Il debito dei Paesi poveri, un problema europeo

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L’Ue è radicata sui diritti umani e la sostenibilità ma deve ancora fare i conti con il debito delle Nazioni disagiate figlie del colonialismo

Il colonialismo moderno inizia con la scoperta dell’America per poi espandersi su tutti i Continenti. Nel 1878 le potenze occidentali europee rivendicavano il 67% del territorio mondiale giungendo, nel 1914, a controllarne l’85% sotto forma di colonie, protettorati, possedimenti e Commonwealth. Durante gli anni Sessanta numerosi Paesi africani ottennero l’indipendenza dagli Stati europei, ma lo sfruttamento delle risorse naturali, come oro, avorio, diamanti e altri minerali, non è ancora cessato. Queste dinamiche hanno prodotto disuguaglianze sociali, emarginazione e un pesante indebitamento quasi mai condonato.

Colonialismo e diritto internazionale

Il colonialismo è vietato in tutte le sue forme e manifestazioni dal moderno diritto internazionale ed è incompatibile con il principio di autodeterminazione nazionale. Questo è universalmente riconosciuto e sancito nella Carta delle Nazioni Unite (preambolo, p.4 dell’art.1). In un regime coloniale, uno Stato controlla e sfrutta un territorio straniero in uno schema di sottomissione e conquista, imponendo la sua lingua e i propri valori culturali. Secondo la stessa Onu, il periodo di decolonizzazione, iniziato dopo la Seconda guerra mondiale, non è ancora concluso. Dalla creazione delle Nazioni Unite più di 80 ex colonie abitate da circa 750 milioni di persone hanno ottenuto l’indipendenza.

Lo sfruttamento di Africa, Asia e America Latina

Nel World Social Report dell’Onu pubblicato nel giugno del 2023 si vede bene l’impatto negativo dell’eredità del colonialismo sul pieno godimento dei diritti umani. Nel documento si sottolinea come il suo peso continui a persistere oggi, soprattutto nel Sud del Mondo. Non sempre l’indipendenza politica e la decolonizzazione sono state accompagnate da una promozione dei diritti umani. Inoltre, secondo l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, esiste un legame tra il colonialismo e le forme di razzismo, xenofobia e intolleranza subite dagli africani e dalle popolazioni indigene.

Il colonialismo europeo in Africa

Tutto cominciò nel XV secolo con la tratta di esseri umani schiavizzati verso le Americhe. Si parla di almeno 12 milioni di persone trafficate in quasi 4 secoli e di crimini non ancora riparati. Lo sfruttamento sistematico iniziò dopo la riunione di Berlino (1884-85) che è conosciuta come la conferenza della ripartizione dell’Africa da parte delle potenze europee. Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi, Russia e Italia sono i protagonisti europei di questa storia. Tale responsabilità oggi fa ancora fatica ad essere accettata e ricondotta verso una necessaria riparazione. L’imposizione della cultura europea, la creazione di frontiere artificiali, la distruzione delle tradizioni locali e la costante povertà delle popolazioni, hanno avuto conseguenze tutt’ora visibili.

Verso l’aumento del debito estero

Negli ultimi anni, per effetto della crisi globale innescata dalla pandemia e aggravata dalle ripercussioni del conflitto in Ucraina, in tanti Paesi poveri la questione del debito pubblico è riesplosa pesantemente. colonialismoOltre 3,3 miliardi di persone in Africa, America Latina e Asia oggi vivono in Paesi che sono costretti a spendere più soldi per ripagare gli interessi sui debiti da loro contratti che per finanziare la sanità o l’istruzione. Nella metà delle Nazioni in via di sviluppo, oltre il 6,3% di tutte le entrate generate dalle esportazioni sono destinate a ripagare i creditori. Nel 2020 gli Stati del G20 avevano congelato per due anni il pagamento degli interessi sul loro debito. Quella pausa, però, è finita proprio quando, con la guerra in Ucraina, le politiche monetarie adottate per contenere l’inflazione avevano fatto schizzare alle stelle tutti i tassi di interesse dei Paesi poveri.

