Oltre 170 mila candidati, per 1500 posti di funzionari europei, sono lo spunto per un viaggio all’interno della funzione pubblica dell’Ue
Sono, e rivendico di esserlo, un patriota italiano ed europeo. Non per retorica, ma per convinzione che discende da esperienza di vita e di servizio. Da oltre trent’anni, tra Italia e istituzioni dell’Unione europea, ho confermato una vecchia convinzione semplice quanto scomoda: non può esistere un’Italia libera, sicura e credibile al di fuori di un’Europa unita. Così come non può esistere un’Europa forte senza l’Italia.
Il filo conduttore dei miei scritti, come «pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo», diversi raccolti nel mio libro “Io, l’Italia e l’Europa”, è sempre stato quello di spiegare l’Europa agli italiani e l’Italia ai non italiani, lontano da stereotipi e luoghi comuni. Ma oggi sento ancora più forte una missione che considero una forma di volontariato istituzionale fatto anche attraverso l’informazione: difendere l’Italia anche dagli italiani e l’Europa anche dalle sue stesse istituzioni.
Difendere l’Italia, quando siamo noi stessi italiani a danneggiarne l’immagine con superficialità, populismo o mancanza di senso dello Stato.
Difendere l’Europa, quando le sue istituzioni rischiano di perdere il contatto con i cittadini o di tradirne la vocazione originaria.
Non è un paradosso: è il naturale compito di chi ama davvero entrambe le proprie patrie.
È con questo spirito che propongo un’intervista a Cristiano Sebastiani, storico leader sindacale della funzione pubblica europea, e presidente di Rinnovamento&Democrazia
(R&D), che offre uno sguardo lucido e senza ipocrisie sul funzionamento della funzione pubblica europea. Lo spunto di questa intervista, a uno dei più seri e coraggiosi sindacalisti Ue, che ho potuto conoscere e apprezzare sul campo, quando ero io stesso funzionario della Commissione europea, é dato dal successo quantitativo senza precedenti (oltre 170 mila candidati, oltre 80 mila dei quali italiani) dell’ultimo concorso indetto dalle istituzioni Ue per reclutare circa 1500 funzionari europei. Tra le qualità dell’intervistato, quella di essere da decenni un leader sindacale che non ha mai voluto lasciare il suo posto di funzionario operativo, ma aggiunge le sue funzioni sindacali a quelle di un normale funzionario della Commissione europea. Responsabile del controllo degli appalti presso la direzione generale della Ricerca.
Cristiano, oltre 170 mila candidati per circa mille posti indicano una forte attrattività della funzione pubblica Ue. Tuttavia, questo entusiasmo esterno rispecchia davvero il clima interno alle istituzioni, oppure esiste un divario tra aspettative dei candidati e condizioni di lavoro reali?
«Innanzitutto, è importante analizzare la distribuzione dei candidati per Stato membro, che risulta fortemente sbilanciata, soprattutto a causa della presenza esorbitante di candidati italiani. Per gli Stati membri già sottorappresentati, la partecipazione è invece del tutto normale e, in alcuni casi, persino inferiore alle attese».
«Quanto al possibile divario tra aspettative e realtà delle condizioni di lavoro, è vero che talvolta sono testimone diretto della delusione di nuovi colleghi che scoprono una realtà professionale diversa da quella che avevano immaginato. Tuttavia, molto, se non tutto, dipende dal servizio presso il quale sono stati assunti».
Puoi spiegare meglio cosa vuoi dire?
«La Commissione, così come le altre istituzioni europee, non è affatto una struttura monolitica, né è permeata ovunque dalla stessa cultura manageriale. A volte ho l’impressione che il funzionamento dei servizi della Commissione assomigli piuttosto a un catalogo di approcci possibili in materia di management, nel quale si possono trovare esempi dei metodi più arcaici accanto a quelli più visionari. Moltissimo dipende dalla cultura del manager con cui si è chiamati a lavorare».
Uniti nella diversità, è un motto dell’unità europea. Lo è anche delle istituzioni secondo te?
«In un certo senso sì, perché, alla luce della diversità dei profili e delle aspettative dei colleghi, anche questa pluralità può rappresentare una risorsa, perché permette a ciascuno di trovare il proprio posto. Alla profonda diversità dei sistemi di gestione corrisponde infatti una altrettanto ampia diversità nelle aspettative dei colleghi».
«Per questo, quando colleghi delusi e insoddisfatti si rivolgono a me, consiglio loro, invece di intestardirsi in conflitti sterili, di ricorrere alla mobilità per trovare un servizio più conforme alle loro attese. Naturalmente, offro anche suggerimenti in merito, sulla base delle loro preferenze».
«Il problema si pone invece in modo particolare per gli agenti contrattuali, che purtroppo non beneficiano delle stesse possibilità di mobilità e che spesso devono restare nel servizio presso il quale sono stati assunti. In questi casi, è chiaro che il nostro intervento è innanzitutto volto a imporre il rispetto delle regole di base per la gestione di un servizio pubblico, qualunque sia la cultura del manager di turno».
Più di 80 mila candidati italiani suggeriscono un interesse straordinario. È il segnale di una rinnovata vocazione europea oppure riflette criticità del mercato del lavoro nazionale che spingono verso Bruxelles? E come si traduce questo afflusso in termini di motivazione una volta entrati?
«Senza voler indulgere in fastidiosi stereotipi o in facili ricostruzioni caricaturali, la partecipazione straordinaria di candidati italiani è senza dubbio una dimensione della più ampia “fuga dei cervelli”, ma anche della cultura del “posto fisso”, che è chiaramente una peculiarità italiana, perfettamente riscontrabile discutendo con i candidati e con i nuovi colleghi italiani».
