Libia, i pericoli della crisi degli ultimi giorni

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Libia

Si teme che le proteste della settimana scorsa possano degenerare in una guerra civile. Le ripercussioni sul piano dell’economia internazionale sarebbero gravi soprattutto per l’Italia

Lo scorso fine settimana diverse città in Libia sono divenute teatro di proteste accese. L’episodio più grave si è verificato a Tobruk, quando un gruppo di manifestanti ha cercato di entrare con la forza all’interno del Parlamento cirenaico. Ma anche a Tripoli, Misurata e Bengasi si sono riscontrati eventi degni di nota: barricate per le strade, numerosi atti di vandalismo e saccheggio. Le cause dei disordini si rintracciano nella paralisi amministrativa in cui è precipitato il Paese oramai da diversi mesi, che ha innescato l’insorgenza di una serie di processi vessatori a discapito della popolazione meno abbiente, resi ancor più incalzanti dalle conseguenze del conflitto russo-ucraino.

Ci si riferisce in particolare al rialzo dei prezzi dei generi di prima necessità. Nonché alla cronica mancanza di energia elettrica negli agglomerati urbani: da circa tre settimane si verificano continui blackout. In alcune città l’assenza di elettricità si è protratta addirittura per quasi ventiquattro ore.

Le origini della crisi politica attuale

Lo stallo degli organi decisionali è stato provocato essenzialmente dalla divisione del potere esecutivo, che si è venuta a determinare all’inizio dell’anno. Com’è noto il Governo libico è di fatto costituito di due esecutivi: il Governo rappresentato da Abdul Hamid Dbeibah a Tripoli (riconosciuto e sostenuto dalla comunità internazionale) e l’esecutivo di Fathi Bashaga, che ha sede a Tobruk, in Cirenaica. A febbraio il Parlamento cirenaico, a seguito delle mancate elezioni che si sarebbero dovute tenere a dicembre dello scorso anno, di propria iniziativa aveva nominato Fathi Bashagha come primo ministro. Ma il Governo di Tripoli non lo aveva riconosciuto, affermando di accettare eventuali cambiamenti nell’ambito dell’assetto politico amministrativo soltanto dopo lo svolgimento di regolari elezioni.

LibiaIn quei giorni Abdel Hamid Dbeibah era scampato a un attentato. Mentre le milizie legate alla nuova autorità avevano cercato di scombinare l’ordine costituito, mediante l’esecuzione di una serie di azioni militari rivolte contro le fazioni fedeli al Governo di Tripoli. Di recente la tensione tra le due formazioni è tornata a salire. In quanto non sono state in grado di raggiungere un accordo in merito all’indizione di nuove elezioni, nemmeno attraverso l’intervento di mediazione dell’Onu: l’istanza principale proveniente dalla popolazione è quella di votare entro la fine dell’anno. Quindi, di avere l’opportunità di cambiare in modo radicale i componenti delle istituzioni parlamentari e governative. Le quali sono ritenute responsabili di non aver saputo fare fronte alle problematiche più salienti che sono insorte in Libia.

Il rischio di una guerra civile e i rischi per l’Italia

L’incapacità di trovare dei punti di convergenza tre le due istituzioni governative ha reso cronico lo stallo sotto il profilo decisionale, a tal punto da determinare delle gravi ripercussioni sotto il profilo economico, soprattutto nell’ambito del settore energetico. Lo scorso aprile sono state bloccate due importanti stazioni di esportazione petrolifera. Si è fermata oltretutto l’operato di alcune attività destinate all’estrazione. Secondo quanto riportato dalla National Oil Corporation libica questo immobilismo ha prodotto delle perdite per un ammontare di 3,5 miliardi di dollari. La crisi si è principalmente rivolta verso la popolazione meno facoltosa. A Tripoli e in diverse altre città si sono verificati anche incidenti fra gruppi armati appartenenti a fazioni differenti. Il rischio è che la situazione possa degenerare in una guerra civile.

Le ripercussioni dovute a un possibile aggravamento della crisi libica potrebbero coinvolgere soprattutto il Belpaese. Secondo quanto riportato dall’Ispi, la produzione petrolifera libica nel giro di qualche mese è scesa al di sotto di seicentomila barili al giorno. La consueta produzione quotidiana di greggio, di norma, si attestava intorno a un milione e duecentomila barili. Il rallentamento più evidente è stato rilevato in Cirenaica. La medesima dinamica tuttavia si potrebbe estendere in Tripolitania, dove l’Eni attualmente si trova ancora a gestire diverse attività.

Le ripercussioni sul piano internazionale e gli interessi dei russi

La crisi sarebbe in grado di estendersi all’intera Europa. A tal proposito, si ritiene del tutto fondato il sospetto che mercenari russi si insinuino nei disordini al fine di accelerare i processi di destabilizzazione interna. L’obiettivo sarebbe quello di provocare una crisi ulteriore nelle forniture energetiche dirette all’estero. Che si tradurrebbe in un progressivo aumento dei prezzi del petrolio e del gas, già coinvolti in un processo di innalzamento significativo da alcuni ultimi mesi. Non è un caso che, come rivelato dall’Ispi e da diverse altre fonti ufficiali, elementi appartenenti al famigerato gruppo Wagner siano attivi in alcune zone del Nord-Africa e soprattutto in Libia.

Si ritiene verosimile credere che a un maggiore impegno dei Paesi occidentali, nel tentativo di supportare militarmente l’Ucraina, corrispondano delle operazioni di sabotaggio da parte dei russi in Libia e in altri contesti dove sono radicati gli interessi economici occidentali. Il vertice intergovernativo che si è tenuto ad Ankara, tra Italia e Turchia, si è focalizzato anche sull’analisi della questione libica. E sull’elaborazione di una strategia comune da adottare per scongiurare un peggioramento della crisi politica in atto.

 

Federico Gasparella

Foto © Reuters, Agenzia Nova, Rivista Africa, Il Gazzettino

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