L’appello di Bergoglio

Papa Francesco ha rilanciato in occasione del Giubileo l’appello che fu già di Giovanni Paolo II a condonare i prestiti a chi non può restituirli. “Un invito accorato desidero rivolgerlo alle Nazioni più benestanti, perché riconoscano la gravità di tante decisioni prese e stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli. Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia“, ha scritto il Pontefice nella bolla di indizione dell’Anno Santo Spe non confundit. “Ci troviamo di fronte a una crisi che genera miseria e angoscia, privando milioni di persone della possibilità di un futuro dignitoso. Nessun Governo può esigere moralmente che il suo popolo soffra di privazioni incompatibili con la dignità umana“.

Prima che di magnanimità, è una questione di giustizia

Venticinque anni fa, in occasione del Giubileo del Duemila, la remissione del debito diventò un tema importante anche per la società civile. In Italia prese il volto di una campagna sostenuta dalla Conferenza episcopale. Il Governo decise di cancellare il debito bilaterale che due Paesi africani, Zambia e Guinea Conakry, avevano contratto e che non erano più in grado di ripagare. Più un’economia è fragile e più i tassi di interesse da restituire si alzano. E proprio su questo divario la situazione negli ultimi anni si sta facendo sempre più insostenibile. I Paesi africani, per gli interessi sul loro debito, pagano attualmente 163 miliardi di dollari l’anno, contro i 61 che pagavano nel 2010.

Il debito pubblico globale

Secondo dati elaborati dall’Unctad, l’agenzia dell’Onu per il commercio e lo sviluppo, a fine 2023 il debito pubblico globale ha raggiunto il livello di circa 97 mila miliardi di dollari. Di questi oltre 33 mila miliardi sono debito Usa. L’intero debito pubblico italiano supera i 3 mila miliardi di dollari. Quello di tutti i Paesi dell’Africa considerati nel loro insieme supera di poco i 2 mila miliardi di dollari. Ma se in termini assoluti è relativamente piccolo, allora, perché il debito nei Paesi più poveri crea tanti problemi? A uno Stato africano la stessa cifra chiesta in prestito costa oggi 10 o 12 volte di più rispetto a quanto pagano la Germania o gli Stati Uniti. Nel quadro complessivo le cifre che coinvolgono i Paesi in via di sviluppo sembrerebbero piccole. Ma se si guarda a che cosa provocano nelle loro società, l’impatto è enorme. Si tratta di una zavorra sulle possibilità di sviluppo.

La task force dell’Onu

Terminato il mandato di commissario europeo all’Economia nella prima squadra di Ursula von der Leyen, Paolo Gentiloni è stato nominato da Antonio Guterres co-presidente della task force dell’Onu che è chiamata ad affrontare la crisi del debito dei Paesi in via di sviluppo. colonialismoUn compito per il quale l’ex premier ha dato la propria disponibilità incontrando il segretario generale delle Nazioni Unite già nell’ottobre scorso. Intervistato la scorsa settimana da Avvenire, ha affermato che: «Il debito dei Paesi africani rappresenta un’ipoteca sul nostro futuro e la dimensione del problema è in larga parte sottovalutata. Come europei, abbiamo in mente la dimensione orizzontale delle crisi geopolitiche attuali, i rapporti con la Russia, il sostegno necessario all’Ucraina. Ma non possiamo dimenticare la dimensione verticale, quella che si muove sulla direttrice EuropaMediterraneoAfrica. Una area in cui vivranno alcuni miliardi di persone nei prossimi decenni e dalla quale dipende anche la prospettiva del nostro sviluppo, non solo per i processi migratori ma anche per le strategie economiche. Non possiamo pensare di salvarci in un Mondo attraversato da crisi economiche e ambientali devastanti».

 

Nicola Sparvieri

Foto © Eurovicenza, Reddit.com, pervapalace, Azione cattolica italiana, Avvenire

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