Cultura della legalità: valori, diritti e democrazia

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Un viaggio tra pensiero, educazione e impegno civile per comprendere come la legalità rafforza la convivenza in un’epoca di grandi cambiamenti

In un’epoca segnata dalla trasformazione digitale, dall’intelligenza artificiale e da crescenti disuguaglianze, parlare di cultura della legalità significa interrogarsi non solo sulle leggi, ma sui valori che le ispirano. Oggi il rischio è che la legalità venga percepita come un concetto astratto o burocratico, scollegato dalla vita quotidiana. In realtà, essa rappresenta un principio vitale di coesione sociale, che unisce istituzioni, cittadini e tecnologia in un sistema di responsabilità reciproca e di rispetto dei diritti fondamentali.

Nei giornali ma anche fra politologi, giornalisti, opinionisti, spesso la risposta è superficiale. Invece in questo momento storico, in cui vi sono anche a livello geopolitico tentativi di indebolire i tessuti democratici e delle loro costituzioni in numerosi Paesi, occorre riflettere sul significato profondo di legalità, per rendere i cittadini consapevoli del loro ruolo sociale.

La cultura della legalità in Italia

L’espressione “cultura della legalità” ricorre anche con una certa veemenza nel nostro Paese quando si verificano episodi di criminalità associabili a condizioni di degrado sociale. In realtà si tratta di un concetto ambiguo, perché in alcuni casi può descrivere un contesto in cui bisogna intervenire in forme repressive o, al contrario, su una dimensione di natura sociale, attraverso la cultura.

Una dicotomia interessante, che studiosi come i sociologi hanno preso in esame, tanto che può essere estesa alla “cultura imprenditoriale“, a un welfare che negli anni si è trasformato. Ma per comprendere appieno il senso di cultura della legalità, bisogna interrogarsi sui confini della parola cultura.

Tra i vari significati la Treccani definisce la parola “cultura“, elencando le interpretazioni che si riferiscono alla sua dimensione individuale, poi quelle che la definiscono nell’ambito di un “insieme”. In particolare, parlare di etologia, sociologia e antropologia culturale significa arricchire un contenitore valoriale e simbolico, credenze e comportamenti, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale.

Una definizione che presto anche l’illustre Treccani dovrà modificare, visti i tempi di trasformazione sociale ed economica che coinvolgono l’intero Pianeta. D’altra parte, con l’espressione “cultura materiale” ci si riferisce a “tutti gli aspetti visibili di una cultura e di una civiltà, quali i manufatti urbani, gli utensili della vita quotidiana”.

Nella parola cultura coesistono elementi materiali e immateriali

Potrebbe essere una definizione ovvia, ma in realtà questa distinzione pare dissolversi se si associa la cultura alla legalità. Se esercitiamo la semantica, il concetto di “cultura della legalità” deve essere definito tale su una serie di asset tangibili e intangibili e coinvolgere le dimensioni materiali e immateriali.

Ma quali sono gli elementi materiali della cultura della legalità? Certamente gli strumenti repressivi (istituti penitenziari), istituti di accoglienza o che rompono il patto sociale con il resto della cittadinanza. Vediamo alcuni esempi di filosofi del diritto e della politica sul concetto di cultura della legalità.

Norberto Bobbio

La cultura della legalità in Norberto Bobbio, uno dei maggiori pensatori della politica del Novecento, è fondata sul positivismo giuridico e sul liberalismo, ponendo il diritto come limite al potere statale e tutela dei diritti fondamentali. Bobbio sosteneva un approccio razionale e laico, basato sul dialogo, il rigore critico e il dubbio, contrapponendosi a ogni dogmatismo. Ha coniugato il rigore teorico con l’impegno civile, difendendo la legalità democratica in particolare negli anni di piombo e contro i tentativi di sovversione, affermando la distinzione tra morale e diritto.

John Locke

La cultura della legalità in John Locke costituisce il nucleo del suo pensiero liberale, basato sull’idea che il potere politico debba essere limitato consensualmente e finalizzato alla tutela dei diritti naturali (vita, libertà e proprietà). La legge, per Locke, non è uno strumento di oppressione, ma la garanzia stessa di libertà, ponendosi come limite all’arbitrio del sovrano.

Aldo Moro

La cultura della legalità in Aldo Moro si fondava sull’educazione civica come pilastro della democrazia, introducendola nelle scuole nel 1958 per formare cittadini consapevoli dei diritti e doveri costituzionali.

Moro considerava il diritto un valore umano e sociale, non solo formale, promuovendo una “alfabetizzazione democratica” per unire il popolo alle istituzioni. Dunque, in Aldo Moro vi era la centralità della Costituzione, che è la base per la convivenza civile e il riconoscimento democratico dopo il fascismo. Inoltre, Moro, che visse negli anni di piombo e fu vittima del terrorismo, aveva una visione a difesa della democrazia assai chiara, basata sul rifiuto della “ragione di Stato” schematica a favore della tutela della vita umana e della dignità.

Giovanni Falcone

La cultura della legalità per Giovanni Falcone è un impegno quotidiano e collettivo, basato sulla convinzione che la mafia sia un fenomeno umano, e quindi superabile. Il suo lascito trasformò la lotta alla criminalità da pura attività giudiziaria a un fatto etico e culturale, essenziale per la democrazia e per togliere il consenso sociale alla mafia.

Riscoprire la cultura della legalità oggi significa ridefinire il rapporto tra individuo, diritto e tecnologia, conservando il valore umano della giustizia in un Mondo sempre più automatizzato. È una sfida educativa e civile, in cui la consapevolezza resta l’unico antidoto contro l’indifferenza e la perdita dei valori democratici.

 

Paolo Montanari

Foto © Studenti, Torremaggiore, Wikipedia, OrticaWeb

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