La Marina Militare italiana al centro dell’operazione per garantire sicurezza energetica e stabilità nelle rotte globali
L’Italia guida i partner internazionali nella pianificazione e nel prossimo intervento d’urgenza per bonificare dalle mine lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare lungo circa 60 km, da cui, come ormai noto, convogliano circa un quarto del petrolio e del gas naturale liquefatto. Un’arteria fondamentale per il traffico mondiale di cui tutti abbiamo visto e toccato con mano le immediate conseguenze sull’economia globale, i mercati energetici, le rotte commerciali e la stabilità geopolitica che ha trasformato di fatto un “conflitto regionale” in una crisi economica e di sicurezza globale.
Quando, all’inizio del conflitto, le Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, hanno posto in mare diverse mine navali per impedire il passaggio di navi militari e petroliere, il principale checkpoint energetico del Pianeta è divenuto un’area ad altissimo rischio per la navigazione. Le variegate minacce asimmetriche poi, come mine, sabotaggi e barchini, poste in campo dall’arsenale iraniano, sono state soluzioni economiche e imprevedibili, ma ad alto impatto ed efficacia per il blocco navale. I rapporti d’intelligence hanno evidenziato che le forze iraniane integrano nel loro modus operandi tecnologie tradizionali e sistemi avanzati, alternando ordigni posizionati manualmente a mine dotate di guida via Gpa e ad alta precisione.
Secondo un rapporto del Congresso statunitense pubblicato all’indomani del conflitto dei dodici giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025, l’arsenale complessivo a disposizione di Teheran era stimato tra le cinquemila e le seimila mine navali. Inizialmente, le analisi dell’Institute for the Study of War indicavano il posizionamento di appena una decina di ordigni nello Stretto di Hormuz, numero aumentato nel tempo fino a centinaia, se non migliaia, di unità nonostante la pronta reazione di Washington di affondare 16 unità iraniane, tra navi posamine e scafi sospettati di supportare questo tipo di operazioni.
Italia eccellenza tecnico-operativa nello sminamento
Già ad aprile scorso la Premier Meloni aveva garantito che “l’Italia farà la sua parte“. Quella italiana è d’altronde una delle flotte più avanzate dell’Alleanza Atlantica e, grazie a un solido mix di tecnologie all’avanguardia, personale altamente specializzato e esperienza operativa sul campo, rappresenta ormai da anni un vero e proprio pilastro per la Nato nelle operazioni di sminamento marittimo.
Lo Stato Maggiore ha strutturato un piano operativo che prevede una Task Force composta da quattro navi utili per pianificare e avviare le future operazioni di bonifica e sminamento nello Stretto di Hormuz. Due cacciamine selezionati tra le otto unità della quinta divisione navale di La Spezia, una nave logistica necessaria per garantire e aumentare l’autonomia operativa del gruppo nelle operazioni del Medio Oriente, e un’unità di scorta avente funzioni di protezione e sorveglianza dell’area per assicurare incolumità al contingente.
Si tratta delle unità Crotone e Rimini (già dislocati a Gibuti) appartenenti alla classe Gaeta ed entrate in servizio tra il 1992 e il 1996, affiancate da due della precedente classe Lerici che risale al 1985. Navi lunghe circa 52 metri e larghe 10 per cinquecento tonnellate di peso, con equipaggi composti da 40/50 militari in grado di mappare fino a dieci miglia quadrate di campo minato in una singola giornata. Nei prossimi anni, a partire dal 2029, dovrebbero poi entrare in servizio nuove unità di cacciamine (un totale di 12 nuovi cacciamine di nuova generazione Cng) per il programma di ammodernamento della Marina Militare italiana.
Ruolo nazionale ed estero di eccellenza militare
L’Italia inizierà l’intervento solo quando gli Stati Uniti e l’Iran cesseranno definitivamente le ostilità. Questa decisione impedirà che il conflitto coinvolga direttamente le Nazioni dell’Unione europea e la Marina avvierà la missione dei cacciamine soltanto dopo aver svolto valide verifiche sul campo per garantire le condizioni di sicurezza, minime e necessarie, all’incolumità e alla massima protezione degli equipaggi impegnati nelle delicate operazioni in mare.
Inoltre i Paesi europei tra cui Francia, Regno Unito, Paesi Bassi sosterranno insieme agli Stati Uniti uno sforzo multinazionale congiunto e una complessa coordinazione internazionale a più livelli. Lo sgombero delle mine nello Stretto comporta un processo suddiviso in fasi sequenziali delicate e che richiede tempo, come riportato dal Washington Post, gli esperti stimano in almeno sei mesi il tempo necessario dell’operazione.
