Brexit: “Mayday” per il governo di Sua Maestà

L’esito del Referendum mette a dura prova l’esecutivo, incalzato dal Parlamento e dall’opinione pubblica britannica. Intanto sul piano economico arrivano delle sorprese

A distanza di poco più di due mesi dal voto del 23 giugno scorso con il quale il 52% dei sudditi di Sua Maestà si è espresso per il “divorziodall’Unione europea, non si placano le manifestazioni di dissenso nelle principali città della Gran Bretagna dei sostenitori del Remain ai quali si sono aggiunti i numerosi  cittadini “pentiti” di aver votato per il Leave  ora pronti a battersi affinché sia indetto un secondo referendum sui medesimi temi che hanno caratterizzato quello tenutosi due mesi orsono.

Ai non pochi convinti sostenitori della permanenza del Regno Unito nell’Ue  (dalle recenti stime sarebbe emerso che circa cinque milioni di britannici chiedono l’indizione di un nuovo referendum), si aggiunge anche un nutrito numero di membri del Parlamento, funzionari dello Stato ed esimi giuristi pronti a sostenere la natura meramente consultiva del risultato del recente referendum e la conseguente necessità, sul piano della corretta applicazione delle norme costituzionali inglesi, di sottoporre l’attivazione del procedimento ex art. 50 TFUE al voto dei Commons.

Ebbene, tale complessa situazione politica sta mettendo a dura prova il governo recentemente formato da Theresa May (foto) a seguito delle dimissioni di David Cameron rassegnate qualche giorno dopo l’esito delle votazioni del 23 giugno.

Per fare fronte alla notevole agitazione dell’opinione pubblica inglese, il primo ministro appare deciso a stigmatizzare alcuni punti fondamentali della sua azione di governo –  sia nei confronti degli avversari politici interni e, soprattutto a livello internazionale nei riguardi dei partners esteri – con i quali sembrerebbe intenzionata a creare nuove relazioni diplomatiche e commerciali in grado di generare un crescente sviluppo dell’economia britannica.

– In primis l’inquilina di Downing Street non si fa illusioni in merito alle difficoltà che comporta l’attuazione della Brexit.

Non a caso il quotidiano inglese The Guardian ha sottolineato come il primo ministro inglese abbia dichiarato nel corso dell’intervista rilasciata alla BBC durante l’Andrew Marr Show come dare compimento alla Brexit comporterà «tempi difficili» per la Gran Bretagna [1].

Theresa May si è così espressa rispondendo al quesito del noto reporter della BBC che gli chiedeva quali conseguenze potessero derivare dal risultato del referendum del 23 giugno 2016 e quale fosse la strategia del governo. Inoltre, sempre in risposta alle domande del giornalista d’oltre Manica in tema di Brexit e alle sue implicazioni di natura finanziaria e commerciale, il primo ministro ha affermato che il processo che porterà all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea non può considerarsi come un «plain sailing», cioè a dire, non sarà caratterizzato da una navigazione piana, priva di problemi nonostante siano emerse «cifre positive nel campo dell’economia del Regno Unito nel periodo successivo al referendum» [2].

Move_for_Europe_demonstration,_London,_23_July,_2016_02

Sempre in tema di Brexit, il leader britannico ha affermato che gli inglesi devono essere preparati al fatto che ci potranno essere delle difficoltà nel tempo a venire. Ciò nonostante la May ha manifestato un fermo ottimismo insistendo sul fatto che il Regno Unito deve essere indipendente e in grado di plasmare la sua via nel mondo (ndr «forging our own way in the world»). Di conseguenza, secondo il primo ministro UK,  per far crescere l’economia britannica e consentire l’attuazione della Brexit in Inghilterra «è necessaria la stabilità» [3].

