Australia, crisi abitativa e costo della vita: fame e affitti alle stelle

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Australia crisi abitativa

Sempre più famiglie tagliano cibo e spese essenziali per pagare affitto e casa, tra precarietà sociale e scarsità di alloggi popolari

Il costo della vita in Australia è sempre più alto e sempre più difficile da sostenere. Fino al 20% delle famiglie australiane sta saltando pasti o addirittura passando giorni senza mangiare, secondo il Foodbank Hunger Report 2025. Una famiglia su cinque ha ammesso di aver rinunciato a un pranzo o una cena nell’ultimo anno e 3,5 milioni di persone hanno dichiarato di aver vissuto situazioni di insicurezza alimentare.

Il Governo definisce l’insicurezza alimentare come la preoccupazione o l’incertezza sulla qualità o sulla disponibilità del cibo, oppure come la condizione in cui i pasti sono insufficienti o poco nutrienti. I dati sono peggiorati rispetto all’anno precedente e la situazione colpisce soprattutto chi vive in affitto e le famiglie con figli. Quasi la metà degli affittuari ha avuto difficoltà ad accedere a cibo sufficiente e il 30% ha dovuto saltare pasti; tra le famiglie con due genitori e figli la quota sale al 39%. Molte persone sono costrette a ridurre l’acquisto di frutta, verdura fresca e proteine, con conseguenze sulla salute. Una parte significativa di chi vive in grave insicurezza alimentare ricorre a formule come “compra ora, paga dopo” o alle carte di credito per pagare la spesa, e una minoranza è stata costretta a trasferirsi in alloggi più economici.

L’allarme degli esperti

Australia crisi abitativaGli esperti avvertono che servono interventi urgenti, perché milioni di persone non riescono più a permettersi beni fondamentali come il cibo e una casa, nonostante si parli di miglioramenti economici. La direttrice di Foodbank, Kylea Tink, ha ricordato che per molti australiani cibo, casa e sicurezza non sono garantiti e che è necessario investire di più nel sostegno alimentare e affrontare le cause strutturali della fame, tra cui il costo delle abitazioni, le disparità di reddito e il sistema fiscale.

Il costo degli affitti è infatti uno dei fattori principali che spinge le persone a dover scegliere tra mangiare adeguatamente o mantenere un tetto sopra la testa. Negli ultimi anni i prezzi delle case e degli affitti sono aumentati più rapidamente dei salari. In molte Città gli affitti sono cresciuti del 10–20% in un solo anno e i prezzi delle case, soprattutto a Sydney e Melbourne, sono tra i più alti al Mondo. Molte famiglie destinano una quota sempre maggiore del proprio reddito, riducendo le risorse per altre spese essenziali. Tra pagare l’affitto e mangiare meglio, la casa diventa quasi sempre la priorità, perché perderla è un rischio immediato e devastante, mentre ridurre la quantità o la qualità dei pasti appare come un sacrificio più “gestibile” nel breve periodo.

Un mercato difficile e competitivo

Il problema è aggravato dal fatto che il mercato degli affitti è altamente competitivo, con più persone in cerca di casa rispetto alle abitazioni disponibili. Le visite sono affollate e per ottenere un contratto servono referenze, documenti e talvolta offerte più alte del prezzo richiesto. Inoltre, in Australia gli sfratti possono essere rapidi e, in molti casi, avvengono anche senza colpa dell’inquilino, ad esempio se il proprietario vuole vendere o aumentare l’affitto. Non esiste un sistema diffuso di edilizia popolare come in molti Paesi europei e i contratti sono spesso brevi e rinnovabili a condizioni incerte. L’assenza di un tetto massimo nazionale rende il mercato ancora più instabile.

Gli incentivi fiscali per gli investitori

A questo si aggiungono incentivi fiscali come il negative gearing e il capital gains discount, che rendono conveniente acquistare immobili come investimento finanziario anziché come abitazioni da affittare a prezzi accessibili.

Il primo permette ai proprietari di dedurre dalle tasse eventuali perdite derivanti dall’investimento immobiliare. In pratica, se una persona affitta una casa e le spese complessive (mutuo, assicurazione, manutenzione, tasse) superano l’affitto percepito, può sottrarre quella perdita dal proprio reddito imponibile, riducendo le tasse da pagare. Esempio, se il proprietario incassa 20.000 dollari l’anno di affitto ma spende 30.000 dollari in mutuo, assicurazione e manutenzione, ha una perdita di 10.000 dollari. Con il negative gearing può dedurre quei 10.000 dollari dalle tasse. Risultato: conviene mantenere l’immobile anche se genera una perdita, perché lo Stato ne copre una parte tramite lo sconto fiscale. Questo aumenta l’acquisto di case come investimento e fa crescere i prezzi.

