Il declino dell’abbazia di Farfa

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2007
Abbazia di Farfa

La nascita del “Movimento Bianco” risale a oltre 600 anni fa quando donne e bambini percorsero l’Italia al grido di “Pace e Misericordia”

Abbiamo scritto nella prima parte della historia della abbazia di Farfa, in Sabina, delle vicende dell’abate Ugo che aveva rinvigorito, dopo la fuga dei saraceni, lo spirito monastico ristabilendone la disciplina. Anche i fabbricati risorsero dal loro stato di abbandono. Ugo morì la vigilia di Natale del 1038 a soli sessantacinque anni, stremato da una vita operosissima.

L’opera dell’abate Berardo

Il vuoto prodotto dalla scomparsa di Ugo fu colmato solo nel 1047 con il suo degno continuatore Berardo I già suo discepolo. Energico e instancabile, governò a lungo l’abbazia di Farfa e i suoi beni e poté quindi lasciare una vasta impronta di sé. Lottò contro il vescovo di Sabina per la grotta di San Michele sul Monte Tancia, quindi contro la potente famiglia dei Crescenzi per il possesso di Tribuco e Bocchignano e contro vari signorotti che volevano espandere il loro dominio sulle terre della abbazia. Accolse per due volte Papa Niccolò II nel suo monastero nel 1059 e nel 1060, ma anche l’abate Desiderio di Montecassino, San Pier Damiani, il monaco Ildebrando di Soana che sarebbe poi salito al trono pontificio con il nome di Gregorio VII. Anche la piissima imperatrice Agnese, madre di Enrico IV visitò Farfa offrendo ricchi doni.

Il tesoro dell’abbazia di Farfa ora scomparso

Tra i tesori che l’abbazia aveva ricevuto è stata trovata una pergamena che li inventariava: un ciborio tutto d’onice, affiancato da due torri, un cofanetto d’oro purissimo adorno di gemme donato da Carlo Magno, una croce d’oro con pietre preziose lunga oltre un metro, due croci d’oro con reliquie della Croce, (forse portate dai Templari), quattordici calici di argento, due corone d’oro e d’argento e quattro sigilli in oro. Questi preziosi tesori sono del tutto scomparsi, alcuni nel periodo in cui fu preda dei saraceni, altri in periodi susseguenti.

Gregorio da Catino il cronista farfense

Nel lungo periodo in cui Berardo fu abate, accolse nel monastero un giovanetto, Gregorio, che era nato nel vicino castello di Catino. Fu Berardo che lo iniziò sin da giovane a studi sacri e profani. Gregorio si distinse subito per essere incline agli studi sulla storia. Grazie a lui siamo venuti a conoscenza dell’intera storia dell’abbazia di Farfa, che compendiò scrivendo il Chronicon. Tra bolle papali, diplomi imperiali e atti di donazione, Gregorio estrapolò nella sua opera anche fatti avvenuti nel Mondo allora sconosciuto, al di fuori di Farfa, cosi nei suoi scritti ha tramandato nei secoli, l’eco di avvenimenti di grande importanza per la Chiesa e per l’Impero. Ha lasciato ai posteri il ricordo dello splendore politico e religioso raggiunto dal cenobio, dopo gli anni dolorosi delle invasioni saracene, della vita dissoluta dei certi abati. Voleva che nulla fosse dimenticato e che la storia di Farfa rimanesse viva nei secoli.

Il declino

L’abbazia di Farfa che per decine di anni aveva mantenuto la grandezza, la tranquillità e il benessere iniziò a decadere nel periodo della lotta per le investiture. Fu irretita dai vari signorotti di Roma e della Sabina che misero i loro occhi sui beni abbaziali. L’osservanza monastica si affievolì, il malgoverno degli abati la impoverì sempre di più. Purtroppo questa volta non sorse un Ugo o un Berardo a risollevarla. Gli abati vivevano spesso lontani dalla comunità, circondati da parenti o consiglieri a loro favorevoli.

Il vasto patrimonio abbaziale era costituito da aziende agricole e assorbiva massimamente l’attività dei monaci. Le rendite iniziarono a diminuire, i monaci furono sempre più trascurati dai superiori, il reclutamento divenne sempre più scarso, cui si aggiunse nel 1122 il Concordato di Worms.

