Attualità della biografia del Führer del Terzo Reich, o l’ineludibile lezione della storia
Lo storico che si avventuri nell’impegnativo compito di raccontare la vita di Adolf Hitler non può eludere una domanda: perché scrivere l’ennesima biografia di uno dei personaggi più studiati? L’interrogativo se lo pone infatti Davide F. Jabes, nell’introduzione al suo libro “Il leader. Adolph Hitler: la manipolazione, il consenso, il potere” (Solferino Editore, pp.288, € 18), che per darvi risposta lo capovolge: “Perché non scrivere altre biografie sul Führer del Terzo Reich?” In effetti, il percorso esistenziale di una delle figure più fosche della storia ha ancora molto da insegnarci. A dimenticarla o rimuoverla si corre il pericolo di ripeterne gli orrori, un rischio che la specie umana non può più permettersi.
Un libro adatto a tutti
Questo dunque l’intendimento dell’autore: spiegare con la massima chiarezza i punti fondamentali dell’agire hitleriano a un pubblico più ampio possibile. Anche a chi non possa o non voglia affrontare le ponderose biografie esistenti, in particolare la più celebrata, opera dello storico britannico Ian Kershow, che consta di ben 2.800 pagine. Il libro si pone come uno studio da tutti fruibile, redatto in una forma e in un linguaggio divulgativi in grado di avvicinare non soltanto lettori specialisti, pur preservando la scientificità d’un prodotto storiografico.
Del resto, non sono pochi i motivi per continuare a riflettere sulla parabola hitleriana, sui modi in cui egli assurse in piena epoca moderna a un potere assoluto da monarca dell’antichità, sulle ragioni per cui riuscì a divenire per masse sconfinate una sorta di divinità in nome della quale anche le azioni più malvagie e delittuose erano considerate lecite.
Oggi ci rendiamo conto che quella figura da sempre associata al male assoluto rivela una modernità sconcertante, “anticipatrice di fenomeni socio-economici che ci stanno facendo tornare indietro di secoli nella lunga lotta per l’affermazione dei diritti inalienabili dell’individuo”. Inoltre, sui media proliferano teorie complottiste sul Führer, che finiscono per renderlo “più simile a un cattivo cinematografico” anziché a un essere umano vissuto nel suo tempo. E ancora, vanno ridimensionate opere di autori ormai screditati dalla ricerca storica ma dal successo commerciale imperituro, che addossano esclusivamente a lui la colpa dei crimini di cui si macchiò il nazismo, sollevando dalle proprie responsabilità tutti gli uomini e gli apparati che lo sostennero sino alla fine, non da ultima la Wehrmacht, l’esercito germanico.
Revisionismi e falsità inquinano la storia
V’è poi un altro, non secondario motivo per continuare a indagare su quella biografia, sul periodo in cui essa prese corpo: smentire “le pretese conquiste economiche e il miglioramento delle condizioni di vita nel Reich, come se la guerra con il suo straordinario costo di morte e sofferenze non rendesse questa asserzione un’assurdità”. Discorso, questo, ben valido anche nella riflessione storiografica delle nostre vicende nazionali, riguardo al fascismo e alle presunte “cose buone” fatte dal nostro dittatore. La contemporaneità è avvelenata da revisionismi e falsità storiche che solo a una mente superficiale possono apparire inoffensive: ripetute in continuazione, ci ammonisce l’autore, vengono prese per realtà, con tutto ciò che ne consegue.
Tutto su Adolf Hitler
Lo studio di Davide Jabes è organizzato con criterio cronologico in nove capitoli, dove si affrontano i principali aspetti della formazione e dello sviluppo della personalità di Adolf Hitler, l’intersecarsi di dimensione privata e ruolo pubblico. Dall’infanzia e giovinezza nella Bella Époque (1889-1914), all’esperienza bellica nella Prima guerra mondiale (1914-1918), dagli inizi dell’attività di agitatore sociale (1919-1923), all’attività politica e alla conquista del potere (1924-1933), ai modi e alle caratteristiche in cui si estrinsecò il suo regime, con gli indirizzi di politica interna ed estera, le scelte economiche e sociali, la natura del mito che seppe creare intorno alla propria figura, i passi che portarono al Secondo conflitto mondiale, le azioni di guerra, lo sterminio degli ebrei, la fine con il suicidio nel bunker di Berlino in cui trascorse gli ultimi mesi di vita in una Germania ridotta in macerie.
Il volume, corredato di un opportuno glossario, una cronologia degli eventi privati e storici, una bibliografia selezionata, si chiude con le conclusioni dell’autore, che s’interroga su due punti nodali: Adolf Hitler era un abile stratega? Era un leader? Sono qui sfatati alcuni miti duri a morire, creati e diffusi da ricercatori ormai declassati dalla storiografia più recente, e, soprattutto, si riflette sull’eredità del nazionalsocialismo, si pongono domande illuminanti, quali ad esempio: “Lo scenario storico e sociale attuale, privo di ideologie ma legato ai risultati economici, ha ricevuto stimolo attraverso l’organizzazione hitleriana della morte?” E ancora: se Hitler rispose alla crisi della società di massa nei primi decenni del Novecento “con una ricetta carismatica, autoritaria, tecnocratica e bellicista”, siamo così certi che ciò non proietti sull’oggi e sul nostro futuro una luce sinistra?.
La mancanza di memoria storica può essere fatale
Queste e altre riflessioni rendono lo studio di Jabes non solo attuale, ma ineludibile. La vicenda di un oscuro ometto venuto al mondo in un paesino austriaco fuori dalle rotte della grande storia, assurto a un potere immenso in un Paese democratico nel cuore dell’Occidente, suscita riflessioni su temi di urgente attualità: la natura del potere e del carisma, i pericoli del populismo, la tenuta dei sistemi democratici e la fragilità delle relazioni internazionali, le voragini che si aprono tra la conquista del consenso e la gestione del comando.
È su questo campo che si gioca il nostro futuro, perché la mancanza di memoria storica, uno dei drammi del tempo presente, rischia di riproporre dinamiche che credevamo non più realizzabili, e che invece incombono minacciose. Un libro come questo è dunque il benvenuto, sperando che non rimanga confinato nei polverosi cassetti degli appassionati e degli studiosi di storia, ma che venga letto e meditato dai più.
Giuseppe Costigliola
Foto © NOC Sensei, Treccani













