La scelta dell’adozione della moneta unica europea è stata accolta da una nube di dissenso e di scombussolamento politico
Al momento dell’introduzione dell’euro, quale moneta unica europea, il 1° gennaio 2002 erano solo 12 i Paesi ad aver aderito. Dal primo giorno di questo nuovo anno, che oramai è alle porte, gli Stati aderenti saranno ben 21 in quanto anche la Bulgaria si unirà all’Eurozona. Si tratta di un cambiamento importante per la Nazione membro dell’Ue dal 2007, un passo per lungo tempo atteso e fortemente temuto. Con l’avvicinarsi del momento non sono infatti mancate tensioni politiche e sociali che riflettono l’incertezza che accompagna spesso momenti di transizione così rilevanti.
L’avvicinamento all’euro
La notizia dell’adozione dell’euro è divenuta ufficiale lo scorso 4 giugno, giorno in cui la Banca centrale europea (Bce) e la Commissione europea hanno confermato che Sofia soddisfi i criteri di convergenza richiesti. Difatti l’inflazione risulta sotto controllo, il Paese gode di finanze pubbliche ritenute solide, i tassi di interesse sono allineati e permane una certa stabilità nel cambio. Poco dopo, l’8 luglio, il Consiglio Ecofin ha dunque proceduto a completare gli atti finali, stabilendo in maniera irrevocabile il tasso di conversione, fissato a 1 euro = 1,95583 lev. Non si tratta di un valore senza precedenti dal momento che la moneta bulgara è ancorata ormai da anni all’euro con il medesimo valore.
Difatti la Bulgaria si era già ulteriormente avvicinata all’ambito monetario europeo prendendo parte, dal 10 luglio 2020, agli Accordi europei di cambio (Aec II). Si tratta di una misura, istituita nel 2006, che è volta a creare stabilità rispetto ai tassi di cambio tra l’euro e le diverse valute dei Paesi europei, evitando così pericolose oscillazioni che destabilizzerebbero il mercato unico dell’Unione. Si basa su una partecipazione volontaria che prevede una parità centrale tra la valuta comunitaria e le restanti valute che può variare del 15% in entrambe le direzioni. Il limite di tali oscillazioni è stato fissato dalla Bce che, lì dove viene superato, interviene in maniera automatica e illimitata. Prevede inoltre la partecipazione di una banca centrale nazionale dell’Eurozona nei diversi interventi, linee di credito a brevissimo termine tra la Bce e una banca centrale nazionale non della zona euro, nonché eventuali modifiche ai limiti di oscillazione.
Il sistema dei tassi di cambio offre agli Stati membri al di fuori dell’area euro un importante strumento di riferimento per una gestione economica sana, facilitando così il loro percorso verso l’adozione dell’euro.
Parametri perfetti
Nel momento in cui dunque la Bulgaria ha aderito agli Aec II, è entrata nella cosiddetta “sala d’attesa” dell’euro e le sue banche sono state sottoposte al controllo diretto della Bce tramite il Meccanismo di vigilanza unico.
Le sue condizioni attuali sono, per i parametri europei, la perfezione. Ad aprile di quest’anno l’inflazione media si aggirava intorno al 2,7%, al di sotto dell’0,1% rispetto quanto consentito per accedere all’Eurozona. Il debito pubblico si aggira invece sul 24% del Pil, restando così tra i più bassi dell’Ue, nonché non essere più stata soggetta a procedure per deficit eccessivo dal 2012. Nonostante gli ottimi parametri che, potrebbero fungere da buone premesse, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha voluto rassicurare i più titubanti.
Secondo le istituzioni europee l’adozione dell’euro risulta essere un’opportunità economica e politica per il Paese, rappresentando “un traguardo storico” che consentirà una maggiore stabilità, nonché un incremento per la operatività e lo sviluppo di un più forte sentimento di integrazione europea. Per raggiungere gli obiettivi prefissatesi, la Bce ha rassicurato che stia lavorando insieme alle autorità nazionali per giungere a una pianificazione dettagliata che consenta una transizione fluida e che consideri i timori cittadini.
Malcontento per l’incertezza
L’ingresso nell’Eurozona non è stato infatti accolto da tutti i bulgari con lo stesso entusiasmo. Secondo le stime elaborate da Eurobarometro, il 49% della popolazione, pari a 1 cittadino su 2, avrebbe preferito mantenere il lev. Ciò perché si teme un aumento del costo della vita. Lo scorso novembre, secondo l’istituto di statistica bulgaro, i prezzi al consumo sarebbero cresciuti del 5% mentre lo stipendio medio si attesta intorno ai 1.200 euro; motivo che ha spinto il Paese a varare degli organi specializzati di controllo che indaghino sugli aumenti.