Sulle difficoltà di vario genere che il Regno Unito sta vivendo a seguito della Brexit la Press Association ha fatto presente come migliaia di manifestanti, il 3 settembre 2016, abbiano marciato per le strade di Londra e nelle vie di molte altre città britanniche, chiedendo il riavvicinamento al Continente nonostante l’esito vittorioso del Leave al referendum del 23 giugno scorso [4].

Le dimostrazioni, inoltre, hanno puntato a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su ogni singolo passaggio delle negoziazioni in tema di Brexit.

Qualche giorno prima, il 30 agosto 2016, il gruppo dei MPs pro Unione europea ha richiesto al primo ministro di mantenere all’interno dell’ordinamento giuridico britannico le normative europee (ndr alcune direttive) in tema di orario di lavoro. Il pericolo, secondo i parlamentari che si sono fatti portatori di tale richiesta nei confronti del governo, sta proprio nel fatto che una serie di diritti e garanzie, incluse alcune forme di protezione per i giovani lavoratori, potrebbe andare persa a seguito dell’applicazione della Brexit a meno che il governo non provvedesse a sostituire le norme abrogate con nuove regolamentazioni [5].

Inoltre, sempre in relazione alla oramai esplicita volontà dell’attuale governo di non sottoporre la questione Brexit al vaglio del Parlamento,  The Guardian ha rilevato come a seguito di tale presa di posizione Theresa May sia stata accusata di «mostrare l’arroganza di un monarca della famiglia Tudor».

Sul punto, The Daily Telegraph ha ricordato come i consulenti legali del Cabinet britannico abbiano suggerito alla May di non sottoporre la questione Brexit al voto parlamentare poiché tale procedura sul piano legale non è necessaria. In realtà una vasta maggioranza dei membri del Parlamento (480) e la stragrande maggioranza dei colleghi della House of Lords che si sono espressi per il Remain hanno reagito alla presa di pozione del primo ministro con irritazione [6].

Da ultimo, il 5 settembre 2016, il segretario di Stato David Davis (foto), David_Davis_2016dopo aver parlato alla Camera dei Comuni in relazione alla Brexit, ha ricevuto una serie di critiche in merito alle modalità piuttosto generiche con le quali ha esposto le azioni che il governo intenderebbe intraprendere per dare corso, in modo corretto e adeguato, al risultato del referendum del giugno 2016. In particolare, la principale critica rivolta a Davis si è concentrata sulla mancanza da parte del governo di un vero Piano per attuare il “divorzio” da Bruxelles. Nello specifico assai efficace è risultata l’affermazione di uno dei membri del Parlamento Anna Soubry, la quale a seguito delle dichiarazioni di Davis ha osservato laconica: «It’s time for some detail» (ndr «E’ tempo di avere qualche dettaglio») [7].

– Secondo la May il controllo degli arrivi in territorio inglese dei cittadini Ue e dei flussi migratori in genere sarà notevolmente migliorato a seguito della Brexit.

In tema di immigrazione la premier si è impegnata nell’individuare la via migliore per imporre un qualche controllo agli arrivi di cittadini di altri Paesi nel Regno Unito. Rispondendo alle domande dei giornalisti durante la conferenza stampa tenutasi a Pechino, il 5 settembre in occasione del G20, la May ha ribadito che intende creare un «sistema nel quale il governo è in condizione di decidere chi entra nel Paese». Ha inoltre aggiunto che, secondo il suo pensiero, una siffatta forma di controllo è proprio quello che il «popolo inglese vuole».

Non a caso, secondo Downing Street, «una delle opportunità che Brexit offre è che noi saremo in grado di controllare il numero di persone che arriveranno in Gran Bretagna provenienti dall’Ue. Il modo preciso nel quale il governo controllerà i movimenti dei cittadini dell’Unione verso la Gran Bretagna dopo la Brexit non è ancora stato definito. In ogni caso, come più volte dichiarato dal primo ministro in passato, un sistema (ndr di gestione dell’immigrazione) basato sui punti (ndr points based immigration system) non è ancora attivo e non è un’opzione» [8].

