Mariagrazia Villa: «Comunicare bene fa stare bene, vi spiego perché»

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Mariagrazia Villa

«Credo che abbiamo perso il valore relazionale della comunicazione: tendiamo a interpretarla come uno “scambio di informazioni di servizio”»

L’etica è la prima competenza che chiunque comunichi, soprattutto nell’ambito di una professione digitale, dovrebbe possedere. Svilupparla conferisce un fondamentale vantaggio professionale, non solo personale. Il segreto per accrescerla? Allenamento, allenamento, allenamento.

A spiegarlo la giornalista, autrice e docente di “Etica e deontologia ed Etica e media” allo IUSVE di Venezia e Verona Mariagrazia Villa, attraverso le 314 pagine di “Ethics GymAlleniamo l’etica della comunicazione” pubblicato con FrancoAngeli per la collana Professioni digitali.

Introdotto dalla prefazione di Barbara Reverberi, LinkedIn Italia Top Voice 2022 e fondatrice di Freelance Network Italia, il saggio racconta che cosa sia oggi la comunicazione e come si possa compiere una riflessione morale su di essa, e fornisce degli esercizi concreti per allenare quotidianamente l’etica nel proprio agire comunicativo.

Mariagrazia, l’etica è la tua materia anche in ambito accademico e te ne fai portavoce ogni giorno, ma da dove nasce l’esigenza di dedicarle un intero libro?

«L’esigenza di dedicare un intero libro all’etica della comunicazione nasce sia dalla constatazione della sua rilevanza sia dal riconoscimento di alcune mancanze a livello culturale. Da un lato, oggi l’etica nel nostro agire comunicativo è una priorità, non un’opzione, e sempre più professionisti e organizzazioni, tra cui le aziende, se ne stanno rendendo conto. Dall’altro, manca una dimensione etica consolidata, un codice di convivenza civile, soprattutto nella comunicazione digitale, sia a livello individuale che di “inconscio connettivo”».

«Inoltre, manca la capacità di dialogare e di gestire le emozioni, caratterizzata da un significativo aumento dell’aggressività e della violenza verbale, con attacchi, delazioni, offese, insulti e minacce. Quindi, mancano un’educazione e un’alfabetizzazione alla verità, da parte tanto di chi comunica quanto del pubblico, con la conseguenza di un proliferare di false notizie con un impatto sociale, politico ed economico di portata globale. Infine, mancano, sul versante italiano, libri dedicati all’allenamento dell’etica della comunicazione, che sappiano unire un approccio teorico a uno pratico, creativo e ludico».

“Comunicare bene fa stare bene”, si legge nella prefazione. Cosa è la comunicazione oggi e cosa, a tuo avviso, abbiamo perso e guadagnato nell’atto comunicativo?

«Per me comunicare bene fa stare bene perché vuol dire essere in grado di costruire uno spazio comune di relazione con l’interlocutore, all’interno del quale l’altro si senta in una dimensione protetta e al sicuro, con l’obiettivo di scambiarsi doni reciproci nella prospettiva di una intesa. Non è, insomma, un mero trasferimento di informazioni da A a B, ma un processo circolare di scambio in cui ognuno comunica e riceve comunicazione e dove si stabilisce un legame. Oggi, credo che abbiamo perso il valore relazionale della comunicazione: tendiamo a interpretarla come uno “scambio di informazioni di servizio” e non come l’apertura verso una persona che desideriamo incontrare e conoscere, e con la quale dialogare e confrontarci».

«Cosa abbiamo guadagnato? Il fatto che oggi si sta ragionando molto sull’agire comunicativo, a vari livelli: se prima comunicare era ritenuto un atto spontaneo, della cui qualità, anche morale, nessuno si preoccupava più di tanto, ora siamo tutti più coscienti che una buona comunicazione può fare la differenza, in termini di efficacia personale e di capacità di instaurare relazioni più empatiche, potenti e durature con gli altri».

In ambito giornalistico, dove si comunica soprattutto per informare, scorgi differenze tra il panorama nazionale e quello estero?