Il Pactum Calixtinum

Abbazia di FarfaFu un patto stipulato a Worms, in Germania il 23 settembre del 1122 tra il Papa, Callisto II, ed Enrico V di Franconia, sovrano del Sacro Romano Impero nel quale si sanciva la fine della lotta per le investiture. La quale era iniziata nel 1092 tra Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV. Nell’accordo del 1122 l’imperatore rinunciava al diritto di investire i vescovi dell’anello e del bastone pastorale riconoscendo solo al Pontefice tale funzione. Il Papa a sua volta riconosceva all’imperatore, il diritto in Germania, di essere presente alle elezioni episcopali, purché compiute senza simonia (commercio beni sacri) né violenza e di investire i prescelti in diritti feudali ma sempre e solamente in Germania. In Italia e in Borgogna l’intervento della Santa Sede era diretto per il Pontefice, che provvedeva quindi in prima persona in tutti i casi di elezione.

Da quel momento l’abbazia di Farfa non fu più sotto la tutela imperiale ma sotto quella pontificia. Le abbazie precipitarono nel declino. Poco efficaci furono gli interventi dei Papi e dei concilii fino a quando non si giunse alla commenda, il cui rimedio fu però catastrofico.

La commenda dei Papi

I pontefici iniziarono a preporre nelle grandi abbazie, come Superiori, persone estranee benemerite per vari motivi (donazioni) alla Chiesa o al Papa. L’autorità passava quindi a un estraneo, non monaco e non eletto dai monaci e ignaro dell’ideale monastico, più spesso avido delle rendite abbaziali e per nulla curante del bene dei monaci, sempre più immiseriti da questi esattori insaziabili. Furono detti abati commendatari. Con l’andare del tempo questa commenda divenne ereditaria in alcune grandi famiglie dell’epoca per cui le abbazie vennero a far parte del loro patrimonio. A Farfa aprì la serie degli abati commendatari il cardinale Francesco Carbone Tomacelli, nipote di Bonifacio IX (al secolo Pietro Tomacelli) eletto Pontefice nel 1389 e morto a Roma nel 1404. Proprio a lui si deve l’introduzione a Farfa, di un gruppo di monaci teutonici provenienti da Subiaco.

Il loro arrivo non ebbe buoni risultati perché, nel 1567 giunsero i provenienti da Cassino. Gli Orsini ebbero la commenda di Farfa fino agli inizi del 1500. Ad essi si deve la Basilica edificata e consacrata nel 1496, tanto che lo stemma degli Orsini compare nel soffitto ligneo. Sotto Giulio II e Papa Leone X la commenda farfense passò ai Della Rovere, per tornare poi agli Orsini che la tennero fino al 1542. Quindi passò ai Farnese. L’arrivo dei Cassinesi non portò quel risollevamento in benefici che si sperava. Senza dubbio l’osservanza monastica migliorò, si restaurarono fabbricati e sorsero nuovi edifici ma in genere l’abbazia di Farfa, ormai privata della amministrazione del suo grande patrimonio, e della giurisdizione che aveva su di esso, cadde di importanza.

La soppressione napoleonica del 1798 e quella italiana del 1861 le dette l’ultimo colpo. I Beni rimasti passarono al demanio, il borgo e una parte del monastero furono venduti a privati. Alcuni monaci rimasero a custodia della Abbazia. Nel 1928, Con la scoperta di importanti affreschi, occultati sotto gli intonaci, portò alla luce significativi reperti dell’epoca carolingia e dell’Oratorio dell’abate Sicardo, per cui il Governo si affrettò a dichiarare Farfa monumento nazionale.

Poggio Mirteto, la Chiesa di San Paolo e la storia del “Movimento dei Bianchi”

A circa 10 km di distanza da Farfa, in auto 15 minuti, si raggiunge Poggio Mirteto. Merita assolutamente una visita la Chiesa di San Paolo, risalente al 1200 ubicata subito fuori il perimetro del borgo. Si tratta di una chiesa, nel passato adibita a luogo cimiteriale. Vista da fuori non lascia presagire i tesori pittorici che vi sono all’interno. Ancora visibili, anche se consunti dal tempo, dipinti che vanno dal 1200 al 1500.

