Per gli aborigeni e i Torres Strait Islanders è una ricorrenza di profonda sofferenza dall’invasione del lontano 1788
Il 26 gennaio di ogni anno si celebra l’Australia Day, la festa nazionale degli australiani. È una giornata di festività pubbliche in ogni Stato e territorio del Paese, durante la quale si organizzano concerti, eventi, cerimonie di cittadinanza e celebrazioni in grandi e piccole comunità e città. In Australia è diventato l’evento civile annuale più importante.
Tuttavia, questa festività ha diviso gli abitanti per lungo tempo, e per comprenderne le ragioni bisogna fare un passo indietro nella storia, precisamente al momento in cui l’Australia divenne una colonia britannica. Nel bestseller dello scrittore anglo-australiano David Hill, “1788 The Brutal Truth of the First Fleet” è raccontato molto bene l’inizio della storia del Paese. Il 13 maggio 1787, infatti, una flotta di 11 navi, conosciuta come “First Fleet” (Prima Flotta), fu inviata dall’Amministrazione britannica dall’Inghilterra verso il territorio australiano.
Sotto il comando del capitano della Marina Arthur Phillip, la flotta cercò di stabilire una colonia penale a Botany Bay (dove si trova attualmente l’aeroporto di Sydney) sulla costa del Nuovo Galles del Sud, che era stata esplorata e rivendicata dal tenente James Cook nel 1770. L’insediamento era considerato necessario a causa della perdita delle tredici Colonie in Nord America durante la Rivoluzione americana. La flotta arrivò tra il 18 e il 20 gennaio 1788, ma fu subito evidente che Botany Bay non era adatta.
Speranza e determinazione
Il 21 gennaio, Phillip e alcuni ufficiali si recarono a Port Jackson, a 12 chilometri a nord,
per verificare se fosse una località migliore per un insediamento. Vi rimasero fino al 23 gennaio, quando chiamò il sito del loro approdo Sydney Cove (la zona di Woolloomooloo che si trova nella baia della Città), in onore del segretario di stato per le Colonie, Thomas Townshend, 1° visconte, noto anche come Lord Sydney.
Le navi ritornarono a Botany Bay la sera del 23 gennaio, quando Phillip ordinò di spostare la flotta a Sydney Cove il giorno successivo. Tuttavia, il 24 gennaio una tempesta forte rendeva impossibile lasciare Botany Bay, quindi decisero di aspettare fino al successivo.
Il 25 gennaio, il vento fortissimo soffiava ancora; solo la nave HMS Supply riuscì a uscire, portando Arthur Phillip, alcuni marinai e circa 40 prigionieri, che ancorarono a Sydney Cove nel pomeriggio. Nonostante queste difficoltà, tutte le altre navi riuscirono a lasciare Botany Bay il 26 gennaio. Subito iniziò la bonifica del terreno per l’accampamento. Il capitano, nel suo resoconto, scrisse parole di speranza e celebrazione per l’insediamento in quella che sarebbe diventata la nuova terra chiamata Sydney. La sera del 26, le bandiere furono alzate, segnando l’inizio ufficiale dell’insediamento. Phillip, insieme ad alcuni ufficiali e altre persone, si riunirono per fare un brindisi in onore del re. In queste occasioni, c’era un rituale simbolico che serviva a sollevare il morale e a infondere fiducia nel futuro.
Non per tutti è un giorno di festa
Nel 1818, in occasione del 30° anniversario della fondazione della colonia, il governatore Lachlan Macquarie scelse di riconoscere il giorno con la prima celebrazione ufficiale. Inoltre lo dichiarò come festivo per tutti i lavoratori del Governo, concedendo a ciascuno un extra di “una libbra (450 grammi) di carne fresca” e ordinò un saluto di 30 colpi di cannone a Dawes Point, uno per ogni anno in cui la colonia era esistita. Questa tradizione fu mantenuta anche successivamente.
Le prime celebrazioni dell’Australia Day, tuttavia, non tenevano conto degli indigeni, poiché la creazione e l’organizzazione della colonia britannica avvennero causando ingiustizie nei confronti delle popolazioni aborigene e dei Torres Strait Islanders (gli indigeni delle isole situate tra il nord del Queensland e la Papua Nuova Guinea). Il 26 gennaio rappresenta ancora oggi l’inizio della perdita delle loro terre ancestrali, dello sfruttamento, delle epidemie introdotte dagli europei e di una violenza sistematica che portò alla decimazione della popolazione indigena e alla distruzione delle loro molteplici culture e lingue. Gli aborigeni e i Torres Strait Islanders definiscono il 26 gennaio “Survival Day” o “Invasion Day“.
