La coscienza di ChatGPT

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ChatGPT

Il funzionamento di un sistema di intelligenza artificiale si basa sulla emulazione delle reti di neuroni presenti nell’encefalo umano

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale o IA, come viene più spesso chiamata, è diventata una sorta di mantra ormai sulla bocca di tutti. Strumenti come ChatGPT vengono continuamente usati anche da professionisti per generare righe di codice software, creare immagini e documenti e per risolvere problemi tecnici.

L’intelligenza artificiale è in grado di produrre immagini, testi, algoritmi, insomma tutto, o quasi, ciò che sembrava appannaggio esclusivo della mente umana. È prevedibile che nel giro di pochissimi anni, molte attività verranno svolte da robot specificamente addestrati, in grado di fare addirittura meglio dell’uomo. Ovviamente questo comporta uno stravolgimento totale della società. Non solo molti posti di lavoro non saranno più disponibili, ma si rischia anche di demandare alle macchine decisioni importanti con conseguenze imprevedibili.

Esperimento

Nel 1950, su una rivista specializzata, comparve un articolo di Alan Turing, il famoso matematico inglese che tra le altre cose riuscì a decifrare “Enigma”, l’apparecchio di crittografia usato dai tedeschi per trasmettere messaggi in codice. Nell’articolo, si descriveva un test per verificare se un computer ha comportamenti intelligenti indistinguibili da quelli umani. In pratica, si tratta di mettere una persona in una stanza isolata. Questa è in grado di dialogare con il computer posto in un’altra stanza, senza però poterlo vedere. Alla fine del test, il soggetto umano deve stabilire con esattezza se nell’altra stanza è presente un uomo o una macchina. Attualmente alcuni sistemi di IA lo hanno superato, cosa che ha destato scalpore nella comunità degli scienziati, dei sociologi e non ultima, quella dei filosofi.

Il funzionamento di un sistema di intelligenza artificiale si basa sulla emulazione delle reti di neuroni presenti nell’encefalo umano. In un normale computer, i dati di ingresso vengono elaborati da un software sviluppato dall’uomo e producono dei risultati. Il processo è quindi: inputalgoritmooutput. Nella IA, il processo è completamente diverso: sono i dati di input a creare l’algoritmo. Si “addestra” il sistema che sviluppa da se il proprio algoritmo. Quindi, inputoutputalgoritmo. Ad esempio, si fanno “vedere” alla macchina migliaia di funghi associandoli al loro nome botanico, dopo di che gli si presenta un nuovo fungo e la IA lo riconoscerà basandosi sulla sua “esperienza”, ossia sulla base degli algoritmi da essa sviluppati in base all’addestramento ricevuto.

Se una macchina è in grado di funzionare come un cervello umano, si può pensare che, come quello, abbia anche una coscienza?

Per rispondere a questo non banale quesito, si dovrà prima definire l’oggetto della speculazione. Che cosa è la coscienza? Purtroppo non esiste risposta. La coscienza umana è qualcosa di effimero, indefinibile, talmente sfuggente che neurologi, fisici, biologi e filosofi non sono stati, fino ad ora, in grado di rispondere alla domanda. Da un punto di vista epistemologico, esistono tuttavia tre approcci per attaccare il problema.

Il primo potremmo definirlo religioso. La coscienza è qualcosa che ha a che fare con l’anima e che quindi sarebbe stata fornita all’essere umano dal Creatore, chiunque o qualunque cosa esso sia.

Il secondo è quello che potremmo definire, approccio riduzionistico: semplice attività delle cellule cerebrali. Ogni meccanismo in grado di funzionare come il cervello umano produce ciò che chiamiamo coscienza o consapevolezza.

Il terzo è quello biologico, sostenuto tra gli altri dal fisico e premio Nobel Roger Penrose. Siamo coscienti a causa della struttura biologica dei neuroni.

Escludiamo il primo. Come diceva Einstein la scienza senza la religione è zoppa, ma la religione senza la scienza è cieca. Se accettiamo l’approccio riduzionistico, allora un robot può avere coscienza, se invece pensiamo che per averla sia necessaria la materia organica, allora per lui non c’è scampo. Come nel film “Blade runner” rimarrà sempre una macchina, per quanto sofisticata, antropomorfa e in grado di superare il test di Turing. Ma se consideriamo valida l’interpretazione riduzionistica, dovremmo quindi accettare anche che ChatGPT o qualsiasi altro strumento di IA, possa essere cosciente.

Problema etico

In un articolo tecnico pubblicato il primo Novembre del 2023 su Nature communications alcuni scienziati hanno descritto un cervello artificiale realizzato con dei fili di argento del ChatGPTdiametro di pochi milionesimi di millimetro, i cosiddetti “nanowires”. La rete neuromorfica è stata in grado di memorizzare una grande quantità di dati ed esperienze. È quindi possibile che abbia una coscienza di tipo umanoide? Secondo i riduzionisti, si. Se questo fosse vero, si avrebbero delle implicazioni addirittura devastanti. Innanzi tutto esiste un problema etico. Possiamo staccare la spina a una macchina, ma è altrettanto lecito staccarla a un sistema consapevole della sua esistenza? Non solo.

Immaginiamo di inserire all’interno dell’encefalo umano un chip in grado di assorbire l’esperienza e i dati del cervello che lo ospita. A tutti gli effetti questo chip diventerebbe un duplicato del cervello ospitante, quindi, di questo ne avrebbe assorbito anche la coscienza. Se ora lo estraiamo e lo poniamo all’interno della scatola cranica di un robot antropomorfo, connettendolo agli arti e organi di senso artificiali, avremmo un duplicato del primo essere? Come si fa ad immaginare un doppio del proprio io? Dal punto di vista ermeneutico, il fenomeno che chiamiamo coscienza appare come qualcosa di unico e indivisibile legato a un’unica struttura biologica.

L’approccio riduzionistico è quindi sbagliato? Così sembrerebbe. Dobbiamo quindi dedurre che soltanto la materia organica è in grado di produrre la consapevolezza di ciò che siamo, facciamo e capiamo? Forse si. Non solo, ma secondo Penrose l’encefalo umano produrrebbe delle “onde” quantistiche in grado di connetterci con l’intero universo e qualcuno si è spinto oltre, affermando che la coscienza umana sarebbe il riflesso di quella universale, ossia che l’intero Universo sarebbe cosciente. Se cosi fosse, qualsiasi strumento di IA per quanto sofisticato e tecnologicamente avanzato, non sarebbe in grado di rendersi conto della sua esistenza. Potremmo di conseguenza staccare la spina a ChatGPT e considerare il “cervello” di fili di argento soltanto un mucchio di metallo pregiato, senza per questo sviluppare sensi di colpa o addirittura incorrere in sanzioni penali. Il problema è che non siamo affatto sicuri che le cose stiano effettivamente così.

 

Riccardo Liberati

Foto © Neuroscience News, Cyber Security 360, Linkedin

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