Dalla rappresaglia di via Rasella al Mausoleo Ardeatino: storia, processi e testimonianze di un eccidio che ha cambiato per sempre Roma – e di chi non ha smesso di combattere per non dimenticarlo
Per capire cosa accadde il 24 marzo 1944, bisogna almeno partire dall’8 settembre 1943: giorno in cui il maresciallo Badoglio annunciò via radio l’armistizio firmato in segreto il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia. Il re Vittorio Emanuele III e lo stesso Badoglio fuggirono da Roma nella notte, raggiungendo Brindisi a bordo di una corvetta. Lasciarono l’esercito senza ordini e la popolazione in balia degli eventi.
Nel giro di pochi giorni i tedeschi avevano occupato il centro e il nord della Penisola, mentre la Repubblica sociale di Mussolini fungeva da regime fantoccio del Reich. Roma, dichiarata “Città aperta”, era in realtà una piazza d’armi nazista. Herbert Kappler, colonnello delle SS e comandante della Gestapo a Roma, deteneva il controllo su tutte le forze militari tedesche della Capitale. Per opporsi all’occupazione nazifascista, il 9 settembre 1943 nasceva il Comitato di liberazione nazionale (Cln), che riuniva tutte le forze antifasciste della Penisola. Tra queste, i Gruppi di azione patriottica (Gap), comunisti che agivano nelle città colpendo obiettivi militari, erano i più attivi sul territorio della Capitale.
Via Rasella: il 23 marzo 1944
Il 23 marzo 1944 è l’anniversario della fondazione dei Fasci italiani di combattimento. I
Gap romani scelgono questo giorno per compiere quello che sarebbe diventato il più sanguinoso attentato urbano antitedesco in tutta l’Europa occidentale. Rosario Bentivegna, gappista e studente di medicina, travestito da spazzino aziona un ordigno nascosto in un carretto durante il passaggio di una colonna dell’XI Compagnia del Reggimento di Polizia Bozen, composta principalmente da militari di lingua tedesca provenienti dall’Alto Adige. A coprire la fuga di Bentivegna c’è Carla Capponi, militante del Gap. L’attentato causa la morte di 33 soldati. Nel caos che segue i tedeschi cominciano a sparare indiscriminatamente contro le finestre dei palazzi circostanti, convinti che l’attacco provenisse dai tetti, e rastrellano centinaia di civili tra residenti e passanti. Nel frattempo i gappisti si sono già dileguati tra la folla.
La decisione e l’esecuzione
La risposta nazista è immediata e feroce: per ogni tedesco morto, dieci italiani. Nella lista finale confluirono categorie eterogenee: partigiani, prigionieri politici, ebrei, civili fermati per caso, e persino detenuti già condannati a pene lievi o addirittura assolti. Poiché i detenuti nelle carceri tedesche non bastavano, Kappler chiese alle autorità fasciste di integrare la lista attingendo alle carceri italiane. Per ragioni mai del tutto chiarite, vennero aggiunti cinque nomi in eccesso, le vittime sarebbero state 335. Il 24 marzo, in meno di ventiquattro ore dall’attentato, i 335 vengono condotti nelle grotte della via Ardeatina, in prossimità delle Catacombe di San Callisto, il più grande cimitero paleocristiano sotterraneo della Città, e trucidati a gruppi di cinque con colpi alla nuca. Sul piazzale, il capitano delle SS Erich Priebke monitora la lista dei condannati chiamando i loro nomi e cancellandoli una volta giustiziati.
Man mano che l’eccidio procede, i tedeschi obbligano le vittime a inginocchiarsi sopra i cadaveri di chi li ha preceduti. Al termine, l’ingresso delle cave viene fatto saltare con l’esplosivo. L’annuncio arriva ai romani il giorno dopo attraverso i quotidiani con una frase inequivocabile: “Quest’ordine è già stato eseguito”.
Chi erano i 335
Dietro quel numero ci sono 335 storie. Ciò che colpisce è l’assoluta arbitrarietà della selezione: c’è chi era lì per le proprie scelte, chi per la propria origine, chi semplicemente
perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ci furono anche malati, anziani, persone il cui unico crimine era abitare nei pressi di via Rasella. Il volume di Mario Avagliano e Marco Palmieri Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine (Einaudi, 2024) le racconta tutte, una per una, restituendo al numero la dignità di 335 esistenze singole, irripetibili, spezzate.
Tra queste, don Pietro Pappagallo, sacerdote che aveva aiutato ebrei perseguitati a nascondersi. Il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, comandante della resistenza militare clandestina. Ferdinando Agnini, studente di medicina di 19 anni che sognava un’Europa unita. Teodato Albanese, avvocato disposto al sacrificio come i martiri del Risorgimento. Vi era anche chi, come Franco Di Consiglio, 17 anni, non era incluso nella lista originale. Non volle separarsi dal padre e dai fratelli quando li vide portare via, convinto si trattasse di un trasferimento. Salì sul camion di sua volontà, non tornò. Nessuno di loro aveva avuto un processo. Per molti non esisteva nemmeno un’accusa formale. Erano nomi su una lista compilata di notte, in fretta, per raggiungere un numero. Quella discrezionalità totale nell’infliggere la morte ci ricorda che in certi sistemi di potere la colpa non è necessaria. Basta esistere.