Dunque, in base a quanto riportato dalla stampa inglese, secondo il governo britannico, «quando il Labour Party  ha introdotto un points based immigration system, il numero di persone in arrivo è cresciuto. In Australia, si adotta un sistema di gestione dell’immigrazione a punti ed essi hanno un livello di immigrazione pro capite più elevato che in Gran Bretagna». Dunque, un siffatto sistema di controllo dell’immigrazione «attribuirebbe agli stranieri il diritto di venire in UK purché dimostrassero di possedere determinati requisiti. Un sistema di controllo dell’immigrazione che funzionasse a favore dei britannici dovrebbe garantire che il diritto di decidere di entrare in territorio inglese rimanesse in capo al governo britannico» [9].

– L’esecutivo UK intenderebbe creare rapporti di libero commercio con le più importanti nazioni che consentirebbero di superare le problematiche derivanti dalla fuoriuscita del Regno Unito dall’Ue.

In particolare, un osservatore inglese ha rilevato come, durante il G20, la Cina insieme ad altre sei importanti nazioni, abbiano dimostrato interesse all’instaurazione di negoziati con il Regno Unito per la creazioni di relazioni commerciali. Inizialmente, Theresa May ha indicato l’India, il Messico, la Sud Corea, Singapore e l’Australia come soggetti internazionali favorevolmente orientati a dare inizio a discussioni sulla creazione di  rapporti di libero scambio commerciale con il Regno Unito.

Una fonte ufficiale del governo inglese ha precisato come la Cina si sia dimostrata entusiasta di ricercare la creazione di rapporti commerciali basati sul libero scambio con la Gran Bretagna successivamente alla Brexit. Tali fonti, ritengono che Pechino sarebbe aperto alla negoziazione di un accordo bilaterale di libero scambio con Londra. Naturalmente, aggiunge la predetta fonte governativa, tale ipotesi risulta particolarmente interessante per la Gran Bretagna posto che «noi stiamo lasciando l’Ue» [10].

Al riguardo, la stampa d’oltre Manica, si è curata di sottolineare come la May abbia omesso di indicare i nomi delle altre importanti nazioni presenti al summit di Pechino  (Stati Uniti, il Giappone, il Sud Africa, la Turchia e l’Indonesia) che hanno sembrato non avere fornito le medesime garanzie della Cina in merito alla negoziazione di eventuali accordi di libero scambio con il UK. In ogni caso, non è passata inosservata l’evidente difficoltà del primo ministro britannico, nel corso dei colloqui con alcune nazioni, proprio sul tema delle conseguenze della Brexit. In particolare, dopo l’incontro bilaterale con Barak Obama, la May è stata informata del fatto che gli Usa intenderebbero dapprima concentrarsi sulla negoziazione dei rapporti commerciali con l’Ue e il blocco delle nazioni del Pacifico per, poi, considerare un eventuale accordo con il Regno Unito.

Sul punto il presidente americano (foto) ha dichiarato che gli Stati Uniti images (1)non voglionopunirela Gran Bretagna per il voto del 23 giugno. Ciò, di fatto, secondo The Indipendent, si configurerebbe più come una raccomandazione al Regno Unito e all’Ue in merito all’idea di un «periodo di transizione estendibile» che aiuterebbe ad evitare qualsivoglia «spiacevole sorpresa» dopo lo spirare del termine dei due anni di negoziazioni allorché la Brexit, finalmente, sarebbe in grado di produrrebbe i suoi effetti. [11].    

