L’altra faccia dell’immigrazione: e se gli immigrati sparissero?

Cosa succederebbe se i sogni dei sostenitori dell'”l’Italia agli italiani!” si avverassero? E’ accaduto in Russia per motivi economici e il risultato non ha lasciato dubbi

Partiamo dall’inizio. L’immigrazione in Russia è un fenomeno consistente ma “vecchio”. Gli immigrati in territorio russo arrivano principalmente dalle repubbliche ex sovietiche, in particolare Tagikistan e Uzbekistan ma anche Bielorussia, Kazakhstan e Ucraina. La polizia controlla attivamente questi lavoratori e la popolazione russa non sempre è favorevole nei loro confronti. La loro vita è dura, come quella di tutti gli immigrati in terra straniera e i loro lavori sono i più umili. Ma estremamente necessari.

A dicembre del 2014 il rublo ha iniziato a crollare, dimezzando il suo valore rispetto alle altre monete. La Banca centrale russa ha speso oltre 80 miliardi di dollari per frenare la sua caduta, ma non ha potuto che attutire parzialmente il tonfo. La crisi ucraina, le sanzioni e il crollo del prezzo del petrolio hanno tutti contribuito a questo ennesimo collasso del gigante russo.

WE WANTLa conseguenza pratica per tutti i cittadini della Federazione è il deprezzamento del proprio stipendio (già basso, si consideri uno stipendio mensile di 4.000 rubli, circa 50 euro). Le paghe già basse dei lavoratori sono diventate insufficienti per mantenersi. E per morire di fame in terra straniera, gli immigrati hanno preferito morire di fame nella propria terra, lasciando la Federazione per ritornare nei propri Paesi d’origine.

Il risultato di questo processo è che a Mosca le lastre di ghiaccio sui marciapiedi si accumulano e non vi è nessuno che le tolga. A San Pietroburgo la neve non viene spalata, e il sindaco ha chiesto collaborazione ai propri cittadini. I cantieri sono quasi del tutto fermi. Ma, soprattutto, nessun cittadino russo vuol fare questo genere di lavori, così gli immigrati non vengono rimpiazzati.

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Le vicende russe ci portano ad una più ampia riflessione. Nel quotidiano dibattito tra le fazioni degli “aiuti si” e i sostenitori della linea dura, l’immigrazione non viene considerata per quello che è, ossia un vantaggio economico. Sergio Arau, artista poliedrico messicano, fu uno dei primi a riflettere sul tema con il film del 2004 A day without a Mexican: riflettendo tra il grottesco e il comico, immaginava una California senza più messicani. Risse agli autolavaggi, giardini di casa trasformatisi in selve e altri disastri. Tanti cliché ma anche uno spunto: l’America non potrebbe sopravvivere senza la sua immigrazione. Arau è solo una delle tante voci, in Italia qualcosa di simile è successo con il film di Patierno Cose dell’altro mondo.
Senza sfociare nel qualunquismo e nella banalità bisogna dire a voce alta il buono di questo fenomeno. Stranieri che lavorano sodo, comprano case, crescono figli educati e per bene, vivono da italiani, perfettamente integrati, amano il nostro Paese e lo considerano una casa. Niente meno dei tanti ragazzi italiani che vanno a vivere in Gran Bretagna o in Olanda o chissà dove nel mondo.

4839419310_a066df2c7c_zLe nostre città sono sempre più multietniche e in ciò vi è ricchezza, non pericolo. Della moltitudine di giovani che ogni anno si iscrivono alle università per raggiungere i propri obiettivi, rimane una pari moltitudine di lavori e servizi basilari che non viene svolta. E gli unici pronti a svolgere tali mansioni sono gli immigrati, lavoratori onesti nelle fabbriche, nei ristoranti, nelle nostre case.

La città è un organismo vivo e complesso che per funzionare ha bisogno di moltissimi ingranaggi. Ad oliarli, sudore tunisino, algerino, marocchino, cingalese, pakistano, senegalese, libico, siriano.

Certo il problema della migrazione massiccia è di difficile soluzione. Ma decisioni radicali oltre ad essere moralmente riprovevoli sono controproducenti.

 

Ilenia Maria Calafiore

Foto © Wiki e Creative Commons

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