ACAB, la serie sbarca su Netflix

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La violenza che maschera disagi personali

Forte, incisiva, violenta. Attuale, schietta, oltre le barriere ma con importanti spunti di riflessione. Arriva su Netflix ACAB, la serie in sei episodi prodotta da Cattleya (parte di ITV Studios). Tratta dall’opera letteraria ACAB di Carlo Bonini, edita da Giangiacomo Feltrinelli Editore, la serie è ideata da Carlo Bonini e Filippo Gravino e scritta da Filippo Gravino, Carlo Bonini, Elisa Dondi, Luca Giordano e Bernardo Pellegrini, con lo story editing di Filippo Gravino.

La serie è ispirata al film ACAB, prodotto da Cattleya con RAI Cinema e diretto da Stefano Sollima che in questo progetto ricopre il ruolo di produttore esecutivo.

Il tema è estremamente attuale e certamente l’impatto della storia creerà discussioni, opinioni, critiche. Prima di qualsiasi riflessione, è importante guardare, osservare e cercare fino in fondo il particolare che muove la storia. Non c’è giusto o sbagliato, non siamo di fronte ai buoni e ai cattivi, ma a tante storie di persone che compongono la trama dietro la quale ruota ACAB. La serie va vista partendo da una considerazione di Carlo Bonini: «al di là del buono e cattivo, qui si cerca di comprendere».

La storia

Durante una notte di forti scontri in Val di Susa, una squadra del Reparto Mobile di Roma viene attaccata dai manifestanti e il capo Pietro Fura (Fabrizio Nardi) rimane gravemente ferito. Quella di Mazinga (Marco Giallini), Marta (Valentina Bellè) e Salvatore (Pierluigi Gigante), però, non è una squadra come le altre, è Roma, che ai disordini ha imparato a opporre metodi al limite e un affiatamento pari a quello di una famiglia. Una piccola tribù molto legata con cui dovrà fare i conti il nuovo comandante, Michele (Adriano Giannini), figlio invece della polizia riformista, per cui le squadre come quella sono il simbolo di una vecchia scuola, tutta da rifondare.

Oltre alle difficoltà che ruotano intorno alla nuova formazione, creando fragilità interne, si aggiunge un’ondata di malcontento della gente verso le istituzioni. Ogni protagonista è costretto a mettere in discussione il significato più profondo del proprio lavoro e della propria appartenenza alla squadra.

Una nuova scrittura della storia

La serie ACAB arriva tredici anni dopo il film ed è una sfida produttiva importante.

«Quando Cattleya ci ha portato l’adattamento del film l’abbiamo sentito come un progetto necessario e originale perché affronta un tema estremamente attuale, quello dell’ordine e del caos», spiega Tinny Andreatta, vicepresidente per i contenuti italiani Netflix.

La serie è un concentrato crime e action dove percepiamo la violenza mista a rabbia repressa, ma anche disillusione che riguarda un po’ tutti i personaggi.

«La scrittura ha uno sguardo moderno, mette al centro i personaggi che sono complessi, c’è un cuore umanistico, profondità psicologica del racconto, action potente in ogni episodio. È un progetto corrispondente con la strategia di Netflix di raccontare storie forti, intrattenere il pubblico lasciando domande e riflessioni per chi la guarda», aggiunge Andreatta.

«L’idea di fare la serie ACAB ci sembrava un terreno fertile perché ha il contesto che cerchiamo, un grande tema, la società civile che conferisce allo Stato la potenza. E poi i personaggi comuni con un approccio realistico alla materia, senza prendere posizioni», specifica Riccardo Tozzi, fondatore e ceo di Cattleya.

Due percorsi paralleli

Ogni episodio ci mette di fronte alla vita personale e all’essere poliziotti con un approccio esplorativo che scava nell’essere umano e nella sua psicologia.