Tali affermazioni sembrano dimostrare un diverso approccio del governo statunitense nei confronti del Regno Unito sul tema Brexit. Al riguardo, come rilevato dagli organi di informazione,  si pensi che solo un mese fa il segretario di Stato americano John Kerry nel corso dell’Ideas Festival di Aspen in Colorado  aveva osservato come la Gran Bretagna avrebbe potuto rimanere nell’Ue nel prossimo futuro poiché Downing Street sembrava non sapere con quali criteri approcciare alla negoziazione sul tema del recesso dal trattato di Lisbona. [12]

Egualmente, il capo del governo giapponese Shinzo Abe  (foto) giunto a Pechino per il G20, ha rilevato come  l’Unione europea si troverebbe a vivere una sorta di grande trambusto se non riuscisse a raggiungere un accordo con il Regno Unito in merito alla Brexit che includesse disposizioni in relazione alla libertà di movimento del lavoro. Non a caso, alla vigilia del G20, il governo giapponese ha fatto pervenire a tutti leaders partecipanti un documento in forma di lettera intitolato “Messaggio del Giappone all’Unione europea e al Regno Unito” contenente un avvertimento circa le disastrose conseguenze per «gli interessi dell’intero globo» qualora non potesse mantenersi una «open Europe».

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La comunicazione contiene per la prima volta una lista di domande formulate dagli imprenditori giapponesi in relazioni alle condizioni derivanti dalla Brexit.

Al riguardo, osserva, l’Indipendent, la lettera si presenta come un chiaro avvertimento: se a tali questions non saranno fornite risposte in linea con quanto si aspettano le majors nipponiche come «Hitachi, Fujitsu e Nissan», quest’ultime potrebbero decidere di trasferire le proprie sedi europee altrove. Ciò comporterebbe serie implicazioni per i 140.000 dipendenti delle predette grandi aziende operanti in territorio inglese.

Questi, nota il quotidiano inglese, alcuni fra i vari quesiti posti nella predetta comunicazione: il mantenimento dello scambio di prodotti in assenza di dazi doganali e delle afferenti procedure di natura burocratica; possibilità di investire in assenza di restrizioni; mantenimento di un ambiente nel quale i servizi e le transazioni finanziarie all’interno dell’Europa possono essere fornite e portate a termine fluidamente; accesso alla forza lavoro con le necessarie qualifiche; regolamentazione armonizzata tra il Regno Unito e l’Unione europea [13].

– Il governo britannico punterebbe a far sì che il Regno Unito consolidasse il suo ruolo di nazione protagonista del mercato globale.

Nonostante le dichiarazioni del premier giapponese e l’atteggiamento mostrato dagli Stati Uniti, è emersa nel corso del G20 la ferma volontà dell’esecutivo inglese di far crescere il ruolo di leader del mercato mondiale della Gran Bretagna. Al riguardo, risultano particolarmente significative le dichiarazioni della Signora May alla vigilia del G20 di Pechino, riportante dal The Indipendent il 4 settembre 2016: «Questa è l’età dell’oro per le relazioni Uk – Cina e una delle cose che intendo fare è, ovviamente, parlare con il presidente Xi Jinping in merito alle modalità con le quali sviluppare la partnership strategica che già esiste tra il mio Paese e la Cina»; ma, al contempo, ha precisato l’inquilina del n. 10 di Downing Street, «ho intenzione di rivolgermi agli altri leaders mondiali presenti al summit per riflettere insieme su come poter sviluppare il libero mercato nel mondo».

In relazione a questo aspetto, ha assicurato la May, «il Regno Unito intende cogliere l’opportunità».  La statista ha, poi, concluso osservando come «la mia ambizione è che la Gran Bretagna diventi un leader globale nel libero mercato» [14]

Non a caso sugli esiti dell’incontro nella capitale cinese si è osservato come «l leader del G20 intendano «agire contro il protezionismo concordando sull’ulteriore promozione del libero scambio per accelerare la crescita globale, in risposta ai timori generati dalla debole domanda nel mondo. Lo si legge nel documento finale diffuso al termine del summit, in cui la Cina ha accettato di ridurre l’export di acciaio senza però fissare tetti di riferimento» [15].

