Ermanno Olmi, il regista artigiano

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Olmi

Dal concetto di fabbrica alla scuola di Asiago riuscirà a muoversi con libertà rappresentativa e a raccontare dall’interno il lavoro operaio

Il regista italiano, artigiano e didatta Ermanno Olmi ha avuto la possibilità di incontrare, nella sua prima fase documentarista alla Edison, Parise e Pasolini. Inoltre nel collaborare con loro ha aperto a tutte le tecniche del processo realizzativo, dall’ideazione alle riprese e al montaggio. La fabbrica per Olmi è stata il suo banco di prova per intraprendere la carriera cinematografica. Dietro di lui due importanti scuole, quella del documentarismo civile americano (Flaherty) e il metodo rosselliniano. Con le opere documentaristiche per la televisione Olmi apprende da queste due scuole e diviene osservatore degli aspetti comuni della vita. Così rintraccia, nei gesti quotidiani, i valori assoluti.

Negli anni in cui la fabbrica e la trasformazione dell’assetto industriale del Paese non trovarono un immediato riscontro nel cinema, quanto piuttosto una rappresentazione metonimica e in negativo, Olmi fu in grado di raccontare vicende che hanno coinvolto il suo vissuto personale.

Quando Lizzani, Visconti e Scola vedranno negarsi l’accesso alla fabbrica, Olmi riuscirà a muoversi con assoluta libertà rappresentativa e a raccontare dall’interno il lavoro operaio offrendo una testimonianza diretta così forte e significativa da costituire, oggi, una fonte indispensabile degna di misurarsi con le opere letterarie e poetiche di Ottieri, Volponi. Olmi ha l’esatta percezione di cosa succede nella trasformazione dei gesti del contadino che diventa operaio, della rivoluzione epocale, che in pochi anni travolse un mondo la cui velocità di trasformazione è stata costante per secoli. Nessuno prima si era spinto a interrogarsi sulla trasformazione antropologica nei gesti dell’italiano popolare che viene sbalzato da una civiltà agricola a quella industriale.

“Il tempo si è fermato” (1961)

Con il lungometraggio “Il tempo si è fermato” Olmi affronta il tema della caduta dell’incomprensione e della diffidenza tra il lavoratore e l’intellettuale e ci viene raccontata in termini essenzialmente visivi, in un paesaggio che muta di continuo. Se in Pasolini si sente la fisicità del rapporto, in Olmi tra lo sguardo, i volti e i corpi dei ragazzi di vita, i processi comunicativi sono indiretti. Il suo cinema è ipotetico nel senso che fa passare sotto la pelle del personaggio.

Anche nei successivi film “Posto” (1962) e “I fidanzati“, Olmi riuscì a esplorare senza dichiarati supporti ideologici o intenzioni di denuncia, o scopi illocutivi o moraleggianti, un insieme di comportamenti comuni. Rispetto ad Antonioni, che parte dall’alienazione intellettuale e crisi della borghesia, in Olmi si parte dall’alienazione del mondo operaio, dalla materialità del lavoro, delle operazioni e delle attività esecutive, dalla chiusura dell’esistenza entro un orizzonte sempre eguale.

“Un certo giorno” e “La circostanza”

In questi due film si sviluppa la fenomenologia dell’alienazione quotidiana in soggetti che occupano ruoli diversi nell’organigramma lavorativo. In parallelo con “Il tempo si è fermato” fino a all'”Albero degli zoccoli”, Olmi riuscì anche a far vedere come attraverso il lavoro si possa recuperare il senso dei rapporti umani, affettivi e sociali.

Sono film che vanno dal 1968 al 1974. In questi si accentua lo smarrimento dei valori umanistici in un mondo dominato dalla legge del profitto e pianificazione tecnologica. Nel cinema di Olmi, oltre alla civiltà contadina, il lavoro è visto nella dimensione reale e al tempo stesso eroica, vissuto come destino, come dignità, come valore e l’etica del lavoro trova una comunanza con i testi evangelici.

La concezione della fabbrica nella narrazione di Paolo Volponi

Il confronto fra letteratura e industria per Volponi, assume un significato più ampio
ed è contraddittorio. Olmi “La letteratura ha l’obbligo nei confronti dei temi ai quali si rivolge, mentre l’industria italiana deve inventare, penetrare all’interno delle sensazioni, delle emozioni e scoprire la realtà di certi mondi”. La vita di progettazione all’Olivetti di Volponi, che condivise con Giudici, Musatti, Fortini, Gallino e Pasolini fu illusione e disillusione. La delusione arrivò fra il 1973 e il 1975, quando lo scrittore urbinate subì due espulsioni dall’obiettivo e dalla Fiat. Dalla morte di Adriano Olivetti, la macchina industriale per Volponi divenne futile e barbara.

 

Paolo Montanari

Foto © Mymovies, Cineteca Milano, 900 letterario

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