La ricchezza di tante storie e tanto cinema, tra tenacia e determinazione
Franco Nero, un grande attore di consolidata fama internazionale, una carriera che da sessanta anni lo ha portato a collezionare circa 250 film, in oltre 30 Paesi. Uno sguardo penetrante, capace di conquistare come pochi, che ha interpretato tanti ruoli diversi. L’unione a una tecnica recitativa ha collezionato decine di premi nel Mondo. Avevamo avuto il piacere di intervistarlo, in occasione della pellicola Havana Kyrie, la cui uscita più volte rimandata, è stata in seguito inserita nella piattaforma Rai Play, a causa della pandemia da Covid-19.
Dai premi ricevuti in precedenza all’estero, si preannunciava che anche in Italia avrebbe avuto la sua forte eco. Dalle risposte elargite non stupisce la pubblicazione di questa autobiografia. Franco Nero in “Django e gli altri: Molte storie, una vita“, edito da Rai Libri, si è avvalso del supporto di Lorenzo De Luca, suo fidato sceneggiatore per alcune sue pellicole. Già scrittore di libri sul cinema, nonché di diversi film italiani, stranieri e serie tv.
Il lavoro con molti nomi importanti
Un artista diretto da tanti registi: John Huston, Luis Buñuel, Rainer Werner Fassbinder, Claude Chabrol, Franco Zeffirelli, Pupi Avati e Quentin Tarantino, rendendogli omaggio nel 2012 in “Django Unchained“. In sessant’anni di carriera, non è stato solo il Django, diretto da Sergio Corbucci. Oggi mantiene il suo sguardo penetrante, superando le ottanta primavere.
In “Django e gli altri”, Franco Nero racconta la sua vita tra umili e rispettose origini, tra gioie e dolori, accompagnata da tanta tenacia e determinazione.
Un viaggio dalla fine del Novecento all’inizio del terzo millennio, intriso di vicende professionali e private. In giro per il Mondo con personaggi come Marlon Brando e Paul Newman, chiacchierate con Lawrence Olivier e soprattutto l’unione con la compagna di una vita, Vanessa Redgrave. In tante pagine rende il lettore partecipe di un’età dorata della settima arte. Tra tante grandi e piccole storie di set, nonché le sue vicende private, sa stuzzicare tanta sana curiosità, ed è per questo che abbiamo voluto porgergli altri interrogativi.
L’intervista
“Puoi alzarti molto presto, all’alba, ma il tuo destino si è alzato mezz’ora prima di te”. Con questo proverbio africano, inserito nella pagina che precede il prologo, introduce il libro ma i latini dicevano: “ognuno è artefice del proprio destino”. Quindi per lei non ci sono eccezioni?
«Continuo a credere nel proverbio africano. Quando poi qualcuno fa una cosa, con convinzione, il destino va avanti, continua. Se poi si è destinati come ad esempio, ad andare a cavallo, bisogna in seguito saper andare a cavallo».
Nella sua vita professionale, nonché quella familiare racconta dell’importanza del rapporto con gli animali. Proprio perché lei è anche nonno di cinque nipotini, quanto è importante rapportare i bambini al contatto con un animale?
«È molto importante, i bambini devono essere a contatto con la natura e gli animali. Sotto casa ho un cagnolino, di proprietà del portiere, ogni giorno gli do da mangiare e aspetta che io glielo dia. In campagna ho una gattina, più un cane di un vicino. Anche in questo caso aspettano me affinché gli dia da mangiare, ma tutto ciò l’ho trasmesso anche ai miei nipoti, a mio figlio. Naturalmente animali domestici, se poi mi dice leoni, tigri ecc. il discorso è totalmente diverso».
A 24 anni conosce la donna della sua vita: Vanessa Redgrave. In un’intervista ha dichiarato in proposito: «Le donne interessanti sono molto difficili, ma ne vale la pena. Ritengo sia una meravigliosa dichiarazione nei confronti della sua consorte e verso tutte le donne. Può essere visto come un monito per gli uomini nella conquista di una donna, oggi che si deve essere frenetici anche nella comunicazione?
«Beh, l’uomo deve sempre conquistare. Le donne interessanti sono anche molto difficili, e rapportando con ciò che è successo con Vanessa ne è valsa la pena».
John Huston la scoprì: ci vuole raccontare come avvenne?