E sempre in riferimento agli esiti del G20, Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale (foto), a margine dell’incontro di Pechino, ha rilevato come  occorra «respingere con forza ogni forma di protezionismo e andare avanti con lo sviluppo di un commercio libero ed equo che è vitale per la crescita globale» [16]

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Dunque, ora a G20 concluso, appare ragionevole osservare come la posizione della May in relazione allo sviluppo del mercato globale è certamente in linea con le intenzioni degli altri partecipanti al summit. L’incontro tra i potenti della terra, seppur con tensioni connesse, ad esempio, alla questione del mercato dell’acciaio tra Ue e Cina, ha fatto emergere una convergenza di intenti per quanto attiene all’abbattimento delle eventuali barriere protezionistiche esistenti ed allo sviluppo del mercato globale.

Di talché, a fronte dell’attuale situazione politica e sociale nel Regno Unito, particolarmente complessa, l’Europa  – anche a seguito del summit di Ventotene dell’agosto 2016, del successivo incontro a Maranello tra  Matteo Renzi e Angela Merkel, dei recentissimi risultati elettorali in Meclemburgo – Pomerania, dove il partito dell’attuale Cancelleria tedesca ha subito una sonora sconfitta e degli esiti del G20 di Pechino – sembra ancora in una fase di riflessione in merito alle concrete azioni da intraprendere per evitare il crearsi di scenari economici e geopolitici inaspettati a seguito della Brexit.

Le problematiche derivanti dal risultato elettorale tedesco potrebbero influire non poco sul nuovo corso che l’Europa sembra aver intrapreso a partire dal summit di Ventotene. Invero, il partito che ha trionfato nel Meclemburgo – Pomerania è schiettamente anti europeista e, per certi aspetti, sembra basare la propria politica su una semplice contestazione dell’operato della Merkel, soprattutto in relazione alla coraggiosa apertura di quest’ultima in tema di misure di accoglienza dei migranti.

Per quanto attiene allo sviluppo del mercato globale, l’Europa dovrà necessariamente interrogarsi sulla adeguatezza della normativa Ue in tema di concorrenza e protezione dei consumatori in relazione alle diverse regolamentazioni che disciplinano i mercati extra Ue.

Sul fronte interno all’establishment europeo appare manifestarsi un forte senso di autocritica. Invero, lo stesso vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans (foto), intervistato dal Corriere della sera durante il forum di Cernobbio, tenutosi all’inizio di settembre 2016, alla domanda se a seguito della Brexit e della crisi migratoria la Ue è in crisi ha risposto osservando come precedentemente si avevano delle crisi europee, frans-timmerman«ora abbiamo l’Europa in crisi: è un’altra cosa, molto più pesante, quasi esistenziale per il futuro europeo. Se si guarda al referendum inglese, si vede che a decidere il voto è stato lo slogan “Il Paese si riprende il controllo del proprio destino”. Ma questo sentimento non è britannico, è paneuropeo: L’Europa viene vista come causa di insicurezza e ingiustizia, invece abbiamo sempre detto che significa sicurezza e giustizia». [17]

Tornado alla Brexit e alla situazione interna al Regno Unito certamente, non si può negare come dalla lettura di alcune cifre economiche relative ad alcuni particolari settori dell’economia, come ad esempio il turismo, la Gran Bretagna sembri rimanere immune da conseguenze negative derivanti dal voto del 23 giugno 2016.