Il capital gains discount, invece, riguarda la rivendita. Quando un immobile tenuto come investimento viene venduto, il 50% del guadagno è tassato solo se la casa è stata posseduta per più di un anno. Esempio, se una persona compra una casa per 600.000 dollari e la rivende dieci anni dopo per 800.000 dollari, il guadagno è di 200.000 dollari. Con il capital gains discount, solo 100.000 dollari vengono tassati. Questo incentiva l’acquisto e la rivendita speculativa, non l’uso abitativo.

Una casa come bene di mercato

La combinazione di questi meccanismi favorisce chi ha capitale e può comprare più immobili, mentre penalizza chi cerca semplicemente una casa in cui vivere. Parallelamente, l’Australia ha uno dei livelli più bassi di edilizia popolare tra i Paesi sviluppati, costringendo la maggior parte delle persone a competere nel mercato privato.

Questa combinazione, domanda abitativa molto superiore all’offerta, aumento dei costi edilizi, incentivo agli investimenti immobiliari, scarsità di alloggi pubblici e tutele limitate per gli inquilini, ha creato un sistema in cui la casa è trattata come un bene di mercato e non come un diritto sociale.

La crisi abitativa e le disuguaglianze

Le storie raccontate dalla ABC News lo mostrano chiaramente, anche famiglie con due stipendi stabili e qualificati non riescono a mettere da parte il deposito necessario per acquistare casa. Una coppia di Perth con due figli ha espresso preoccupazione per la propria vecchiaia senza una casa di proprietà, soprattutto quando non sarà più in grado di lavorare.

Secondo l’Associate Professor in Urbanism all’Università di Sydney, dr Laurence Troy, la proprietà della casa attualmente è un pilastro fondamentale del sistema di welfare australiano. La pensione pubblica (Age Pension) è relativamente bassa ed è calcolata dando per scontato che l’anziano non paghi affitto o mutuo, perché già proprietario della casa. Anche il sistema della superannuation, cioè il fondo pensionistico privato alimentato dai contributi durante la vita lavorativa, si basa su questa logica: integra la pensione, ma non copre spese abitative elevate. Chi va in pensione senza casa si trova dunque con un reddito limitato e un affitto che continua a crescere. Per questo non essere proprietari è considerato uno dei principali fattori di rischio di povertà nella terza età.

L’esempio di Vienna

Il professor Troy ha ricordato che in molti Paesi europei esiste una grande quantità di case popolari o alloggi a prezzi calmierati, mentre in Australia meno del 4% del patrimonio abitativo rientra in questa categoria. Ha portato come esempio Vienna, dove circa il 50% degli abitanti vive in edilizia sociale, con affitti regolati al di sotto del 30% del reddito e contratti stabili. Gli alloggi sono gestiti dal Comune o da cooperative senza scopo di lucro, che reinvestono gli utili nella manutenzione e nella costruzione di nuove case.

Gli affitti nelle case popolari sono sovvenzionati, ma ciò crea anche un effetto positivo: i proprietari privati non possono alzare troppo i prezzi, perché devono competere con il settore pubblico. Le cooperative per la casa senza scopo di lucro ricevono aiuti dal Governo, come prestiti a tassi molto bassi, agevolazioni fiscali e terreni. In cambio, devono mantenere gli affitti accessibili e reinvestire gli utili nella manutenzione e nella costruzione di nuove case, senza fare profitti eccessivi. Questo meccanismo ha reso Vienna una Città accessibile, stabile e socialmente inclusiva.

Vita nelle aree regionali

In Australia si sente spesso dire che nelle aree regionali la vita costi meno rispetto a Sydney e Melbourne, soprattutto per quanto riguarda l’affitto e l’acquisto di una casa. Ed è vero: il prezzo delle abitazioni è generalmente più basso e si può vivere in spazi più grandi. Tuttavia, questo vantaggio viene spesso compensato dal fatto che il costo della vita quotidiana può essere più alto.

Nelle zone regionali c’è meno concorrenza tra supermercati e negozi, quindi i prezzi sono più elevati, soprattutto per frutta, verdura e prodotti freschi che devono essere trasportati da lontano. Inoltre, il trasporto pubblico è limitato e quasi tutto richiede l’uso dell’autobenzina, manutenzione e assicurazione diventano spese fisse. Molti servizi essenziali, come ospedali, specialisti, centri diagnostici, scuole con programmi completi, uffici pubblici, si trovano a 90, 100 o anche oltre 200 km di distanza. Anche l’intrattenimento richiede lunghe percorrenze.