Nella parte alta dell’abside è raffigurata “L’Incoronazione della Vergine Maria” attribuita a Lorenzo Torresani e databile al 1521. Gesù e la Vergine sono circondati da piccoli angeli. Sul lato sinistro questi suonano una cetra, una chitarra, un flauto e un tamburello, sul lato destro altri un liuto, un violino e un flauto. Sulle pareti della navata in ambo i lati, si susseguono affreschi. In una sono raffigurate tre donne in preghiera tra le quali Sant’Orsola, Santa Anatolia martire, la Madonna del Latte. Sulla controfacciata interna “L’incontro dei vivi e dei morti”. In alto poi c’è la Storia dei Bianchi.

I Bianchi del 1399

Oltre 6oo anni fa, decine di migliaia di uomini, donne e bambini molti indossanti un saio bianco e chiamati anche “Monaci Bianchi” percorsero l’Italia da Nord a Sud al grido di “Pace e Misericordia”. Si trattava di un movimento religioso con caratteristiche di spontaneità che rimase unico nella storia della devozione. Questo, aperto a tutti senza distinzione di sesso, età, ruolo e condizione sociale, apparve nell’estate del 1399 e si diffuse rapidamente in tutta l’Italia centro settentrionale, in particolare nella Sabina, con una richiesta sincera da parte di tutti i partecipanti di “Misericordia e Pace”.

Il fervore dei devoti fu tale che laddove i “Monaci Bianchi” portavano il loro messaggio riuscirono a ottenere, nelle cittadine e borghi che attraversavano, concreti risultati sul piano sociale, come la cessazione di conflitti locali, la riconciliazione fra fazioni avverse, la liberazione di prigionieri, la remissione dei debiti, la sospensione di condanne e pene. I Bianchi, aderendo per primi alla devozione, indussero altri a mettere in pratica la “Misericordia” verso i loro simili, in particolare dove non c’era la speranza di giustizia, la misericordia umana leniva almeno i loro spiriti.

L’origine del movimento – Il Miracolo della Madonna dell’Oliva

Abbazia di FarfaÈ da attribuirsi in particolare per il movimento che sorse nel centro Italia, al “Miracolo della Madonna dell’Oliva”. Il fatto avvenne martedì 2 luglio del 1399 nei pressi di Assisi, quando la Madonna, vestita di bianco, apparve a un ragazzo che si trovava con il padre a lavorare in un uliveto. Mentre questi tagliava la siepe, la Madonna ordinò al figlio di portare un messaggio alla città, all’interno della quale si perpetravano lotte e vendette cruente. “Tutti si devono vestire con l’abito bianco, lasciato per continuare la penitenza per sei giorni, perché quella fatta dagli Assisani non è sufficiente per far rimettere i loro peccati. Chi non segue l’ordine deve prepararsi alla morte e all’inferno. Il padre vide la paura negli occhi del giovane ma non poteva vedere la Madonna. Il figlio gli spiegò che non aveva potuto vedere l’apparizione perché non era puro nell’anima.

Affreschi che riportano questa apparizione sono presenti in molte Chiese del reatino come quella di Poggio Mirteto ma anche a Rieti, Leonessa e Montebuono. Nell’Umbria li troviamo ad Assisi, Terni, Orvieto.

L’Indizione dell’Anno Santo del 1400

La  notizia del miracolo si diffuse rapidamente non solo in Italia ma in Europa. Tanto che indusse Papa Bonifacio IX a indire, alla fine del 1399, un giubileo straordinario da tenersi l’anno seguente. Si parla di oltre 120.000 pellegrini che confluirono a Roma nel 1400, provenienti da tutta Europa. Il movimento religioso dei “Monaci Bianchi” con la stessa spontaneità di come era nato, si dissolse al termine del giubileo.

 

Giancarlo Cocco 

Foto © Volumetto Farfa a Cura dei Padri Benedettini, Timetoast

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Giancarlo Cocco
Laureato in Scienze Sociali ad indirizzo psicologico opera da oltre trenta anni come operatore della comunicazione. Ha iniziato la sua attività giornalistica presso l’area Comunicazione di Telecom Italia monitorando i summit europei, vanta collaborazioni con articoli sul mensile di Esperienza organo dell’associazione Seniores d’Azienda, è inserito nella redazione di News Continuare insieme dei Seniores di Telecom Italia ed è titolare della rubrica “Europa”, collabora con il mensile 50ePiù ed è accreditato per conto di questa rivista presso la Sala stampa Vaticana, l’ufficio stampa del Parlamento europeo e l’ufficio stampa del Ministero degli Affari Esteri. Dal 2010 è corrispondente da Roma del quotidiano on-line delle Marche Picusonline.

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