Appalti pubblici “punto cruciale nella strategia antimafia”

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Appalti pubblici

Le parole del giudice Giovanni Falcone, pronunciate più di trent’anni fa, restano molto attuali e applicabili a quello che accade ogni giorno

Nella recente relazione semestrale pubblicata dalla direzione investigativa Antimafia, un intero capitolo viene dedicato al pericolo delle infiltrazioni mafiose negli appalti. Tema sempre molto caldo, e oggi, alle soglie degli ingenti investimenti previsti nel Pnrr, particolarmente pregnante. Tra i settori più soggetti a fenomeni di corruzione e di ingerenza delle mafie si devono annoverare infatti proprio “gli appalti pubblici e il subordinato ciclo dei rifiuti che rappresentano terreno di interferenza di interessi privati nella gestione della “cosa pubblica”.

Il lettore attento comprenderà quanto preoccupante sia la costatazione del fatto che l’inquinamento mafioso dell’utilizzo dei fondi possa verificarsi fin dalla fase della programmazione e progettazione, con una possibile azione corruttiva nei confronti dei funzionari della stazione appaltante e dei tecnici-professionisti individuati per gli incarichi. È lo scambio di favori e la commistione di interessi che viene definitaarea grigia”, ovvero quel vasto spazio non ancora pienamente identificabile come oggetto di interesse delle procure, ma in cui i campanelli di allarme dovrebbero suonare forti e chiari.

Campanelli d’allarme

Appalti pubbliciSono infatti due gli aspetti che devono mettere in allarme maggiormente: la capacità, da parte delle società mafiose, ma apparentemente pulite, di insinuarsi fin dall’ideazione della gara e quella di invadere il campo in fase esecutiva. Proprio già dalla stesura del bando e delle procedure di evidenza pubblica si possono concretizzare “accordi illeciti con appartenenti infedeli alla pubblica amministrazione” che danno vita a bandi “cucitisu misura sulle società che devono aggiudicarsi l’appalto e accaparrarsi i fondi pubblici. Per quanto riguarda la fase di esecuzione dell’appalto, poi, le mafie possono assumere un ruolo da protagoniste, partecipando direttamente attraverso imprese affiliate e apparentemente “pulite”. Oppure estorcendo denaro a quelle appaltatrici o in subappalto.

Falcone aveva già centrato la verità 30 anni fa

Come viene ben evidenziato nella relazione semestrale della Dia, l’ingerenza mafiosa fa sì che l’impresa che si aggiudica l’appalto possa essere la stessa che realizza il progetto esecutivo “secondo modalità che in un periodo successivo consentiranno varianti in corso d’opera e l’accrescimento della spesa pubblica con il conseguente ingigantimento dei ricavi delle aziende aggiudicatarie”.

Nella relazione si citano anche le parole, molto significative, del giudice Giovanni Falcone che, in una intervista del 1989 sul quotidiano Il Sole 24ore, cercava di accendere i riflettori sulle infiltrazioni mafiose nella fase della esecuzione. «Se si tiene conto della caratteristica peculiare delle attività mafiose che è il controllo del territorio, ci si rende conto che certi problemi, in tema di appalti pubblici, sono dei falsi problemi, perché la partita non si gioca soltanto sull’aggiudicazione, ma sull’esecuzione degli appalti».

«Quando qualsiasi impresa impianta i cantieri e si rivolge per le forniture, e per tutto ciò che serve, a determinate ditte – e deve saperlo prima quali sono – non deve chiederlo, perché se ha sbagliato fornitore la risposta è immediata. Quindi, che venga un’impresa tedesca, oppure ne arrivi una francese, è lo stesso perché il problema è lì in radice, è nel rapporto che attiene alla realizzazione delle opere. Sotto questo profilo, non c’è nessun cambiamento rispetto alla situazione di qualche tempo fa, anzi le cose sono peggiorate».

Cosa accadrà con il Pnrr?

È forse il caso, alle porte della partenza di investimenti negli appalti pubblici per svariati milioni di euro, come previsto dal Pnrr, di porre attenzione a queste parole del Giudice Falcone, che tornano anche nell’audizione alla commissione Antimafia del giugno del 1990, oggetto di desecretazione di pochi mesi fa. Stupisce, a dire il vero, la scarsissima risonanza mediatica riservata alle parole pronunciate dall’indimenticato magistrato durante l’audizione a Palermo. Ci si sarebbe aspettati, proprio in un momento di fermento come questo, in cui il sistema Paese sembrerebbe proteso a una vibrante fase di investimenti, una attenzione diversa sulle parole fortissime ed estremamente chiare proferite dal dott. Falcone, che pur cristallizzate in un apparentemente lontano 1990, sono attualissime.

