Successo storico del film d’animazione con record d’incassi al botteghino. Addio wokismo. Usa e Disney verso una nuova narrazione
Tutto ciò che parte da un Paese e arriva a un altro, è prodotto esportato. Cinema incluso. Per anni le pellicole delle grandi case produttrici hanno contribuito alla diffusione di idee e valori, spesso accarezzando tematiche calde nel dibattito politico. Nel caso della Disney, poi, l’audience arriva a coprire l’intero globo. Sarebbe scorretto, tuttavia, dire che “tutto fa geopolitica”.
Eppure il successo di Zootropolis 2, in Italia dal 26 novembre 2025 ci racconta una storia dal retrogusto proprio geopolitico.
Incassi da record
Conosciuto all’estero come Zootopia 2 è diventato, in poche settimane, un caso culturale mondiale. Il film d’animazione ha raggiunto il miliardo di dollari di incasso in tempi record, 17 giorni, posizionandosi al primo posto al box office internazionale e consacrandosi come uno dei titoli più redditizi di sempre. Ha performato in modo eccezionale in Nord America, ma anche in Europa, America Latina, finanche in Asia. Dimostrando così una capacità di penetrazione trasversale unica.
Tra i fattori determinanti:
- la forza del precedente film, di cui è sequel;
- la qualità tecnica dell’animazione;
- l’originalità dei personaggi;
- la scelta di confermare Shakira nel personaggio di “Gazzelle”, nonché voce per la colonna sonora “Zoo”, dopo il successo del primo film con lo stesso ruolo, cantando “Try Everything”.

Zootropolis 2 ha intercettato un bisogno più profondo e avvertito: quello di un intrattenimento capace di parlare a pubblici diversi senza trasformarsi in un terreno di scontro ideologico.
La pellicola ha rappresentato il segnale di una possibile svolta strategica e narrativa. Il risultato arriva in una fase delicata sia per Hollywood che per la The Walt Disney Company, da anni alle prese con polemiche legate alla cosiddetta “onda woke” e con, sullo sfondo, un dibattito più ampio sul rapporto tra industria culturale, identità e politica.
Cos’è il wokismo e perché ha messo in crisi Hollywood
Il termine woke nasce come espressione di consapevolezza critica rispetto alle ingiustizie sociali e alle discriminazioni, in particolare all’interno dei movimenti per i diritti civili negli Stati uniti. Nel suo significato originario, “restare svegli” indicava l’attenzione verso dinamiche strutturali di esclusione spesso normalizzate nello spazio pubblico.
Nel tempo, il concetto si è trasformato in una cornice culturale più ampia, capace di influenzare linguaggi, pratiche comunicative e rappresentazioni simboliche. È in questa fase che, nell’immaginario di una parte crescente del pubblico, il wokismo ha iniziato a essere percepito come un approccio normativo, talvolta moralizzante, che tende a prescrivere categorie identitarie e codici interpretativi rigidi.
Questa trasformazione ha assunto una dimensione geopolitica quando tali codici sono stati esportati, attraverso l’industria culturale e mediatica statunitense, in contesti internazionali caratterizzati da storie, sensibilità e priorità differenti.
In un mercato globale dell’intrattenimento, il wokismo ha finito per essere soft power divisivo. Hollywood, per tradizione identificabile come veicolo di universalismo narrativo, si è così trovata coinvolta in un conflitto culturale interno agli Usa, ma proiettato su platee mondiali, spesso allogene o indifferenti ai temi del dibattito identitario americano.
Questo processo, nel panorama hollywoodiano, ha avuto effetti concreti con accuse di privilegiare messaggi identitari espliciti a discapito dell’originalità delle storie. Il risultato è stato un progressivo logoramento del rapporto di fiducia tra studios e spettatori, con incassi inferiori alle aspettative, polemiche social e una crescente polarizzazione.
Il caso Biancaneve
Un esempio emblematico di questa tensione è rappresentato dal recente adattamento live action di Snow White. Ancor prima che uscisse nelle sale, il film è stato travolto da un’ondata di polemiche che hanno riguardato sia le scelte di casting sia la rilettura narrativa del classico originale.
Al centro del dibattito, le dichiarazioni della protagonista, Rachel Zegler, che in diverse interviste ha definito la Biancaneve del 1937 come «datata» , sottolineando come la nuova versione ruotasse attorno a un percorso di autodeterminazione personale anziché a una storia d’amore.
In particolare, l’attrice ha affermato che il principe «non salva più nessuno» e che la protagonista «non sogna l’amore vero, ma di diventare una leader». Non da ultimo, il
contrasto con la collega Gal Gadot, attrice israeliana, in merito alla questione israelo–palestinese. Queste frasi hanno alimentato una forte reazione mediatica. A quanto sopra, anche la questione identitaria legata alla Zegler. Attrice statunitense di origine latinoamericana, è stata scelta per interpretare un personaggio icona dell’immaginario fiabesco tedesco, essendo Biancaneve scritta dai fratelli Grimm. Per una parte del pubblico, la scelta è sembrata forzata. Il risultato è stato un cortocircuito comunicativo che ha penalizzato il prodotto.
La svolta Disney
Ed è stato proprio con Zootropolis 2 l’arrivo della svolta. La Disney ha dimostrato come sia possibile affrontare temi complessi senza ricorrere a slogan o a etichette coatte. La scelta di protagonisti animali riduce enormemente i processi di identificazione diretta tipici dei film incentrati su personaggi umani. Così facendo pubblici culturalmente diversi e geograficamente dislocati hanno potuto fruire della storia senza sentirsi esclusi.
Il film è “per tutti”, capace di parlare di convivenza e differenza senza polarizzare. Qualità, questa, che assume un valore strategico in un’industria dell’intrattenimento sempre più dipendente da mercati esterni Usa.
All’interno di questa cornice, la coniglietta Judy Hopps e la volpe rossa Nick Wilde, i protagonisti delle due pellicole, hanno veicolato un messaggio chiaro.
La necessità di mettere in discussione gli stereotipi, come avviene nella rappresentazione dei rettili, rappresentati dalla vipera velenosa Gary De’Snake, apprezzatissimo dal pubblico cinese, inizialmente percepiti come minacciosi semplicemente per essere diversi dai mammiferi.
Il tutto all’interno di una coinvolgente, delicata, ma anche divertente e riflessiva opera, ricca di dettagli curati e minuziosi, che invita a riflettere sui meccanismi della paura e del pregiudizio senza trasformarli in un discorso ideologico esplicito.
Il successo globale del film segnala una ritrovata sintonia tra la Disney e il suo pubblico, ma anche un possibile riequilibrio del soft power culturale americano, fondato meno sull’esportazione di conflitti simbolici interni e più sulla capacità di produrre narrazioni universalmente condivisibili.
Alessandro Bonifazi
Foto
WDW News Today, Billboard, The Hollywood reporter, NY Times