«Ero giovanissimo, appena arrivato a Roma, avrò avuto 22 anni, ero ancora sotto il servizio militare, ma in licenza premio. Per sbarcare il lunario prestavo aiuto a un fotografo, Claudio Abate, che aveva lo studio in via Margutta, e fotografava le opere dei pittori. Era un modo per guadagnare qualche lira. Un giorno venne in quello studio un fotografo della produzione De Laurentiis, che quando mi vide mi disse: «Posso farti qualche primo piano?». Questi scatti arrivarono sulla scrivania di John Huston, che disse: «I wanna meet this young man!» [Voglio conoscere questo giovane uomo!]. Organizzarono un incontro all’allora Grand Hotel di Roma. Ricordo che bussai alla porta di questa grande suite e all’interno trovai molte sue collaboratrici. Huston era seduto in scrivania, intento a fumare un bel sigarone, e mi disse: “Undress!” [Spogliati!]».
«Già ero timido, piano piano iniziai a spogliarmi rimasi solo con le mutandine. Insomma voleva vedere il mio corpo, si parlava di Abele, del kolossal, mi esaminò e alla fine mi disse che potevo rivestirmi. Nei giorni successivi vengo a sapere da Abate che Huston mi aveva scelto per impersonare Abele nella Bibbia, contro il parere di De Laurentiis, poiché pensava a Marlon Brando e Paul Newman. Cominciai così a frequentarlo e mi diceva che avevo un fisico non tipico italiano ma dovevo imparare bene l’inglese. Per l’occasione cominciò a essere il mio maestro».
Imparare l’inglese in modo “diverso”
«Mi regalò i dischi di opere di Shakespeare, recitati da grandi attori inglesi, come John Gielgud, Lawrence Olivier, Michael Redgrave, Ralph Richardson. In questo modo studiavo imparando foneticamente, senza conoscerne il significato, con una pronuncia però perfetta, me lo disse anche Huston stesso. De Laurentiis propose di cambiarmi il nome. Il mio originale è Francesco Sparanero e pertanto affermò: «No, tu ti chiamerai Castello Romano!», perché era la via nella quale si trova la De Laurentiis’s studio. Non ero d’accordo, ma poi un signore, un certo Luraschi, della stessa produzione, trovò la soluzione tagliando in Franco Nero. Tutti gli americani, nonché il Mondo intero, potevano ricordarlo più semplicemente».
«Devo molto a John Huston perché quando il regista Joshua Logan stava concretizzando il cast per Camelot, poiché non voleva Richard Burton, Julie Andrews o Robert Goulet, durante una cena a Londra, gli propose dei nomi, come Richard Harris per Re Artù e il sottoscritto per Lancillotto. Quindi mi organizzarono un appuntamento nella capitale inglese. A incontro avvenuto mi disse che fisicamente ero perfetto, l’unico problema era l’inglese un po’ maccheronico e, dati i costi, non poteva rischiare. Ma poi gli dissi di conoscere Shakespeare in inglese, e iniziando a recitarlo, andai avanti per mezz’ora, Logan impazzì e mi disse: “Se tu sai recitare Shakespeare in questo modo, qualche battuta in un film è niente per te”. E così mi scelse».
L’incontro con Quentin Tarantino che ha sancito questo rilancio, con Django Unchained?
«Con Tarantino è una storia molto divertente perché stavo girando un film in Spagna, a Oviedo, e con un bel cast, c’era Francis Mc Donald, moglie di uno dei fratelli Cohen, Polly Walker, Vincent Perez e una giovanissima Penelope Cruz, che interpretava mia figlia. Fu lei che mi disse che l’indomani sarebbe andata al festival di San Sebastian. Al suo ritorno mi rese partecipe del suo incontro con Tarantino, il quale la esortò a combinarne uno per conoscermi. Negli anni successivi in diverse interviste il regista diceva che ero il suo idolo, finché venne a Roma, per presentare “Bastardi senza gloria”, remake del film “Quel maledetto treno blindato” di Enzo G. Castellari. Finalmente avvenne l’incontro in un noto ristorante romano».
Un incontro determinante
«Mi raccontò che a 14 anni, lavorando in un negozio di video, cominciò a conoscere i miei film, comprandoli tutti. Mi ricordò anche delle battute e anche il commento musicale. In seguito andai a New York, per un episodio di Law & Order e lo sceneggiatore, mentre giravamo, mi disse che gli era capitata la sceneggiatura di Quentin Tarantino, dal titolo “Django Unchained“».
«La lessi e pensai che per me non c’era nulla, poiché il protagonista era di colore. Altri personaggi non erano adatti a me. Stranamente, dopo un po’ di tempo, ricevendo una chiamata da Quentin mi disse che stava preparando un film in omaggio a me e a Sergio Corbucci, chiedendomi un bel cameo. Mentendo, non conoscendo la sceneggiatura, proposi l’idea che il Django di colore ogni dieci–quindici minuti avrebbe avuto un flash nel film. La vista di un cavaliere con mantella e cappello neri, per quattro o cinque volte».