Non a caso, il quotidiano Libero a distanza di poco più di due mesi dalla Brexit, ha indicato in dieci punti i falsi timori connessi all’esito del referendum: (i) il Pil britannico non ha subito un arresto, infatti, secondo il National Statistics nel secondo trimestre del 2016 è, viceversa, cresciuto dello 0.6%; (ii) l’indice dei prezzi delle abitazioni sale del 8.7% a fronte di una previsione del 8.3% (fonte National statistics); (iii) Il Regno unito ha emesso titoli di debito a 30 anni. I creditori sono preoccupati ma, a detta degli autori dell’articolo, non v’è motivo per inquietarsi posto che «Il Regno Unito ha una sua Banca Centrale pronta a sottoscrivere quei titoli di Stato che non fossero acquistati dagli investitori. Una garanzia che tranquillizza e induce gli investitori ad acquistare debito britannico senza particolari patemi d’animo […]»; (iv) L’indice di fiducia dei direttori acquisti è salito al 49,2. La previsione si attestava al 46,1; (v) l’indice dei prezzi al consumo è salito allo 0,6 % a fronte di una previsione dello 0,5%. (vi) In Gran Bretagna si è verificato un incremento delle vendite al dettaglio dell’1,4%. Erano sei mesi che non si rilevava un simile aumento; (vii) L’indice FTSE 100, quello della Borsa di Londra per capirci, nel periodo dal 23 giugno al 1 settembre 2016 è cresciuto del 6% circa; (viii) Gli investimenti esteri in UK, secondo il Sole24ore, sono aumentati dell’11%; (ix) la metropolitana di Londra, secondo quanto riportato dal Sole24ore avrebbe deciso di aprire anche la notte a causa della Brexit. Sul punto gli autori, ritengono non necessario commentare invitando a  verificare su Google; (x) Problemi di natalità che, cifre alla mano, sembrano non sussistere. [18]

In conclusione, la Brexit è davvero un test fondamentale per il governo May ma, al contempo è anche un importante banco di prova per l’Unione europea che, se dimostrerà concretamente di essere in grado di ricompattare l’intera eurozona con politiche che guardano ai grandi principi e, quindi, ai reali bisogni della popolazione, potrà, molto probabilmente, uscire vittoriosa dal terribile periodo di crisi che, oramai, si trascina da quasi un decennio.

 

Roberto Scavizzi

Foto © Biografieonline.it, Wikicommons

[1] http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/theresa-may-brexit-eu-g20-china-summit-andrew-marr-difficult-times-plain-sailing-a7224306.html

[2] ibidem

[3] ibidem

[4] http://www.theguardian.com/politics/2016/sep/03/pro-eu-protesters-join-march-for-europe-demos-around-uk

[5] http://www.theguardian.com/politics/2016/aug/30/pro-eu-group-of-mps-challenge-theresa-may-to-protect-employment-rights

[6] http://www.theguardian.com/politics/2016/aug/27/theresa-may-acting-like-tudor-monarch-in-denying-mps-a-vote-over-brexit

[7] http://www.theguardian.com/politics/2016/sep/05/david-davis-vows-to-build-national-consensus-on-brexit

[8] https://www.theguardian.com/uk-news/2016/sep/05/no-10-theresa-may-rules-out-points-based-immigration-system-for-britain-brexit

[9] ibidem

[10] http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/theresa-may-brexit-eu-g20-china-summit-andrew-marr-difficult-times-plain-sailing-a7224306.html

[11] http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/japan-brexit-letter-eu-uk-g20-europe-great-turmoil-economy-a7224841.html

[12] https://www.rt.com/news/348875-brexit-may-not-happen/

[13] http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/japan-brexit-letter-eu-uk-g20-europe-great-turmoil-economy-a7224841.html

[14] http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/theresa-may-brexit-eu-g20-china-summit-andrew-marr-difficult-times-plain-sailing-a7224306.html

[15] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-c3184265-d6ec-4f9e-9382-7178fbf21aac.html

[16] http://www.rsi.ch/news/economia/Lagarde-No-al-protezionismo-7973066.html

[17] F. Basso, Corriere della Sera del 4 settembre 2016, Brexit e migranti, L’Ue è in crisi.

[18] P. Becchi, F. Dragoni, Libero del 5 settembre 2016, Le previsioni horro (smentite) sulla Brexit.

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