«Questo fa anche sì che, una volta assunti e ottenuta la garanzia della stabilità
lavorativa, i colleghi italiani siano mediamente più soddisfatti di altri, anche perché apprezzano ancora di più la loro condizione quando, tornando in Italia, prendono atto della realtà del mercato del lavoro per i loro coetanei. È anche vero che, in Italia, la critica contro i cosiddetti “burocrati di Bruxelles” non raggiunge affatto i livelli riscontrabili in altri Stati membri. Alcuni colleghi mi confermano di evitare, quando tornano nei loro luoghi di origine, di raccontare che lavorano per la Commissione, per non esporsi a insulti e contumelie. A me personalmente, così come ai colleghi italiani, questo non è mai capitato».
«In altri Paesi, dove le condizioni del mercato del lavoro sono più favorevoli, i candidati non si proiettano necessariamente nel lungo termine e percepiscono l’assunzione alla Commissione semplicemente come una tappa del proprio percorso professionale. Questo pone, per esempio, un serio problema di gestione dei conflitti di interesse, poiché sono naturalmente anche l’esperienza e i contatti acquisiti grazie all’impiego alla Commissione a essere valorizzati al momento dell’assunzione di nuove mansioni in un nuovo impiego, quasi sempre nel settore privato».
«Questa osmosi pubblico-privato, che in passato riguardava solo manager di alto profilo, è oggi un fenomeno molto più diffuso e deve essere gestita con grande rigore. Nulla nuoce infatti più gravemente alla credibilità delle istituzioni europee della percezione che esse non siano indipendenti dagli interessi privati, siano permeabili alle lobby esterne e non difendano più, tradendolo, l’interesse generale».
Quali sono oggi, secondo te, i principali fattori che motivano i funzionari europei? É quali invece alimentano demotivazione?
«Ancora una volta, le attese non sono le stesse per tutti i candidati. Accanto a coloro che sono interessati prima di tutto alla stabilità dell’impiego, alle condizioni economiche e al sistema pensionistico, vi sono sempre più candidati che attribuiscono priorità alle condizioni offerte per lo svolgimento delle loro mansioni, con particolare riferimento alla flessibilità nell’organizzazione del lavoro. Questi ultimi detestano e rifiutano un approccio puramente gerarchico, fondato sulla presenza fisica in ufficio, quali che siano le condizioni economiche offerte. Ciò è tanto più vero dopo le varie e disastrose riforme dello Statuto della funzione pubblica europea, che hanno reso le condizioni offerte ai nuovi colleghi non più così competitive come in passato».
«Al punto che, per gli Stati membri con condizioni del mercato del lavoro più favorevoli, esiste oggi un incontestabile problema di attrattività della nostra funzione pubblica, certificato dallo squilibrio geografico nella composizione del personale. Si tratta di un problema politico reale, che mette in pericolo la percezione di una funzione pubblica europea al servizio di tutti i cittadini europei. È un problema che le istituzioni europee stanno cercando in tutti i modi di risolvere, senza esserne ancora state pienamente capaci».
Alla luce di questi numeri e delle sfide interne, quali interventi ritieni prioritari per rafforzare la motivazione del personale e rendere la funzione pubblica Ue sostenibile nel lungo periodo, evitando il rischio di disillusione tra i nuovi assunti?
«Prima di tutto, giova ricordare che, come certificato da tutte le consultazioni del personale, la motivazione dei colleghi resta assolutamente solida. Rimane pienamente confermato l’entusiasmo di poter contribuire al progetto europeo, così come la convinzione di avere il privilegio di partecipare alla concezione e alla messa in opera di politiche utili per i cittadini europei. Le critiche, fondate o strumentali, rivolte alle istituzioni europee non possono in alcun modo scalfire la motivazione dei colleghi. Anzi, costituiscono spesso un incentivo a fare di più e meglio».
«Dopodiché, è chiaro che resta ancora molto da migliorare per assicurare un funzionamento esemplare dei servizi. Tuttavia, ancora una volta, è impossibile condurre analisi generiche alla luce delle profonde differenze che constatiamo ogni giorno».
«La funzione pubblica europea è pienamente sostenibile nel breve e nel lungo periodo. È numericamente residuale anche in relazione al personale impiegato da una qualsiasi amministrazione nazionale o locale. Offre oggi delle condizioni economiche che non sono più competitive in molti Stati membri».
«Per un fulgido esempio di eterogenesi dei fini, gli stessi Stati membri (ndr Centro e Nord Europa) che oggi denunciano lo squilibrio geografico nella composizione del personale delle istituzioni – dovuto alla difficoltà di attrarre candidati provenienti dai loro Paesi – sono proprio quelli che hanno imposto le disastrose riforme del nostro Statuto. Riforme che hanno prodotto una degradazione delle condizioni offerte ai nuovi assunti, rendendole non più competitive né sufficientemente attrattive per suscitare candidature da parte dei loro concittadini».
Conclusione
Chi ama davvero l’Italia e l’Europa non può limitarsi a difenderle dall’esterno. Deve avere il coraggio di difenderle anche da noi stessi, italiani, e dalle Istituzioni europee, che, forse, dovrebbero pensare maggiormente alla qualità e alla motivazione, oltre che alla quantità, del proprio personale. A cominciare dai propri dirigenti. Ė questo il messaggio, forte e chiaro che Cristiano Sebastiani ha passato a Eurocomunicazione. Ed è un messaggio che non va sottostimato. Al di là dell’attrattiva oltre ogni immaginazione del «posto fisso Ue».
Alessandro Butticé
Foto © Commissione europea, Parlamento europeo