«Il tema di fondo sono i conflitti che sono rimasti gli stessi, il tema del monopolio della forza, tra caos e ordine. L’idea di esplorare tutto questo con un racconto seriale, il racconto della realtà diventa formidabile quando si capovolge il punto di vista. Consegnare a chi guarda un racconto che sollecita a uscire dalla sua zona di confort mettendo in discussione le proprie convinzioni», rivela Carlo Bonini.

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«L’attualizzazione della storia è avvenuta in maniera naturale. Le emozioni più forti che proviamo hanno a che fare con la paura e lo sgomento. Sento di aver raccontato questo sentimento nella scrittura. Il sentimento di paura governa questo racconto. Sgomento di fronte a una società che è andata oltre», racconta Filippo Gravino.

Il sound come punto di partenza

«Sono rimasto colpito dalla possibilità di costruire due piani, intimo personale e pubblico. Il punto di partenza è stato la musica, ho chiesto ai Mokadelic di comporre la colonna sonora e creare i suoni che avevo in testa anche per le riprese. Il nostro obiettivo era entrare nei personaggi e nelle loro storie», racconta il regista Michele Alhaique.

E la musica nella serie ha un ritmo incalzante, non accompagna le scene ma diventa parte integrande della narrazione.

Accompagnare in un viaggio

«Bisogna fare attenzione al punto di vista che racconti. Concentrarsi nel racconto dei personaggi, senza giudicarli. Non devi mai forzare il pubblico sul tuo pensiero ma accompagnarlo nel viaggio», sottolinea Stefano Sollima.

La divisa come maschera di una personalità

Solo nel 2018 le donne hanno avuto accesso ai reparti mobili della Polizia e nella serie abbiamo la percezione reale di quanto di fronte a noi ci sia un mondo completamente maschile. Marta è l’unica donna, tenace ma estremamente fragile al suo interno, con ferite profonde.

Acab«Sono poche le donne che fanno questo mestiere nei reparti mobili. Ho cercato di eliminare la parte femminile in me. Il personaggio di Marta è pieno di conflitti, arriva da una relazione tossica e di protegge dietro una mascolinità. Ho lavorato sull’assenza di femminilità», confida Valentina Bellè.

«Il mio personaggio ha una totale dedizione alla squadra mobile e ancora prima all’esercito. Questo attaccamento crea però un vuoto nella vita privata», spiega Pierluigi Gigante.

I conflitti interni

«Il mio personaggio inizialmente ha un pensiero più progressista e democratico che lo esilia, lo porta fuori dalla famiglia e dagli affetti. Arriva in scena già con un conflitto e poi ne arriva subito uno più grande, trovarsi nella piazza di Roma, la più complessa e con una squadra che lo porterà verso altri conflitti, fino a mettere in discussione tutto il suo pensiero. Il conflitto è l’anima di ogni tipo di racconto e soprattutto per noi attori», dice Adriano Giannini.

Una violenza in nome di cosa?

L’unico personaggio rimasto della squadra del film di Sollima è Mazinga.

«Per entrare di nuovo nel ruolo di Mazinga mi sono staccato mentalmente da quello interpretato tredici anni fa ma l’ho utilizzato psicologicamente», chiarisce Marco Giallini alias Mazinga.

Ma cosa rappresenta realmente la piazza e la contestazione per Giallini?

«La guerra è sempre stata tra poveri che portano a tante morti inutili. Non ho partecipato a lotte politiche perché negli anni Settanta ero piccolo e vedevo tirare bottiglie in viale Somalia. Ho sempre pensato che le morti della politica fossero tutte inutili. Ragazzi che si massacravano in nome di cosa?», riflette l’attore.

Cercare un motivo dietro la violenza

«Il racconto vuole andare oltre la divisione buoni/cattivi, cerca di comprendere la realtà. Oggi ognuno pensa di avere la propria ragione. Il racconto dovrebbe andare a fondo nell’animo umano. Si racconta che Togliatti dopo l’attentato, con un proiettile nel cervello, citasse Spinoza domandandosi perché succede questo?», conclude Tozzi.

 

Alessandra Caputo

Foto © Marco Ghidelli – photocall  Virginia Bettoja/Netflix

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