La prima protesta organizzata contro questa ricorrenza risale al 1938, in occasione del 150° anniversario dell’arrivo della First Fleet. Questa protesta fu guidata dalla Aborigines Progressive Association (APA), un gruppo fondato da William Ferguson e Jack Patten, due importanti attivisti indigeni. La loro iniziativa si concretizzò nel “Day of Mourning“, una giornata di lutto nazionale per richiamare l’attenzione sulle ingiustizie subite dagli aborigeni.
Complessa relazione tra i coloni europei e le popolazioni aborigene australiane
Stuart Macintyre, storico, nel suo libro “A Concise History of Australia”, utilizzando un linguaggio critico e diretto, descrive come l’arrivo dei coloni abbia comportato
l’appropriazione delle terre ancestrali, distruggendo il sistema sociale e culturale degli aborigeni. Sottolinea, anche, episodi specifici di violenza, come il massacro di Myall Creek (nord del Nuovo Galles del Sud) nel 1838, per dimostrare che la brutalità non fosse un’eccezione, ma una parte strutturale dell’espansione coloniale. Inoltre, evidenzia l’impatto devastante delle epidemie di malattie europee, che, combinate con la perdita delle risorse naturali, portarono a un drammatico calo demografico.
Dedica, poi, particolare attenzione alle politiche discriminatorie e alle “Stolen Generations”, evidenziando come la sottrazione sistematica dei bambini aborigeni dalle loro famiglie fosse parte di un progetto più ampio per cancellare la cultura indigena e assimilare forzatamente gli aborigeni nella società bianca. Migliaia di minori furono strappati alle loro famiglie e collocati in istituzioni o famiglie bianche. Privati della loro lingua, delle loro tradizioni e dei legami familiari, con conseguenze devastanti per loro e per le comunità da cui provenivano. I bambini erano inviati in istituti severi, spesso gestiti da organizzazioni religiose, dove molti furono vittime di abusi fisici, psicologici e sessuali. Sono cresciuti senza radici, incapaci di parlare la loro lingua o di comprendere il proprio patrimonio culturale. Questa separazione forzata non distrusse solo la vita di singoli individui, ma devastò intere comunità, minandone la coesione sociale e spirituale.
Gli effetti di queste politiche sono visibili ancora oggi, con molti discendenti delle “Stolen Generations” che soffrono di alti tassi di povertà, malattie mentali, dipendenza da sostanze e disoccupazione.
Storiografia
Manning Clark, nella sua opera “A History of Australia”, adotta un tono più narrativo e meno esplicito. Pur affrontando la violenza e il genocidio culturale, lo fa con un approccio che riflette la sensibilità storiografica del suo tempo. Descrive i primi contatti tra aborigeni e coloni come incontri caratterizzati da incomprensioni e pregiudizi profondi. Racconta le resistenze indigene e mostra come queste fossero sistematicamente schiacciate dalla forza e dalla tecnologia superiore dei coloni. Critica l’idea romantica della colonizzazione come processo pacifico e civilizzatore, mostrando invece come fosse intrinsecamente violento e oppressivo. Inoltre riconosce la sofferenza inflitta agli aborigeni e la difficoltà di coesistenza tra le due culture in un contesto di dominio e discriminazione.
Le politiche di assimilazione, analizzate da entrambi gli storici, rappresentano uno dei momenti più drammatici di questa storia. Ancora oggi molti indigeni australiani chiedono il cambiamento della data per festeggiare l’Australia Day, o almeno la modifica del significato, ricordando gli orrori che hanno subito le popolazioni indigene.
Un giorno triste
Il noto giornalista aborigeno australiano, Stan Grant, nel suo libro “Australia Day” e in parte del libro “The Queen is Dead”, esplora l’impatto emotivo e psicologico di questa data
sugli indigeni, evidenziando come segni l’inizio di una lunga storia di espropriazione e violenza. Critica l’idea che questa celebrazione possa unire il Paese, poiché è radicata nella distruzione delle culture indigene. Sostiene che la data dovrebbe essere modificata o spostata per riconoscere meglio le esperienze delle Prime Nazioni e sollecita un cambiamento sistemico per includere le voci indigene.
Anche lo scrittore aborigeno, Bruce Pascoe, autore di “Dark Emu”, mette in discussione la narrazione storica tradizionale dell’Australia, criticando la celebrazione dell’arrivo dei coloni britannici come un momento positivo. Secondo lui, il 26 gennaio rappresenta un giorno di “invasione” che segna l’inizio di ingiustizie per gli aborigeni e i popoli delle Isole Torres Strait, e la continua celebrazione di questa data rifiuta di affrontare la realtà della colonizzazione. Propone di cambiare la data per trasformarla in un giorno di riflessione collettiva, in cui tutti gli australiani possano riconoscere il passato e lavorare per un futuro più inclusivo.
Una proposta inclusiva
Ci sono anche famosi indigeni che sono a favore dei festeggiamenti dell’Australia Day, come il leader Noel Pearson, che riconosce le complessità del 26 gennaio, rappresentando sia dolore per gli australiani indigeni sia celebrazione per molti altri. Pur non opponendosi apertamente alla giornata, Pearson sostiene un approccio più inclusivo che riconosca sia la storia indigena che la narrazione nazionale più ampia. Ha proposto idee come l’istituzione di due giornate nazionali (25 e 26 gennaio) per onorare sia il patrimonio indigeno sia l’identità multiculturale dell’Australia, cercando di promuovere unità e rispetto reciproco.
L’ex politico indigeno Nyunggai Warren Stephen Mundine ha espresso opinioni diverse riguardo all’Australia Day nel corso degli anni. Nel 2018, pur sostenendo il cambiamento della data dal 26 gennaio, ha criticato l’abuso verbale presente nel dibattito, affermando che «tutto questo deve finire» e sottolineando l’importanza di affrontare questioni più urgenti per le comunità indigene, come disoccupazione, salute ed educazione. Tuttavia, in dichiarazioni più recenti, ha criticato coloro che si oppongono alle celebrazioni, definendoli «perdenti e odiatori» e affermando che «gli australiani vogliono celebrare questo grande Paese».
Grande coraggio
Con il passare degli anni, c’è una crescente consapevolezza sui festeggiamenti dell’Australia Day, e il suo significato si sta evolvendo. È diventato un momento di riflessione su tutto ciò che ha definito l’Australia: il suo passato, la sua identità attuale come Nazione e ciò che aspira a diventare. Questa giornata invita a guardare indietro con sincerità, riconoscendo che affrontare e comprendere il passato è fondamentale per costruire un futuro più forte e unito. È anche un’occasione per rispettare e celebrare la straordinaria resilienza e cultura degli aborigeni e dei popoli Torres Strait Islanders, che hanno mantenuto viva una tradizione di oltre 65.000 anni.
L’Australia Day offre inoltre l’opportunità di onorare le storie e i sacrifici di tutti coloro che, con lavoro e impegno, hanno contribuito a costruire i valori e le libertà che oggi sono apprezzati.
Pensiamo al grande gesto coraggioso dell’allora rimo ministro Kevin Rudd, ora ambasciatore per l’Australia negli Usa, quando il 13 febbraio 2008 pronunciò un’importante discorso di scuse e richieste di perdono nei confronti dei popoli aborigeni e dei Torres Strait Islanders per le “Stolen Generations”. Questo gesto ha permesso all’Australia di riscoprire se stessa e le sue radici. La Regina Elisabetta II non ha mai espresso scuse ufficiali nei confronti delle popolazioni indigene, ma durante una visita ufficiale in Australia nel 1999 espresse dispiacere per le difficoltà e le sofferenze vissute dalle popolazioni durante il periodo coloniale.
Identità collettiva
Pensiamo anche alla canzone “We Are Australian” scritta da Bruce Woodley dei The Seekers e Dobe Newton dei The Bushwackers che esprime l’identità diversificata e inclusiva dell’Australia. Il messaggio della canzone è di unità nazionale, orgoglio e sogni condivisi. La ripetuta frase “I am, you are, we are Australian” serve da promemoria di questa identità collettiva.
Giovanni Maria Pontieri
Foto © Cultural Infusion, Parramatta History and Heritage, News.com.au, The West Australian, The Guardian













