Bangladesh, un Paese nel caos

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Bangladesh

Sheikh Hasina, premier del Paese, si è dimessa in seguito alle proteste organizzate dai sindacati studenteschi

Resta alta la tensione in Bangladesh. Migliaia di manifestanti hanno preso d’assalto il palazzo della premier, Sheikh Hasina, nella Capitale Dacca pochi minuti dopo che aveva lasciato la residenza insieme alla sorella “per un luogo sicuro”. Il canale 24 del Paese ha trasmesso le immagini della folla che entrava di corsa nella residenza ufficiale, salutando la telecamera mentre festeggiava.

Subito dopo il capo delle forze armate ha annunciato ufficialmente le dimissioni della premier. Il capo dell’esercito, WakerUzZaman, in un discorso trasmesso alla Nazione dalla televisione di Stato ha dichiarato che formerà un Governo ad interim. Ha, anche, affermato che ne avrebbe discusso con il presidente Mohammad Shahabuddin e di essere già entrato in contatto con i principali partiti di opposizione e con membri della società civile, ma non con la Lega Awami della premier. «Il Paese ha molto sofferto, l’economia è stata colpita, molte persone sono state uccise. È tempo di porre fine alla violenza. Se la situazione migliora, non ci sarà bisogno di ricorrere allo stato d’emergenza», ha assicurato promettendo che le nuove autorità avrebbero indagato su «tutti gli omicidi» commessi durante le violente proteste. «Adesso il compito degli studenti è di restare calmi e di aiutarci», ha esortato Waker-Uz-Zaman

Proteste

Oggi, 5 agosto 2024, almeno altre 56 persone uccise durante i violenti disordini dopo la destituzione del primo ministro. Almeno 44 dei morti portati all’ospedale dell’Università di Dacca, ha affermato un corrispondente dell’Afp riferendo che tutti avevano ferite da arma da fuoco. Le proteste organizzate dagli studenti contro le regole di assunzione nella pubblica amministrazione – considerate discriminatorie – si sono trasformate in uno scontro con il potere, che dal 16 luglio ha provocato oltre 280 morti e più di 400 feriti.

I leader dei movimenti studenteschi hanno dichiarato una campagna di disobbedienza civile per chiedere le dimissioni di Hasina. Il sistema delle quote riserva il 30% degli impieghi pubblici ai familiari dei veterani della Guerra di Liberazione in Bangladesh del 1971. L’opposizione sostiene che è un sistema che beneficia i sostenitori della premier, il cui partito – la Lega Awami – capeggiò il Movimento indipendentista. Negli ultimi giorni la protesta è diventata sempre più violenta. Bloccate strade, autostrade e linee ferroviarie. Il Governo ha ordinato la chiusura di tutte le scuole e università.

Hasina era al Governo dal 2009 ma aveva ricoperto lo stesso ruolo anche in precedenza, fra il 1996 e il 2001. Da diverso tempo la sua immagine era cambiata, così come il suo Governo: da simbolo della democrazia, derivante dal suo impegno contro le dittature militari in Bangladesh, era diventata una leader sempre più autoritaria e, secondo i suoi oppositori, ma anche secondo diverse organizzazioni internazionali, una delle principali minacce al sistema democratico del Paese.

Una situazione politica instabile

76 anni, è la figlia maggiore di Sheikh Mujibur Rahman, il politico che dichiarò l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan nel 1971. Dopo aver fondato la Lega Awami Bangladesh(LA), di ispirazione progressista, divenne primo ministro, poi presidente e nell’agosto del 1975 deposto e ucciso insieme a parte della famiglia durante un Golpe organizzato dall’esercito, preoccupato dal suo crescente autoritarismo. Quella notte, quando un gruppo di ufficiali dell’esercito uccise entrambi i suoi genitori, tre dei suoi fratelli e il personale della casa, Hasina, 27 anni, si trovava in Germania con la sorella minore. Ha sempre sostenuto che fu quello l’episodio che motivò da lì in poi la sua carriera politica.

Per tutti gli anni Ottanta, durante un periodo di grande instabilità politica e continui Golpe sostenuti dai militari, Hasina, eletta presidente della Lega Awami, entrò e uscì dal carcere. Dopo il ritorno alla legalità costituzionale, negli anni Novanta c’era un’aspra rivalità con la nuova leader del BNP, Khaleda Zia: le due governarono alternativamente contribuendo a polarizzare la politica del Paese.

Zia vinse nel 1991, Hasina nel 1996 e Zia di nuovo nel 2001. Gli anni successivi furono caratterizzati da una grande instabilità politica, con decine di scioperi generali e attentati. Nel 2007, quando arrivò il momento di votare di nuovo, il Governo provvisorio che si insediò con il sostegno dei militari ordinò un’irruzione nella casa di Hasina e il suo arresto per estorsione. La leader definì le accuse una cospirazione per impedirle di candidarsi. Tra la possibilità di lasciare il Paese o andare in carcere scelse la seconda. La rilasciarono undici mesi dopo.

Pro e contro

Negli ultimi quindici anni Hasina ha contribuito a un grande sviluppo economico del Bangladesh: costruzioni di grandi infrastrutture come autostrade, linee ferroviarie e porti; rete elettrica ampliata e portata nei centri più remoti; industria dell’abbigliamento diventata una delle più competitive al Mondo e negli ultimi dieci anni il reddito pro capite è triplicato. I progressi in termini di sviluppo ne hanno innescato a loro volta: istruzione femminile parificata a quella maschile; migliorata la condizione lavorativa delle donne. La Banca Mondiale ha stimato che più di 25 milioni di persone, su più di 170 milioni di abitanti, negli ultimi vent’anni siano usciti dalla povertà.

Chi ha criticato Hasina negli ultimi mesi sostiene che il successo del Bangladesh sia stato ottenuto però a scapito della democrazia e dei diritti umani e che il regime sia diventato progressivamente sempre più autoritario e repressivo, limitando il dissenso e la libertà di stampa. Nell’ultimo anno molti dirigenti sono stati arrestati con accuse fittizie e inventate, così come migliaia di sostenitori dell’opposizione in seguito alle proteste antigovernative che avevano organizzato. I dati mostrano che con Hasina gli arresti, le sparizioni, le uccisioni e altri abusi legati a motivi politici sono aumentati significativamente. Lo scorso novembre un gruppo di relatori speciali delle Nazioni Unite affermò che nel Paese «l’utilizzo del sistema giudiziario come arma per attaccare giornalisti, difensori dei diritti umani e leader della società civile stava diminuendo l’indipendenza della magistratura» ed erodendo «i diritti umani fondamentali».

 

Ginevra Larosa

Foto © NPR, BBC, iNews, HuffPost

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