Coloro che non sono a favore del passaggio all’euro temono dunque la possibile ripercussione sui prezzi in seguito al cambio della valuta, sebbene la Bce abbia ridimensionato l’impatto atteso. Lagarde ha infatti sottolineato come potrebbero esserci degli aumenti modesti ma temporanei, oscillanti tra lo 0,2% e lo 0,4% al massimo, per poi rilanciare su quelli che sono i benefici attesi. Si ritiene infatti che i commerci saranno più fluidi, con risparmi fino a 500 milioni di euro l’anno in commissioni di cambio per le imprese, garantendo così un importante impulso al turismo, settore in forte crescita che rappresenta circa l’8% del Pil nazionale.
Le tensioni politiche
Dover dire addio alla propria moneta nazionale non è certo facile, soprattutto in un Paese in cui essa rappresenta la stabilità dopo le difficili esperienze degli anni Novanta, caratterizzate da iperinflazione e default. Il clima di forte tensione, nato durante le campagne avverse all’euro, non ha fatto che aumentare in quanto alimentato da un profondo sentimento di sfiducia nei confronti delle élite politiche. La Bulgaria recentemente ha vissuto elezioni ripetute e Governi sempre sul filo del rasoio. Lo scorso 11 dicembre il capo del Governo Rosen Zhelyazkov ha deciso di dimettersi senza nemmeno aspettare il voto di sfiducia richiesto dalle opposizioni.
Nonostante avrebbe potuto vincere per via della maggioranza in aula, il premier non ha potuto continuare a ignorare il malcontento pubblico che ha visto scendere in piazza oltre 150 mila persone al solo grido “Dimissioni”. Il dissenso nei suoi confronti è dovuto alle misure economiche previste per la legge di bilancio del 2026 che prevedevano un aumento delle imposte sugli utili delle aziende, soglie di contribuzione maggiori per i lavoratori nonché delle procedure centralizzate per gestire i flussi di cassa. Le proteste sono nate per un sistema politico percepito corrotto e nepotista, amministrato in maniera insufficiente.
In questo contesto, i partiti nazionalisti hanno colto l’occasione per schierarsi con ancora più forza contro l’euro. Lo stesso presidente Rumen Radev ha chiesto l’indizione di un referendum che è stato però bloccato dalla Corte costituzionale in quanto sarebbe contrastante con gli impegni assunti aderendo all’Ue. I dissapori verso l’euro sono inoltre alimentati da campagne di disinformazione finanziate dall’estrema destra filorussa, interessata a indebolire il consenso europeo in Bulgaria, Paese che attende le ottave elezioni in 5 anni. L’adesione all’euro non implica quindi solo questioni economiche ma anche geopolitiche in quanto l’Eurozona avvicina Sofia a Bruxelles, allontanandola da Mosca.
Prossimi passi
Dall’8 agosto scorso i negozi sono tenuti a esporre i prezzi in entrambe le valute, previsione che resterà in vigore fino al prossimo 8 agosto 2026, accompagnando così i consumatori in questa fase di transito. Dal 1° gennaio 2026 si avrà una fase di doppia circolazione che durerà fino al 1° febbraio, data in cui l’euro diventerà l’unica valuta accettata nei pagamenti. Sarà comunque possibile continuare a cambiare il lev, senza limiti di tempo, presso la banca centrale nazionale. Così facendo il passaggio sarà meno impattante sull’aspetto pratico e psicologico, mentre i conti correnti, contratti e depositi verranno convertiti automaticamente in euro. Per poter rispettare l’identità nazionale, le nuove monete bulgare manterranno riferimenti alla storia del Paese, mantenendo simboli quali il Cavaliere di Madara e Ivan Rilski.
E se per la Bce e la Commissione l’adozione dell’euro, da parte di un Paese così profondamente integrato nelle catene produttive europee come la Bulgaria, riduce più incertezze di quante ne crei; dall’altra parte la politica e i cittadini non ne sono tutti così convinti. Il 2026 sarà dunque l’anno di lancio in cui si scoprirà se tutte le incertezze e paure rispetto l’Eurozona saranno solo transitorie o se si riveleranno strutturali.
Secondo l’economista Angelov, «la sfida sarà avere un Governo stabile per almeno uno o due anni, in modo da poter cogliere appieno i benefici dell’adesione all’Eurozona».
Ottavia Scorpati
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