L’Unione Sovietica si sarebbe potuta riformare nel solco di perestrojka e glasnost. Ma il segretario del PCUS non si rese conto che serviva più tempo
Forse pochi ricordano che i capisaldi della politica di Michail Gorbaciov, morto ieri a Mosca a 91 anni, non furono solo la glasnost (trasparenza) e la perestrojka (ristrutturazione). Ce n’era un terzo, uskorenije (accelerazione), che a mio giudizio ben descrive la politica dell’illustre scomparso e i suoi limiti. Il concetto dell’uskorenije, enunciato dal suo mentore Yuri Andropov già nel 1982, era stato adottato dallo stesso Gorbaciov nell’aprile 1985, un mese dopo l’arrivo al Cremlino, quasi un anno prima che l’allora segretario del PCUS presentasse la glasnost e la perestrojka.
Uskorenije: accelerare, fare presto
Accelerare, fare presto. Era questa una convinzione di Gorbaciov, e in effetti se si osserva l’arco temporale della sua parabola (appena sei anni e otto mesi), tutti gli eventi che poi portarono alla dissoluzione dell’URSS furono estremamente rapidi. Ma la fretta fu la peggior consigliera per quell’ambizioso giurista figlio di contadini, asceso ai vertici dello Stato sovietico in tempi record. E i risultati di questa accelerazione improvvisa furono per lo più inattesi. E spesso non graditi.
Gorbaciov era convinto di ciò che faceva, ma non si rese conto che per “ristrutturare” lo Stato e la società sovietica occorreva molto tempo. La liberazione della parola attraverso la glasnost e l’attuazione di ambiziose, quanto confuse, riforme politiche ed economiche tramite la perestrojka erano due obiettivi che avrebbero potuto essere raggiunti in URSS. Ma l’errore commesso fu quello di perseguirli contemporaneamente e velocemente. Sottoporre l’azione di Governo al giudizio dell’opinione pubblica è un principio cardine di una moderna democrazia liberale: cosa che l’Unione Sovietica non era, e tantomeno aveva mai conosciuto il concetto di opinione pubblica. Poteva la parola improvvisamente liberata contribuire al successo della perestrojka o ne avrebbe comportato il fallimento?
Politburo diviso a metà
Probabilmente Gorbaciov si pose questo quesito amletico nella primavera 1988, dopo la pubblicazione sul giornale Sovetskaja Rossija del saggio “Non posso sacrificare i miei principi”, a firma della esponente comunista Nina Andreeva, nel quale la politica riformista del segretario generale veniva accusata di tradire i principi sovietici.
Quando Gorbaciov chiese ai membri del Politburo di approvare una risposta ufficiale alle accuse, comprese che molti di essi erano d’accordo con le idee della Andreeva. Anni dopo, ammise di aver costretto questi ultimi a sottoscrivere un documento ufficiale di replica (che poi la Pravda pubblicò in aprile), in modo da trasmettere all’esterno un messaggio di compattezza del Politburo che in realtà già mancava.
L’ “Affare Nina Andreeva” fu il punto più alto della parabola gorbacioviana: mai in Unione Sovietica un anonimo membro del Partito aveva potuto criticare liberamente il segretario generale senza patire conseguenze. E sicuramente fu il segno che la glasnost stava iniziando ad attecchire nella società. Ma contemporaneamente ne evidenziò i limiti, proprio perchè i critici all’interno del vertice del PCUS erano stati messi a tacere. Di fatto, quello scontro ideologico segnò l’iniziò del tramonto di Gorbaciov.
Benefici soprattutto per l’Europa
Da quel momento in poi, risultati concreti si sarebbero visti solo in politica estera, con il disarmo nucleare, la “Casa comune europea”, la fine della dottrina della sovranità limitata in Europa Orientale, il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan, lo storico incontro con Papa Giovanni Paolo II.
Ma in quella interna, la politica di Gorbaciov fu tutto uno zigzagare, una serie continua di stop and go, una costante ricerca di compromesso tra i riformisti e i conservatori, mentre preoccupanti crepe iniziavano a notarsi nei vari angoli dell’URSS (dall’Ucraina alle Repubbliche Baltiche, dal Caucaso all’Asia centrale sovietica), dove la parola liberata dalla glasnost aveva dato voce alle forze più nazionaliste e centrifughe.
Nel 1990 viene insignito con il Nobel per la Pace, ma fu il canto del cigno. La Storia stava per subire l’ennesima uskorenkje: il 1991 si aprì con la svolta conservatrice e gli spetsnaz che assaltarono il Parlamento ribelle a Vilnius, in Lituania. Di lì a poco, i fedelissimi alleati riformisti Aleksandr Jakovlev e Eduard Shevarnandze, da sempre al fianco di Gorbaciov, lo abbandonaro in disaccordo, e a lui non rimase altro che rifugiarsi tra le braccia dell’ala conservatrice del Partito, quella dei vari Janaev, Krjuckov, Pugo e Jazov, che nel mese di agosto metteranno in atto contro di lui uno scalcinato golpe, fallito subito, che altro non otterrà se non un’ulteriore accelerazione degli eventi.
L’inizio della fine
Il Gorbaciov che scende la scaletta del jet dell’Aeroflot che lo aveva riportato a Mosca è un uomo finito politicamente. Glielo si legge in faccia.
Il nuovo zar è Boris Eltsin, che senza troppi complimenti a dicembre gli darà lo sfratto dal Cremlino, siglando assieme all’ucraino Kuchma e al bielorusso Suskevic (ironia della sorte, scomparsi entrambi pochi mesi fa) la dissoluzione dell’URSS.
L’ultima immagine di Michail Sergeevic Gorbaciov, in veste di leader, è quella trasmessa dalle TV di tutto il Mondo la sera del 25 dicembre 1991. La sera in cui annuncia le sue dimissioni, rivendicando risultati e attaccando Eltsin e gli altri leader sovietici per l’uskorenije, l’ultima, con cui avevano deciso di disfarsi dell’Unione Sovietica e di lui. E quel gesto finale, di chiudere la cartellina contenente i fogli del discorso come a chiudere simbolicamente 74 anni di Storia. Mentre pochi metri sopra la sua testa, la bandiera rossa con falce e martello veniva ammainata per sempre.
Alessandro Ronga
Foto © TgCom24, Quora, Russia Beyond,