Mariagrazia Villa«Ho appena terminato di scrivere, insieme all’amica e collega giornalista Assunta Corbo, un libro sul giornalismo costruttivo e delle soluzioni. Ecco, in un capitolo analizzo la situazione italiana: sostanzialmente, abbiamo a che fare con media che, per un verso, danno solo brutte notizie (giornalismo negativo) oppure raccontano fatti e fenomeni, come se fossero esclusivamente da disapprovare (giornalismo ipercritico); per un altro verso, danno solo buone notizie (giornalismo positivo) oppure caldeggiano eventi, cose e persone con il megafono (giornalismo promozionale). Ritengo che nessuno di questi approcci contribuisca a elevare il dibattito pubblico e a svolgere un reale servizio alle persone».

«Naturalmente, esistono anche progetti giornalistici, per esempio Slow News, che lavorano per approfondire le notizie con un approccio obiettivo ed evolutivo e per migliorare la consapevolezza delle persone rispetto alla realtà. All’estero, c’è indubbiamente una maggiore tradizione verso l’essere imparziali e credibili nel fare informazione: più autonomia del giornalista rispetto ai poteri forti, più verifica dei fatti prima della pubblicazione, più media literacy da parte del pubblico».

“Per narrare l’innovazione ci vuole cuore”. Quali sono gli altri “muscoli” da allenare?

«Nel libro parlo di “etica delle 5 R”. Di tutti gli innumerevoli muscoli della coscienza che possiamo allenare, quelli più importanti, a mio avviso, sono: il riconoscimento, il rispetto, la relazione, la reciprocità e la responsabilità. Per comunicare in modo moralmente qualificato, occorre riconoscere se stessi e soprattutto l’altro come persona e, dunque, impegnarci a non rinunciare a noi ma, nel contempo, evitare di ridurre il Mondo alle nostre visioni, persuasioni, credenze. Il riconoscimento porta al rispetto di sé e dell’interlocutore, ossia all’avere riguardo per noi e per gli altri, negli atteggiamenti e nei comportamenti, astenendoci da atti offensivi o lesivi».

«La relazione è lo scopo di ogni comunicazione e, dunque, il muscolo etico più rilevante: è legato alla capacità di entrare in empatia con l’altro, senza la quale non è possibile aprire, mantenere e sviluppare un reale legame comunicativo. L’essere reciproci significa, per me, comunicare con gli altri come gli altri vorrebbero che noi comunicassimo con loro, anche nel caso in cui loro non stiano comunicando con noi come vorremmo che facessero. Infine, l’apparato muscolare delle 5 R ha bisogno della responsabilità che, soprattutto in questo momento storico, vedo connessa alla diffusione di messaggi di inclusione, che non discriminano, verso tutti coloro che risultano ancora esclusi dalla sfera della nostra considerazione morale: le generazioni future, l’ambiente e i tanti gruppi sociali che rischiano di patire il peso delle nostre azioni comunicative».

Il paradigma digitale ha aperto, quindi, opportunità straordinarie. In chiusura, come possiamo davvero fare la differenza noi addetti alla comunicazione diventando fonte di ispirazione per tanti?

«Credo che noi, che comunichiamo per professione, abbiamo il dovere morale di praticare una comunicazione più buona, giusta e virtuosa e di essere fonte di ispirazione ed esempio per gli altri. L’etica è un valore fragile, relativo e sfuggente: per questo, va tenuto costantemente in esercizio. Il mio libro nasce proprio con due obiettivi: far riflettere sul valore del comunicare bene e fornire una serie di esercizi concreti, da praticare individualmente o in gruppo, per addestrarsi quotidianamente. Si va dagli esercizi della filosofia antica a proposte che provengono dalla metodologia del coaching, a giochi da tavolo rivisti in chiave etica. Ogni allenamento apporta notevoli benefici a chi comunica, al processo comunicativo e all’interlocutore. E regala la partecipazione a Olimpiadi dove non si può che vincere».

 

Lisa Bernardini

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