Un arma a doppio taglio

Un altro elemento fondamentale è il reddito: in molte aree regionali gli stipendi sono più bassi, i lavori più precari o stagionali. In questo modo si paga meno per la casa, ma si guadagna meno e si spende di più per vivere. Il risultato è che la vita può diventare uguale o persino più costosa rispetto alle grandi città. In molti casi si finisce con un salario inferiore e un costo della vita complessivo più alto, soprattutto per alimentazione, trasporti e servizi.

Vivere in una zona regionale può essere una scelta valida per chi cerca tranquillità, spazio e ritmi più lenti. Ma non significa automaticamente spendere meno. Il risparmio sulla casa è reale, ma spesso tutto il resto costa di più, e il potere d’acquisto può risultare inferiore. Per questo è una decisione che va valutata considerando non solo il costo dell’abitazione, ma anche i salari, le spese quotidiane e la distanza dai servizi essenziali.

Una questione politica

La crisi abitativa in Australia non è un problema tecnico: è un problema politico. Le soluzioni esistono, i modelli internazionali da seguire pure, ma ciò che manca è la volontà di applicarli su larga scala. La questione centrale non riguarda solo l’aumento dei prezzi o la scarsità di alloggi, ma il modo in cui la casa è stata concepita nel sistema economico e sociale australiano: non come un diritto, ma come un investimento finanziario.

Il Partito Liberale ancora oggi ha un’impostazione ideologica molto chiara: la casa è un bene di mercato e il mercato, secondo questa visione, si autoregola. Gli investitori sono considerati attori fondamentali dell’economia nazionale e, di conseguenza, misure come quelle adottate in Città come Vienna non vengono nemmeno prese seriamente in considerazione, perché contrasterebbero con l’idea che la casa debba essere anche una forma di accumulo di ricchezza individuale.

Il Partito Laburista, almeno a livello teorico, si muove in un’altra direzione. Parla di equità, redistribuzione, rafforzamento del welfare e servizi pubblici più accessibili. Negli ultimi anni ha effettivamente introdotto misure importanti: più fondi federali per l’housing sociale, interventi per facilitare l’accesso al mutuo della prima casa e programmi per aumentare l’offerta abitativa. Tuttavia, quando si tratta di intervenire sui nodi strutturali del mercato immobiliare, il Labour agisce con grande prudenza. Teme, infatti, di provocare un contraccolpo elettorale proveniente da tre gruppi politicamente decisivi: gli investitori privati, la middle class che possiede una o due proprietà e l’industria immobiliare e bancaria che rappresenta una parte consistente dell’economia australiana.

Il nodo politico e culturale

Per questo motivo il Partito Laburista non ha toccato il cuore del problema: l’eliminazione del negative gearing, la revisione del capital gains discount e l’assenza di un piano massiccio e pluridecennale di edilizia popolare sul modello viennese. Modificare questi elementi significherebbe mettere in discussione un pilastro culturale profondamente radicato: in Australia l’elettore medio possiede una casa o aspira ad averne due, una per viverci e una come fonte di reddito da affitto. È questo bacino sociale a decidere chi governa il Paese.

La casa in Australia non è soltanto un bene, ma un pilastro del consenso politico. E se si tolgono gli incentivi agli investitori, si rischia di perdere le elezioni.

La necessità di un cambiamento strutturale

Arrivare a un modello simile a quello di Vienna richiederebbe un cambiamento altamente strutturale: un Governo disposto a scontentare l’elettorato proprietario, un piano di lungo periodo che non si limiti alla durata di una legislatura, investimenti pubblici costanti e significativi, e soprattutto una visione della casa come diritto sociale e non come asset finanziario. Tutto questo richiede coraggio politico. E, ad oggi, né il Partito Liberale né il Partito Laburista stanno dimostrando di averlo. Il Labour vede il problema e riconosce la crisi, ma resta a metà strada: interviene, corregge, aggiusta, ma non rompe il modello che l’ha generata.

Eppure, una situazione di questo tipo non può durare a lungo. La storia mostra che nessun Paese, soprattutto tra quelli democraticamente avanzati e industrializzati, è immune da tensioni sociali quando l’accesso a beni primari come la casa diventa insostenibile. La questione abitativa non è solo economica: è una questione di stabilità sociale, coesione e giustizia.

 

Giovanni Maria Pontieri

Foto © Red Flag, en.wikipedia.org, The Guardian, Realty Plus Magazine

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