Caratteristiche dei cacciamine
Queste navi sono dotate di scafi amagnetici realizzati interamente in vetroresina rinforzata, materiale che riduce al minimo la segnatura magnetica ed evita l’attivazione dei sensori delle moderne mine sui fondali. Dispongono inoltre di sistemi di propulsione appositamente schermati per minimizzare e abbattere le vibrazioni e la rumorosità irradiata dai motori, impedendo quindi ai sensori acustici degli ordigni più sofisticati di rilevare il transito della nave attraverso le onde sonore, che altrimenti innescherebbe la detonazione.
I cacciamine si avvalgono poi di avanzati sonar di profondità ad alta frequenza e di robot subacquei filoguidati dotati di telecamere ad alta definizione che, pilotati da remoto, operano fino a centinaia di metri di profondità senza mettere a rischio vite umane. I ROV,
acronimo di Remotely Operated Vehicle, sono infatti in grado di mappare e localizzare i singoli ordigni sul fondale marino e di neutralizzarli tramite cariche esplosive mirate. In tal modo i palombari del Comsubin, il Gruppo Operativo Subacquei della Marina Militare, in qualità di personale specializzato, lavorano intensamente sia potendo pilotare i ROV, che svolgendo quei compiti strategici e complessi di intervento in casi di necessità o in speciali in situazioni in cui i ROV non possono arrivare. I palombari raccolgono inoltre informazioni di intelligence, specialmente quando individuano una mina sconosciuta o di nuova generazione tipo quelle che utilizzano un sistema di guida Gps.
Una vera e propria operazione chirurgica a mare aperto dove ogni singola mina viene individuata, analizzata e neutralizzata. Una capacità di precisione che fa la differenza, poiché le mine non sono più solo semplici ordigni ancorati ma “sistemi intelligenti” che reagiscono a segnali acustici, magnetici o di pressione.
Classificazione delle mine moderne
Le mine navali, costituite da involucri sferici o cilindrici contenenti da 100 a 500 kg di esplosivo e impiegate per formare sbarramenti, sono classificate per posizione in acqua e per sistema di attivazione. Si dividono in mine da fondo oppure ormeggiate, ancorate cioè a pochi metri di profondità dalla superficie, generalmente tra i 3 e i 4 metri. In caso di rottura degli ormeggi, queste ultime diventano mine vaganti alla deriva, il cui uso intenzionale è però vietato dal diritto internazionale.
Il loro funzionamento distruttivo avviene per urto diretto oppure per influenza, attivandosi tramite la massa metallica dello scafo (mine magnetiche), le onde sonore generate dai motori (mine acustiche), o la caduta di pressione (mine bariche) che si verifica sotto lo scafo di una nave in movimento. Lo standard moderno più diffuso prevede ordigni in grado di reagire in modo combinato a più stimoli simultanei (mine multisensore) e oggi persino dotati di sistemi di guida GPS.
Esperienza storica e attività quotidiana della Marina
La competenza della Marina Militare italiana è anche frutto esperienziale di interventi passati. I cacciamine italiani avevano già operato nel 1987 nello Stretto di Hormuz durante la prima crisi del Golfo, in seguito alla “guerra dei tankers” tra Iran e Iraq. Successivamente intervennero nella ex Jugoslavia e nel porto di Kuwait City (1991), ripulendolo dalle mine irachene, e anche durante i conflitti balcanici degli anni ’90 hanno operato stabilmente nel Mar Adriatico.
Nonostante queste importanti missioni all’estero, la maggior parte della loro attività quotidiana si svolge lungo le coste nazionali dove la Marina bonifica mediamente 14mila ordigni ogni anno in mare o sulle spiagge italiane, residui bellici di un trascorso triste e doloroso, ancorché pericoloso, che si mostra a noi oggi col monito di non dimenticare.
L’Italia è dunque pronta e preparata a effettuare le operazioni di sminamento, come aveva affermato in Commissione Difesa alla Camera l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto ma l’avvio esecutivo della missione è pur sempre vincolato alla definizione di una chiara e legittima cornice giuridica internazionale, il futuro della missione dipenderà dalla diplomazia e soltanto a seguito della stabilizzazione dei rapporti con Teheran e della ratifica delle Camere, il contingente italiano muoverà verso l’area di crisi, per giungere, in circa venti giorni di navigazione al teatro operativo e iniziare i lavori di bonifica.
Adamo De Palma
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