L’Amazzonia a Piombino

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Piombino

Alla scoperta dei volti di una comunità dell’Ecuador che si presenta al Mondo come “i difensori della foresta”

Pierre Bayle, giornalista francese, oggi pensionato, vive parte dell’anno a Piombino. Durante numerosi viaggi nella parte occidentale della foresta amazzonica, ha incontrato varie comunità come gli Huaorani, gli Sapara, gli Shuar e gli Achuar. Di quest’ultima se ne è innamorato, tornandoci quattro volte, e si è impegnato con loro a farli conoscere a chi vuole scoprire l’anima della foresta.

Lo abbiamo intervistato una calda serata di questo caldo luglio davanti alle sue foto in una mostra da lui organizzata con il patrocinio del Comune di Piombino a Palazzo Appiani accanto a quella straordinaria terrazza sul mare che è Piazza Bovio. 

Pierre questa mostra a Palazzo Appiani è insolita: come mai foto della foresta amazzonica a Piombino?

Il caldo che sentiamo in questo momento in Italia è ovviamente legato all’indebolimento del polmone amazzonico, alla deforestazione di milioni di ettari di bosco contro la quale si battono queste coraggiose comunità dei vari Paesi amazzonici e non soltanto in Brasile, come gli Achuar di Napurak in Ecuador. La distanza è soltanto geografica, ma oggi la deteriorazione del clima del Pianeta ci coinvolge ugualmente tutti.

E loro dunque cosa fanno per resistere a questa deforestazione e salvaguardare la loro “selva”?

Tentano di vietare l’accesso delle loro zone, come la maggioranza delle comunità indigene dell’Ecuador, ai boscaioli, alle società miniere, ai prospettori di petrolio. Certe comunità, come gli Huaorani più a nord sui fiumi Coca e Napo, combattono facendo cause davanti ai tribunali, contro le compagnie e contro lo Stato. E lottano non più con lance e frecce ma con avvocati. A Napurak, hanno di nuovo deciso quest’anno di rifiutare l’arrivo della strada, malgrado i vantaggi che porterebbe l’accesso alle Città vicine. Oggi ci si arriva camminando tre giorni, o con uno di quei piccoli aerei che sorvolano la foresta. E tuttora non hanno né elettricità, né telefono, né Internet.

E come ci sei arrivato, in quel posto?

Napurak non esiste sulle piantine, sulle carte geografiche, e neanche su Google maps. La comunità è giovane, appena vent’anni, ed è stata creata da un paio di famiglie uscite da una altra comunità, Wampuik, diventata troppo numerosa se si pensa che vivono della foresta, Piombinocaccia pesca e qualche cultura di verdura. Oggi sono una ottantina di persone, con maggioranza di giovani e bambini. La mia fortuna è stata di scoprirne l’esistenza attraverso un bellissimo libro illustrato scritto e disegnato da un antropologo francese, Sandro Pignocchi, discepolo di Philippe Descola, specialista degli Achuar e lui stesso discepolo di Claude Lévi-Strauss. Vedendo il mio interesse ha proposto di farmi scoprire questo paradiso nascosto, sulla riva del grande fiume Pastaza.

Sulle foto si vedono uomini dal viso dipinto, e anche qualche giovane, sono pitture di guerra?

No, oramai questi discendenti dei temibili Jivaros, cacciatori nomadi che andavano a rubare le mogli degli altri gruppi tagliando poi la testa dei loro avversari, con vendette che non finivano, ora sono pacifici e sedentarizzati. Questa è l’opera recente dei Salesiani, che negli anni ’50 hanno penetrato queste foreste remote pacificandole e organizzandole in villaggi con scuola e cappella. Il gruppo etnico-culturale degli Jivaros raggruppa oggi gli Achuar (5.000), gli Shuar (40.000), gli Shiwiar (700) nell’Ecuador, gli Awajun o Aguarunas (45.000) et gli Huampi (5.500) nel Perù, a cavallo sulla frontiera. Le pitture sono lo stemma di ogni famiglia, trasmesso da padre a figlio, e sono legate a un totem: giaguaro, aquila, serpente e altri animali della giungla. A differenza di altre comunità, a Napurak si dipingono la mattina con una tinta vegetale che lavano la sera, e ripetono l’operazione l’indomani.      

Come si trasmettono queste tradizioni?  

Loro ne sono molto fieri, le insegnano ai figli, e sono felici di farle scoprire a chi viene a visitarli senza spirito di dominazione. Anzi, vorrebbero sviluppare un turismoecoresponsabile” per far conoscere le loro tecniche di caccia alla lancia o alla cerbottana, la loro incredibile conoscenza delle piante medicinali, la raffinatezza del loro artigianato ancestrale. Tanti tesori da scoprire a chi vorrà andare a vederli!

 

Cecilia Sandroni 

Foto © Pierre Bayle

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