucraina, per il solo fatto di trovarsi per lavoro nel territorio di L’vov. Altri parenti hanno subito la stessa sorte. Con il tempo sono diventati bilingue. Parlano ugualmente il russo e l’ucraino, e stanno perdendo la loro identità. Poi è venuta l’annessione della Crimea da parte della Russia. Ivan ha visto abbattere le statue di Lenin da parte dei rivoltosi di Kiev, e non ha potuto trattenere un moto di soddisfazione quando ha visto i carri armati russi entrare in territorio ucraino. Per un istante, il conflitto eterno fra fascisti e comunisti è sembrato nascere di nuovo, fomentato dalla propaganda, evocando fantasmi ormai trascorsi. Eppure oggi, quando telefona ai parenti rimasti oltre confine, sente un qualcosa di strano nelle loro voci. Il più delle volte lo trattano freddamente, giungendo persino a chiudergli il telefono in faccia, lasciandolo solo con un dolore infinito dentro al cuore.

GALINA vive nel territorio di L’vov, in una vecchia casa di campagna scrostata e sbilenca che sembra sul punto di crollare. Ha settant’anni e sopravvive con i prodotti della terra, ma tutto è più difficile da quando suo marito è morto, portato via dalla piaga della vodka. L’unico figlio è da qualche parte in Europa, clandestino alla ricerca di un futuro migliore. Galina pensa spesso al passato, ai tempi in cui la sua famiglia era unita e felice. Suo padre era polacco, mentre la madre era ucraina. Ha vissuto così a lungo in quel luogo di confine, conteso nei secoli dalle potenze europee, che a volte dubita persino della propria reale identità. Si reca ogni giorno nel piccolo cimitero di campagna, le croci e le lapidi seminascoste dalla vegetazione, con la quale ha intrapreso da tempo una lotta impari. Lì riposa sua madre.

La tomba di suo padre non l’ha mai vista. Si trova in Polonia, a poca distanza dal confine, nel miraggio dello spazio Schengen. Lui era morto all’improvviso, lontano dalla sua casa. I parenti lo avevano sepolto in fretta, senza neppure porsi il problema del rimpatrio. Galina non ha i soldi per pagare un visto Schengen, non ha la forza per intraprendere la battaglia burocratica che il suo popolo trascina quotidianamente per guadagnarsi uno spazio vitale. Quando è caduto il muro di Berlino pensava fosse un qualcosa di grandioso. Poi ha capito che quel muro si era solo spostato un po’ più a est, proprio in prossimità della sua casa.

Oksana Tumanova

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui