“Guerra” alla burocrazia e non si faranno prigionieri. Musk docet

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Con le sue complessità di norme, leggi, cavilli, iter amministrativi la burocrazia uccide la Nazione nel suo ideale capitalista e innovatore

Potremmo iniziare questo articolo parafrasando la famosa frase di Carl Marx: “Tartassati e schiavi della burocrazia unitevi, la liberazione dalle catene dello Stato è vicina”. Una frase forte, ma non più utopica come poteva sembrare solo qualche anno fa. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e il suo sodale Elon Musk, futuro supervisore ai tagli della burocrazia, una scelta, secondo molti, non più procrastinabile, almeno per la nuova gestione Usa che vedono gli apparati amministrativi come un male assoluto a cui dichiarare una guerra senza quartiere. Il motivo di tanta violenza? Con la loro complessità di norme, leggi, cavilli, iter amministrativi uccidono la Nazione nel suo ideale capitalista e innovatore e non solo negli Usa.

Ogni anno gli Stati chiedono sacrifici ai loro cittadini che obtorto collo ubbidiscono e, secondo la narrativa corrente, lo stesso Stato scialacqua cifre immense in disservizi, malgoverno e ahimè corruzione. Musk ha deciso di dare a tutto questo un taglio netto, a una burocrazia che soffoca la libera iniziativa attuando una serie di riforme per snellire oltre le procedure anche un personale spesso obsoleto e di scarsa qualità.

Non è una novità

Sinceramente ci hanno provati in tanti anche da noi in Italia con risultati assai scarsi per non dire nulli. Il mostro burocratico come nel mito della Medusa in Edipo, ha cento teste e più ne tagli e più ricrescono. Forse l’innovatore sudafricano che manda su Marte i suoi missili riuscirà a mandare almeno sulla Luna la burocrazia? Bisogna solo aspettare qualche anno. Intanto il problema non è certo solo americano, ma ci riguarda tutti da vicino.

Chiun­que debba ge­sti­re il bi­lan­cio per la pro­pria fa­mi­glia sa quan­to sia dif­fi­ci­le e quan­ti sal­ti mor­ta­li, an­che tri­pli, deve fare per far qua­dra­re i con­ti per non spen­de­re ol­tre le pro­prie en­tra­te con il ri­schio di non riu­sci­re a pa­ga­re i cre­di­to­ri e an­da­re, come si dice, in de­fault. Dunque la ge­stio­ne, al­me­no sul­la car­ta, di una fa­mi­glia con la clas­si­ca te­sta sul col­lo, che do­vreb­be es­se­re ri­por­ta­ta su sca­la na­zio­na­le an­che nel­le no­stre po­li­ti­che fi­nan­zia­rie. Pur­trop­po, le cose non sono pro­prio così. Per gestire questa montagna di soldi lo Stato si serve della Pubblica amministrazione, la famosa burocrazia.

Per ogni ita­lia­no, in ge­ne­re con­si­de­ra­to una for­mi­chi­na, c’è uno Sta­to ci­ca­la

Con l’ul­ti­ma leg­ge di Bi­lan­cio, ra­ti­fi­ca­ta de­fi­ni­ti­va­men­te dal Par­la­men­to lo scor­so di­cem­bre, il Go­ver­no Me­lo­ni ha pre­vi­sto una spe­sa per il 2025 di oltre 1.500 mi­liar­di di euro, ad­di­rit­tu­ra il 2,6% in più ri­spet­to all’anno precedente.

burocraziaNon male per un Pae­se stra-in­de­bi­ta­to come il no­stro, se pen­sia­mo poi che solo due anni fa la spe­sa glo­ba­le era di 1.184 mi­liar­di, e ad­di­rit­tu­ra nel 2022 di 1.093 mi­liar­di. Dob­bia­mo ar­ri­va­re poi alla leg­ge di Bi­lan­cio del 2014, per tro­va­re una spe­sa di solo 825 mi­liar­di di euro per le ne­ces­si­tà del­lo Sta­to. In­som­ma, un vero e pro­prio “cre­scen­do ros­si­nia­no”, dove, ne­gli ul­ti­mi die­ci anni, le spe­se pro­mos­se dai vari Go­ver­ni nel Bi­lan­cio sta­ta­le si sono ac­cre­sciu­te in ma­nie­ra espo­nen­zia­le.

Bi­so­gna, per cor­ret­tez­za, fare una pre­ci­sa­zio­ne: que­ste ci­fre non ten­go­no con­to del­l’in­fla­zio­ne di que­sti ul­ti­mi anni e, con­si­de­ran­do l’au­men­to dei prez­zi del­la spe­sa pub­bli­ca e pri­va­ta dei già ci­ta­ti 825 mi­liar­di del 2014, oggi var­reb­be­ro al­me­no 980 mi­liar­di, una ci­fra im­por­tan­te, ma cer­ta­men­te sem­pre più bas­sa di quel­la stan­zia­ta dal­l’at­tua­le Go­ver­no nel­la leg­ge di Bi­lan­cio di que­st’an­no.

Ogni anno la stessa storia

Pur­trop­po, si dice da più par­ti che la mi­ti­ca co­per­ta è cor­ta e così ad ogni fi­nan­zia­ria, come è or­mai pras­si dal­l’i­ni­zio del­la Re­pub­bli­ca, il Go­ver­no in ca­ri­ca de­li­nea le li­nee di spe­sa per le ne­ces­si­tà del­la Na­zio­ne e l’op­po­si­zio­ne gri­da per il man­ca­to im­pe­gno eco­no­mi­co su que­sta o quel­la par­ti­co­la­re esi­gen­za: vuoi sa­ni­ta­ria, in­du­stria­le o per i ser­vi­zi e, come in un di­sco rot­to, il Go­ver­no ri­spon­de che non ci sono sol­di, dun­que, è inu­ti­le pro­te­sta­re.

Que­sto rim­bal­zar­si le pro­prie re­spon­sa­bi­li­tà, ri­cor­da, una com­me­dia mu­si­ca­le di grande successo de­glian­ni’60 di Ga­ri­nei e Gio­van­ni­ni “Ri­nal­do in Cam­po” con il gran­de Mo­du­gno che interpretava un bri­gan­te. In una sce­na Mo­du­gno si tro­va solo con due suoi fuo­ri­leg­ge per or­ga­niz­za­re un gran­de col­po. In una sim­pa­ti­ca can­zo­ne can­ta­ta dal trio, si co­min­cia a dare ad ognu­no un pro­prio ruo­lo solo che oc­cor­re­reb­be­ro al­me­no 30 bri­gan­ti per l’im­pre­sa, ma loro sono sem­pre tra­gi­ca­men­te solo in tre e così come le fi­nan­ze del­lo Sta­to.

Uno sperpero senza fine

Cer­ta­men­te, inu­ti­le dire, che si do­vreb­be­ro e po­treb­be­ro fare tan­te più cose, ma i sol­di sono sem­pre do­lo­ro­sa­men­te gli stes­si: vuoi per la so­li­ta cri­si eco­no­mi­ca in­ter­na­zio­na­le, la già ci­ta­ta in­fla­zio­ne, gli enormi interessi sul debito pubblico, la sempreverde e­va­sio­ne fi­sca­le (vero can­cro per il sistema eco­no­mi­co, ndr) e non ul­ti­mo, for­se il più gra­ve, la di­la­pi­da­zio­ne di cui for­se non ce ne ren­dia­mo con­to, del de­na­ro pub­bli­co nel­la Pub­bli­ca Am­mi­ni­stra­zio­ne (P.A.).

Un fol­le sper­pe­ro de­nun­cia­to dal­lo stes­so Mi­ni­ste­ro del­l’E­co­no­mia e Fi­nan­za, ben 180 mi­liar­di, una vol­ta in più del co­sto del­l’e­va­sio­ne fi­sca­le va­lu­ta­ta in 83,6 mi­liar­di di euro, se­con­do il pre­sti­gio­so Cgia di Me­stre che ha mes­so il dito del­la pia­ga. In pra­ti­ca ogni anno, solo per tut­ti i rap­por­ti con la P.A., tra com­mer­cia­li­sti, fi­sca­li­sti, av­vo­ca­ti e quan­t’al­tro il cit­ta­di­no ita­lia­no, spe­cie se im­pren­di­to­re, spen­de 57 mi­liar­di e a sua vol­ta quel­lo che la bu­ro­cra­zia deve pa­ga­re per de­bi­ti ver­so i con­tri­buen­ti am­mon­ta a cir­ca 49 mi­liar­di.

Il gioco della scopa della burocrazia

Da­van­ti a que­ste ci­fre, pen­sa­te quan­te cose si po­treb­be­ro fare per que­sto no­stro Pae­se, pur­trop­po, met­te­re mano a que­sto dis­ser­vi­zio, sem­bra che nes­sun Go­ver­no, al di là del co­lo­re po­li­ti­co, sia in gra­do di fare nul­la, è qua­si come sca­la­re il mon­te Eve­re­st a mani nude, per­ciò da bra­vi ita­lia­ni, si ri­man­da tut­to al pros­si­mo ese­cu­ti­vo e così pas­sa­no i de­cen­ni, ma la ma­lat­tia di­ven­ta cro­ni­ca con i ri­sul­ta­ti che ben co­no­scia­mo. Pen­sia­mo solo al de­bi­to pub­bli­co che ab­bia­mo or­mai tra i più ele­va­ti al Mon­do, e, certamente non ul­ti­mo, il cat­ti­vo esem­pio che si dà al cit­ta­di­no pro­prio da par­te di chi do­vreb­be es­se­re one­sto e ocu­la­to nel­la spe­sa.

In que­sto modo, è tri­ste do­ver­lo am­met­te­re, si dà in un cer­to qual modo la giu­sti­fi­ca­zio­ne ad eva­de­re il fi­sco e fa­cen­do­ci così male da soli. Se l’Eu­ro­pa “ma­tri­gna” ci chie­de di met­te­re i con­ti in or­di­ne è an­che e so­prat­tut­to nel no­stro in­te­res­se, ma è una pro­po­sta che sem­bra qua­si una pro­vo­ca­zio­ne ai no­stri po­li­ti­ci.

Abbassare le tasse per pagarle tutti

È chia­ro come il sole, e non oc­cor­re cer­to la sfe­ra di cri­stal­lo, se una buo­na par­te del­le ri­sor­se fos­se­ro per una spe­sa pub­bli­ca più ocu­la­ta si po­treb­be­ro tro­va­re più sol­di e si agi­reb­be me­glio tra cui la pos­si­bi­li­tà di ri­dur­re fi­nal­men­te il peso fi­sca­le sui cit­ta­di­ni. In fon­do la fe­del­tà fi­sca­le, come af­fer­ma­no mol­ti eco­no­mi­sti, è in­ver­sa­men­te pro­por­zio­na­le al li­vel­lo del­le tas­se a cui sono sot­to­po­sti i pro­pri con­tri­buen­ti.

Un pro­ble­ma di non fa­ci­le so­lu­zio­ne, come av­ver­te la Cgia di Me­stre, dove si evi­den­zia che se per un ver­so l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca di­mo­stra una for­te sen­si­bi­li­tà ver­so l’e­va­sio­ne fi­sca­le e il re­gno dei fur­bet­ti, sen­te però in modo pur­trop­po meno al­lar­man­te gli ef­fet­ti de­le­te­ri de­gli spre­chi più o meno gra­vi per le inef­fi­cien­ze nel­la Pub­bli­ca Am­mi­ni­stra­zio­ne, una ge­stio­ne mal­sa­na che, esclu­den­do pur del­le ec­cel­len­ze in que­sto am­bi­to, ri­ca­de poi come un ma­ci­gno sul­l’in­te­ra Na­zio­ne.

 

Antonio Maria Rossi

Foto © , Brewminate, Fondazione Italia Spa

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