Esecuzione dei lavori il punto cruciale

Quel verbale desecretato, ha giustamente fatto parlare di sé per i numerosi riferimenti all’omicidio Mattarella. Ma un altro argomento, non sufficientemente messo in rilievo, ha invece oggi la forza prorompente di uno schiaffo in piena faccia: l’inquietante evidenza della indicazione di una “centrale unicadi natura mafiosa che avrebbe diretto l’assegnazione degli appalti, se pure in riferimento alla Sicilia occidentale. Falcone affermò: «Abbiamo la conferma di un sistema mafioso che, per quanto concerne i grandi appalti, e anche nei piccoli centri, ne gestisce in pieno l’esecuzione. […] soprattutto abbiamo un condizionamento mafioso nell’esecuzione degli appalti medesimi: sub-appalti, o forniture, eccetera». Ciò che dovrebbe accendere una riflessione è pertanto l’aspetto sottolineato dal magistrato sulla effettiva gestione di quello che è il momento centrale della attuazione dei pubblici appalti, ovvero l’esecuzione dei lavori.

Per capire dove stia il problema, che oggi come allora risiede nelle medesime sacche di criticità, lasciamo parlare ancora il dott. Falcone: «La realtà, purtroppo, è molto più articolata e complessa di quel che noi vorremmo. Però, ormai è sicuro, c’è un vertice che dirige e coordina le assegnazioni e le esecuzioni, cioè tutta la materia. Anche in sede di aggiudicazione, non è necessario che si arrivi direttamente a un coinvolgimento dell’ente che deve fare la gara. Molto spesso è sufficiente un sistema tale per cui si organizzano le modalità della partecipazione e tutto ciò può prescindere, in una certa misura, da coinvolgimenti, connivenze o collusioni dei funzionari preposti alle gare».

In queste parole c’è tutta la criticità, realmente mai affrontata, che si nasconde e prolifica dentro e dietro i fondi pubblici elargiti con le gare di appalto. E tutta la pesantezza deldossier Mafia e Appalti”, depositato nel febbraio del 1991, che la procura di Palermo si adoperò velocemente ad archiviare all’indomani della morte del Giudice Falcone.

Molto sottovalutato

Chi si occupa dei controlli e gestione degli appalti, sa benissimo quanto meticoloso e oggetto di continue attenzioni sia l’aspetto che verte sulla fase di aggiudicazione degli appalti, quanto prolifiche siano la norme e quanto continui siano gli aggiornamenti normativi. Decisamente minore è invece l’attenzione che si concretizza nei controlli sulla fase esecutiva, che, come già faceva notare il Giudice Falcone, rappresenta un momento estremamente delicato e pericoloso per quanto riguarda le infiltrazioni mafiose. Tanto più preoccupante quando si pensa che, ritornando alle sue parole, il condizionamento mafioso coinvolge «qualsiasi imprenditore che operi in determinate zone, sia esso persona fisica, che cooperativa o ente a partecipazione statale».

Appalti pubbliciSi avvicina velocemente il 23 maggio, giorno della commemorazione della tragica morte del compianto magistrato Falcone, che ogni anno risuona con grande clamore mediatico, e abbiamo ancora nelle orecchie i nomi delle vittime delle mafie letti nelle piazze il 21 marzo. Dovremmo pretendere una altrettanto fragorosa cassa di risonanza alle parole proferite in quel 1990 che, pur sembrando lontanissimo, è invece ancora dietro l’angolo. Parole che danno particolare consistenza e attualità al problema delle infiltrazioni negli appalti pubblici.

C’è invece uno strano atteggiamento in questo Paese, che vede una rumorosa retorica di facciata non accompagnarsi quasi mai a una contrapposizione alle problematiche efficace ed effettiva.

Mancanza di formazione

Il vulnus si può senz’altro individuare nelle modalità riservate alla formazione e nella scarsissima consapevolezza della cultura della prevenzione. Chi si occupa di appalti, e non vogliamo in questa sede affrontare il problema della qualificazione delle stazioni appaltanti, molto raramente ha infatti una solida formazione relativa ai pericoli, concreti e insidiosi, costituiti dalle infiltrazioni mafiose. Le specifiche competenze sul codice degli appalti, che si presenta estremamente complesso, cangiante nella sua impostazione, e continuamente sottoposto com’è a “semplificazioni” che spesso vanno a complicare anziché rendere più agevole le operazioni, non sono quasi mai accompagnate da una solida formazione sulle direttive previste dal codice antimafia.

Soprattutto troppo spesso la compliance viene vissuta e applicata come una mera elencazione di tediosi adempimenti formali, la cui utilità complessiva sfugge e si volatilizza in una eccessiva compartimentazione delle competenze, che priva gli operatori della visione di insieme sulla necessaria tutela della economia sana e del bene comune.

 

Esmeralda Magi

Foto © Cittànuova, Tuttocauzioni, Linkiesta

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