La modernità della pittura e il rapporto con la civiltà rinascimentale urbinate del grande artista
La mostra “Giorgio Vasari. Il Teatro delle Virtu” a cura di Cristina Acidini con Alessandra Baroni in corso fino al 2 febbraio 2025 alla Galleria Comunale d’Arte Contemporanea e Sala Sant’Ignazio di Arezzo, vuole essere una riscoperta del grande artista famoso non solo per avere scritto “Le vite” dei grandi pittori, ma a sua volta inserito magistralmente nel percorso artistico del Cinquecento.
In una lettera datata 10 maggio 1548, Annibal Caro esprime a Giorgio Vasari il desiderio d’entrare in possesso d’una sua opera, sollecitando una certa rapidità, perché convinto sostenitore che le cose nate dal furore, inteso come impulso poetico, siano quelle meglio riuscite, sia per la pittura che per la poesia, tanto che lo definisce: «voi siete così poeta come pittore». Questo è, appunto, il senso oraziano della mostra aretina, per ricordare i 450 anni dalla morte del Vasari, figlio illustre insieme a Piero della Francesca, della vicina San Sepolcro. Una figura ben più complessa quella del Vasari, rispetto agli occhi di un pubblico attento, ma che non ha spesso approfondito la sua personalità. A iniziare con la cultura toscana e marchigiana di quel Palazzo Ducale di Urbino che fu cenacolo di artisti anche dal resto d’Europa.
Vasari e la modernità
Come potremmo immaginarlo oggi? Un regista cinematografico? Ma la sua pittura, che nel discorso pubblico culturale non è la più rilevante, sarebbe trasformata dalla fotografia. Certamente un regista visionario e animatore del dibattito culturale, che partecipa a quelli
televisivi e scrive sui giornali. E si, se pensiamo che “Le vite”, sono biografie cronachistiche che dedicò a grandi pittori come Raffaello Sanzio, Michelangelo e Leonardo Da Vinci, possiamo fare un parallelismo lontano con la nostra cultura mediatica. Ma in realtà l’uomo del Cinquecento non viveva in un sistema di codificazione teorica delle arti visive, come la intendiamo oggi: pittura, scultura e architettura erano le “arti ingegnose manuali”, come il Vasari le definì nella Vita di Giovanni Antonio Sogliani. Le arti del disegno che rientravano nel concetto di arti liberali del Cinquecento. E nei “Ragionamenti scriveva che “la pittura e la poesia usano come sorelle i medesimi termini”.
La maturità artistica
Giorgio Vasari arrivò a formalizzare la propria idea già all’inizio della sua attività pittorica. Pensiamo al “Ritratto del duca Alessandro De’ Medici“, dove l’armatura lucente è la metafora dello “specchio del principe”, che, come nel caso del Duca del Montefeltro permetteva al suo popolo di specchiarsi in lui nelle azioni di vita. Poi il simbolismo della pace e un panno rosso che allude al sangue sparso.
Dunque la mostra di Arezzo evidenzia la capacità d’elaborare da parte del Vasari, iconografie inedite, lui grande teorico del suo tempo. “Le tentazioni di San Girolamo“, altra opera di formazione, sono prestiti degli Uffizi di Firenze, che insieme a “Allegoria della pazienza“, evidenziano motivi sacri, profani e iconografici nati a tavolino, con la partecipazione di Michelangelo e Annibal Caro. La pazienza viene resa dal Vasari come una donna nuda, a braccia conserte e qui vi è una citazione al “Giudizio Universale” di Michelangelo e la citazione letteraria di Annibal Caro “diuturna tolerantia”.
“Apoteosi della virtù”
Le allegorie sono centrali nella produzione artistica del Vasari, dopo il capitolo sulla Chimera di Arezzo riportata in Città il 15 novembre 1553. Il rapporto con Cosimo de’ Medici è prolifico e si concretizza nella elaborazione del “Teatro delle virtù“. La curatrice della
mostra Acidini a questo proposito scrive che “Vasari nella sua pittura riversasse infinite e sottilissime citazioni tratte da un mondo di simboli noti, meno noti, peregrini e rari, componendo immagini cariche di significati allegorici”. Ma tutto ciò per lungo tempo è stata un’azione di disturbo per gli stessi studiosi e solo le ricerche recenti basate sulle interpretazioni dei suoi apparati visuali e del complesso di riferimenti, citazioni letterarie, implicazioni allegoriche, hanno recuperato il valore della pittura del Vasari, aiutati anche da testi utili come quello del monaco benedettino Vincenzo Borghini che instaurò con lui un solido sodalizio intellettuale.
I rapporti con Federico Zuccari
Nella mostra aretina a conclusione della sezione sulle “Allegorie”, vi è un confronto fra la “Porta Virtutis” di F. Zuccari e la “Calunnia di Apelle” del Vasari, in cui si comprende anche quella fascinazione per il maestro, sul tema delle allegorie, anche se trai due non mancarono diverbi. Neppure l’arte sacra si sottrasse alla continua reinvenzione di simboli e allegorie cui Vasari sottopose le raffigurazioni tradizionali. Dall’allegoria dell’Immacolata concezione alla Crocifissione con la Madonna, san Giovanni e santa Maria Maddalena, in cui riprende il topos d’origine bizantina.
Ultima sezione della mostra, dedicata all’Accademia delle arti del disegno, voluta dal Vasari nel 1563 con l’obiettivo di formare i giovani alla pratica dell’arte e divenuta anche laboratorio delle commesse ducali. Prima accademia formale per artisti della storia e modello per tutte le accademie a venire. La mostra in corso ad Arezzo è la prima che pone l’accento tanto verticale sul processo di costruzione d’immagini e modelli che ha prodotto la maggior parte dei capolavori di Giorgio Vasari.
Paolo Montanari
Foto © It’s Tuscany, Atribune, Musei di Arezzo













