Perchè la Spagna di Podemos non è la Grecia di Syriza

A differenza di Atene, Madrid può contare su un’economia in ripresa. Ma i bassi salari e l’alta disoccupazione sono una spina nel fianco del premier

Se n’è parlato per tutta la settimana e si continuerà a farlo. Un po’ come accaduto per Tsipras e Syriza, ora l’homo novus di cui tutti i maggiori critici del rigorismo europeo si occupano è il Pablo Iglesias, giovane leader del movimento socialpopulista di Podemos, fresco vincitore delle elezioni amministrative in Spagna della scorsa domenica. L’affermazione di Podemos (che si è aggiudicata le municipalità di Barcellona e Madrid) e di quella dell’altro schieramento euroscettico Ciudadinos ha rilanciato le tesi di quelli che da tre anni mettono sotto accusa la politica dell’austerity, con la quale l’Ue ha cercato di “curare” quei Paesi che alla fine del 2011 rischiavano seriamente il default, i cosiddetti PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e appunto Spagna).

Podemos come Syriza dunque, frutto avvelenato di scellerate politiche che hanno massacrato il ceto medio oltre che in Grecia anche in Spagna? Un paragone rilanciato da diversi media. Ma si tratta di una forzatura, perchè mettere sullo stesso piano Spagna e Grecia, usando come discriminante solo il successo di forze euroscettiche, è un errore.

Insieme con il Portogallo e l’Irlanda, la Spagna rappresenta un esempio di come la crisi economica può essere trasformata in un’opportunità. Le esperienze di questi tre Paesi mostrano che riforme “lacrime e sangue”, se ben implementate, possono permettere ad una nazione di tornare ad essere competitiva economicamente: la Spagna, in particolare, è considerata “l’allieva modello”, quella che ha svolto bene i compiti a casa assegnati dall’Ue e ora ne comincia a vedere i frutti. A differenza della Grecia, che si è invece impigliata nella rete delle polemiche contro il resto dell’Eurogruppo, perdendo mesi preziosi in recriminazioni  sulla difficoltà di svolgimento di quei compiti.

Oggi, dopo anni di essere arrivata a un passo dal baratro, Madrid è riuscita ad avviare severe riforme e riportarsi sulla strada della crescita economica. La Banca Centrale Europea prevede che nel 2015 la Spagna sarà uno dei motori economici d’Europa, alimentato da un basso costo dell’euro e tassi d’interesse favorevoli, che dovrebbero portare la crescita economica al 2,3 per cento.

Grazie a bassi salari e a un tasso d’inflazione che nell’ultimo anno e mezzo è stato inferiore perfino a quello della Germania, la Spagna è riuscita a riconquistare quasi completamente la competitività che aveva perso rispetto a Paesi come la Francia e l’Italia dal 2000, riducendo sensibilmente anche il divario con la Germania. Tanto che il governo spagnolo si aspetta la creazione di un milione di nuovi posti di lavoro per quest’anno.

Mariano RajoyQuello del mercato del lavoro è forse il punto più spinoso tra i programmi di liberalizzazioni che il premier Mariano Rajoy sta portando avanti dal 2012, grazie ai quali è comunque riuscito a riportare gli investitori esteri in Spagna. Flessibilità, licenziamenti più semplici, bassi salari e ridimensionamento del potere dei sindacati hanno permesso un forte sviluppo del comparto automotive. Migliaia di nuovi posti di lavoro sono stati creati nelle fabbriche automobilistiche spagnole di Opel, Seat, Renault, Ford, Nissan e Mercedes, il cui  impianto produttivo di Alcobendas, vicino Madrid, è ritenuto un’eccellenza pari a quelli di Stoccarda. E’ soprattutto grazie alle esportazioni di autovetture che l’economia spagnola si è ripresa : l’anno scorso la Spagna ha prodotto 2,4 milioni di automobili, e sta lasciando sempre più indietro tradizionali produttori come Italia e Francia, seconda solo alla Germania.

In questi anni nuova occupazione ne è stata creata, certo, ma in quantità insufficiente a dare un lavoro stabile a chi in questi anni di crisi l’ha perduto. I disoccupati restano quasi il 24 per cento della forza lavoro, e il loro numero diminuisce molto lentamente. I progressi sono deboli, tanto che è ancora quasi impossibile per i giovani ottenere un lavoro fisso in patria: molti laureati scelgono di andare all’estero, dove hanno più probabilità di trovare una remunerazione adeguata alle loro capacità.

Le elezioni dello scorso fine settimana hanno dimostrato che il consenso elettorale non arriva se i progressi a livello macroeconomico non vengono affiancati da quelli in microeconomia. Ovvero se allo sviluppo industriale non segue uno sviluppo sociale: Podemos e Ciudadanos hanno avuto la capacità di intercettare proprio quel malessere, togliendo voti ai Socialisti, storicamente il partito dei lavoratori e dei sindacati, e candidandosi come antagonisti diretti ai riformisti del Partido Popular per le prossime elezioni di dicembre.

IndignadosL’imminenza di questo appuntamento elettorale e i risultati del 24 maggio non lasciano sereni nè Rajoy, ben conscio dell’impopolarità di molte necessarie misure da lui poste in essere, nè gli investitori internazionali, di cui la Spagna ha disperatamente bisogno. I partiti populisti come Ciudadanos e anti-capitalisti come Podemos (che nasce da una costola degli Indignados) fanno paura, perchè hanno livelli di supporto a due cifre nei sondaggi elettorali, a causa della crisi economica, ma anche per via degli scandali di corruzione in cui le élite del Partito Popolare e del Partito Socialista sono coinvolte.

Già da prime delle amministrative Rajoy è corso ai ripari, cercando di rilanciare la domanda interna, ancora bassissima: di fatto, come abbiamo visto, il made in Spain finisce sui mercati esteri per mancanza di acquirenti in patria, e per questo i Popolari stanno pensando a mettere un po’ più di liquidità nelle tasche attraverso una riduzione delle tasse e di sussidi governativi per l’acquisto di autoveicoli. Ma in un Paese che da tre anni è soggetto ad una durissima politica di austerity, tutto questo potrebbe non bastare.

Alessandro Ronga

Foto © Wikicommons

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