«Alla fine questo cavaliere si sarebbe fermato davanti alla macchina da presa e davanti a lui ci sarebbero stati una donna e un bambino di colore. La madre avrebbe detto: “Questo è tuo padre”, che sarei stato io. Quentin rimase in silenzio dall’altra parte del telefono per molto tempo a pensare. Poi rispose che mi avrebbe richiamato. Non lo sentii per più di un mese. Poi, mi disse che quel personaggio non avrebbe funzionato. Aveva già scritto per me il personaggio, un italiano che fa una bella scena in un club, di nome Cleopatra, insieme a Leonardo Di Caprio. Mi propose di vederci a Los Angeles e dopo una colazione di quattro ore fu tutto deciso. Durante la lavorazione ci trovammo molto bene, prese in affitto un cinema, nel quale faceva rivedere alla troupe il Django originale, elogiandomi».
“Django e gli altri” Franco Nero e Lorenzo De Luca: sceneggiatore per altre sue pellicole e coautore del libro, quanto tempo è stato impiegato e come si è creata la sinergia per questo ricco contenuto?
«In genere, in tutta la mia vita sono stato molto discreto, non sono mai apparso molto negli show. Non ho mai voluto rilasciare interviste, perché ho sempre pensato che dell’attore meno se ne sa meglio è; la gente può idolatrarlo sullo schermo. Oggi, tra le pubblicità e i social, si sa tutto di tutti, e allora visto che ho vissuto la mia gioventù vedendo questi grandi attori e sognando, ecco che non mi sentivo di fare nulla del genere. Successe che nel mese di novembre la casa editrice Rai Libri mi contatta e mi lancia l’idea di scrivere un libro su di me».
«Ho riflettuto, e arrivato alla mia età, forse non era male come idea. Anche perché il 99,9% degli italiani, e la gran parte dei cinematografari italiani, non conosce nulla di me all’estero. A questo punto ho chiamato Lorenzo, che ha lavorato con me per trent’anni, e ho pensato che fosse la persona giusta per starmi vicino, anche perché non sono solito scrivere al pc. Ho dovuto sempre dettare anche al telefono. Ci capimmo subito, ci fu sinergia, con lui mi sono sempre trovato bene e così ho pensato fosse perfetto».
Il Villaggio Don Bosco e l’incontro con Don Nello. Come riesce da 56 anni a portare avanti l’ausilio verso quest’opera benefica a Tivoli, nonostante lei spesso è in giro per il Mondo?
«Beh, se non sbaglio ho incontrato il Villaggio nel 1964, nei primi mesi che ero a Roma. Accompagnai Luigi Bazzoni, un regista di Parma, e conobbi Don Nello del Raso. Mi innamorai dell’opera, ma veramente, e gli dissi: “Guarda, ancora non sono nessuno, non ho un centesimo, ma voglio starti vicino tutta la vita, il Villaggio sarà la mia missione“. Così ho mantenuto la promessa e, sono sempre stato vicino alla struttura, collaborando per trovare finanziamenti, facendo di tutto, mi sono anche prostituito, a volte. Questo Villaggio nasce dopo la seconda guerra mondiale e Don Nello del Raso era un cappellano del nostro esercito. Finita la guerra cominciò a prendere questi ragazzi rimasti orfani tra i bombardamenti e li portò in una struttura allora malmessa. Essendo lui un salesiano, ecco perché si chiama Don Bosco, la loro politica si fonda sul fatto che imparino un lavoro».
Un compito molto sentito
«Portando avanti questa filosofia, da una vita lavoro per questo Villaggio, e, come ho affermato, è la mia missione. Ogni volta che sono fuori chiamo, per sapere come va, se c’è bisogno di qualcosa, e in più raccolgo fondi. Perlomeno è una cosa che vedo con i miei occhi, che tocco con mano. Sappiamo che esistono tutte queste organizzazioni simili. Sappiamo che una parte va a buon fine ma poi un’altra se la dividono tutti i componenti. Una volta l’anno, sempre a Tivoli, si svolge uno show, detto il Superspettacolo. Iniziò a condurlo Corrado Mantoni, poi non stando più bene, fu sostituito da Fabrizio Frizzi, grazie a Rita Dalla Chiesa. Ma questo avviene una volta l’anno, io ci sono 365 giorni. Ma comunque chi vuole, può contribuire, per esempio con generi alimentari, qualsiasi cosa va bene, il Villaggio vive anche di carità».
Alessandra Broglia
Foto © Il Giornale d’Italia, Riccardo Ghilardi, Wikipedia, Amazon, Rai, Villaggio Don Bosco