I processi: una giustizia lunga e incompiuta
Il quadro giuridico entro cui giudicare le rappresaglie naziste era stato già delineato a
Norimberga, nel cosiddetto “processo degli ostaggi”, che aveva stabilito i limiti precisi alla liceità delle esecuzioni di rappresaglia secondo il diritto internazionale. Su quelle basi, nel 1948 il Tribunale militare di Roma condannò Kappler all’ergastolo, giudicando l’eccidio sproporzionato e illegittimo. Dopo anni di detenzione, nel 1977 Kappler fuggì dall’ospedale militare del Celio verso la Germania con l’aiuto della moglie. Questo scandalo costò le dimissioni al ministro della Difesa, Vito Lattanzio. Le autorità tedesche rifiutarono l’estradizione. Morì a Soltau il 9 febbraio 1978, senza aver mai scontato interamente la sua pena.
Erich Priebke, che aveva gestito materialmente le liste delle vittime, era fuggito in Argentina nel dopoguerra, dove visse indisturbato per decenni. Estradato in Italia solo nel 1995, il suo primo processo si concluse con un proscioglimento per prescrizione, suscitando proteste e sdegno. Condannato all’ergastolo in appello nel 1998, lo scontava agli arresti domiciliari. Morì a Roma nel 2013, a 100 anni, senza aver mai espresso un pentimento autentico.
Le donne che non hanno smesso di resistere
La storia delle Fosse Ardeatine ha anche un volto femminile, a lungo rimasto nell’ombra. Le donne sono presenti fin dall’inizio: Carla Capponi aspettava Bentivegna all’uscita di via Rasella con un impermeabile per coprirlo nella fuga. Ma è nel dopoguerra che la loro resistenza diventa più silenziosa e più tenace. Rimaste vedove da un giorno all’altro, spesso con figli piccoli, non hanno avuto nemmeno il lusso del lutto. Lavorano incessantemente, accettano qualsiasi mestiere, crescono i figli da sole. Ma non si limitavano a sopravvivere, combattevano.
Appena tre giorni dopo la liberazione di Roma è Vera Simoni, figlia di una delle vittime, a guidare un corteo di vedove fino al comandante alleato. Gli alleati vorrebbero colare cemento sulla fossa comune, le donne si oppongono e chiedono l’identificazione corpo per corpo. “Non chiediamo niente, non vogliamo niente, solo che siano riconosciuti”. Da quella battaglia nasce il Comitato dei 320, poi Associazione famiglie italiane martiri (Anfim), e prende forma il progetto del Mausoleo. Decenni dopo sono sempre le donne in prima fila nei processi. Rosetta Stame va a testimoniare contro Priebke nel 1996 e viene denunciata per diffamazione, costretta a pagare un risarcimento milionario poi revocato in appello. Irma Prosperi, dopo la prima sentenza di proscioglimento, si scaglia in lacrime contro il sindaco Rutelli. Non per sconfitta. È rabbia. È resistenza.
A ricostruire questa storia sommersa ci ha pensato Michela Ponzani con Donne che resistono. Le Fosse Ardeatine dal massacro alla memoria (Einaudi, 2025). Un libro che restituisce alle donne della Resistenza e alle vedove delle Ardeatine il ruolo centrale che la storiografia ufficiale ha spesso loro negato.
Memoria viva, non rito svuotato
Ogni anno, il 24 marzo, il Mausoleo ardeatino torna a riempirsi. Vengono letti i nomi di tutti e 335 caduti, uno per uno, fino all’ultimo. È un rito necessario. Ma c’è una domanda che l’eccidio delle Fosse Ardeatine pone con forza, e che nessuna cerimonia può esaurire: perché gli esseri umani continuano a fare questo agli esseri umani? La risposta scomoda è che la capacità di disumanizzare l’altro non è un’anomalia della storia, ma una sua possibilità permanente. Riconoscerlo non è un’attenuante: è una condanna.
La responsabilità di chi sceglie di esercitare quella violenza è piena e personale. Nel Mondo di oggi, in cui la guerra e la sofferenza che ne deriva non sono affatto scomparse, ricordare il 24 marzo 1944 significa tenere vivi quei 335 nomi come monito. Ce lo insegna la storia di chi, nelle cave, ha perso la vita. E lo insegna anche la resistenza delle donne delle Ardeatine, non solo nel momento in cui la violenza le ha travolte. Ma nella fatica di andare avanti e nella scelta, tutta loro, di trasformare il dolore in lotta e la perdita in memoria.
Alfio Faro
Foto © Mausoleofosseardeatine, Wikipedia, NS-Tater in Italien, Shalom.it, The Vision













