Leopardi, poeta o filosofo?

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Leopardi

Bisogna comprendere il rapporto fra la autonomia (poetica) e filosofia. E due sono le fasi leopardiane da prendere in esame

Per Leopardi, dopo  Dante, si riunisce nella sua opera letteraria la fantasia vertiginosa del poeta e la profondità speculativa del filosofo. Una riflessione che ho svolto in un mio saggio antologico dal titolo “Leopardi poeta o Filosofo?” editore Mauna Loa di San Benedetto del Tronto. Una dicotomia che ho seguito sia nell’aspetto critico letterario sia nella selezione delle opere. Ormai da tempo la critica ufficiale è concorde nel ritenere che il pensiero di Leopardi è autonomo e filosofico.

Le fasi del pensiero leopardiano

Ma bisogna comprendere il rapporto fra la autonomia (poetica) e filosofia. E due sono le fasi leopardiane da prendere in esame.

La prima, che va dal 1820 al 1821, che è caratterizzata dalla contrapposizione fra immaginazione e ragione e che costituisce una coppia di opposizione che da un punto di vista valoriale comprende il naturale (il positivo) che si contrappone al negativo e storicamente la distinzione si sposta fra la condizione originaria (felicità) e civilizzazione (infelicità). Da qui l’immaginazione si identifica con la poesia e la ragione con la filosofia. La prima trova nella natura il significato di antico e di poesia autentica, la seconda la modernità (filosofia) con l’allontanamento dalla vita. Nasce il primo concetto leopardiano “illusione” che solo la poesia può dare con l’adesione al bene comune. La filosofia invece si identifica con la critica delle illusioni.

La seconda fase del pensiero leopardiano va dal settembre 1821 e in particolare nel 1823 il poeta recanatese realizza lo Zibaldone che ha avuto le prime tracce realizzative nel 1810 fino al compimento nel 1830. Il giovane e poi maturo Leopardi opera in un cantiere aperto e riconosce un valore conoscitivo e immagine collegati fra cose distanti. Non vi è più in lui la distinzione fra filosofo e poeta, ma una identificazione in un uomo che guarda dall’alto in basso, immagine tanto cara a Nietzche. “Sono solo le circostanze a fare un poeta o un filosofo“, scrive Leopardi in una nota dello Zibaldone.

Pensiero moderno

E se due filosofi come il Croce e il De Sanctis hanno disconosciuto la portata filosofica dell’opera leopardiana, un filosofo contemporaneo Emanuele Severino riconosce in Leopardi il più profondo e inquietante interlocutore aperto al pensiero moderno. Leopardi fece sue le idee illuministiche basate sulla Dea Ragione. E a tal proposito scrive Givone “Per Leopardi, in questione non è tanto la luce come principio che restituisce le cose al noto ordine, quanto il principio in base al quale le cose vengono alla luce”.

Una luce quella leopardiana che lascia apparire nel suo riverbero ciò che si nasconde. Un gioco chiaro scurale fra sentimento e ragione, passione e dramma che si ritrova nelle opere di Caravaggio. L’io originario viene innalzato in un cielo, che può perdersi e ritrovarsi. Dunque per Leopardi “il nulla esiste in quanto nulla”. L’essere poco filosofico svilupperà in Leopardi il fascino per la natura, che al termine della sua opera letteraria nella Ginestra, diventerà matrigna.

 

Paolo Montanari 

Foto © Liberiamo, Libriantichionline

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