Dal crocifisso miracoloso di Casteldimezzo, a quelli di Cimabue, Giotto, fino al Cristo mostrato al popolo da Caravaggio
La leggenda narra che all’inizio del ‘500 un giovane che stava pascolando le sue vitelle sulle colline di Casteldimezzo (Pesaro), vide una gran cassa di legno incagliata tra gli scogli della spiaggia di Vallugola. Avvicinandosi scorse gli occhi di un uomo crocifisso e lo spavento fu tale che le sue grida attirarono la popolazione locale costituita da pescatori e agricoltori di Casteldimezzo e Fiorenzuola, due gioielli artistici e naturalistici posizionati nel Colle San Bartolo di Pesaro.
Il crocifisso sofferente ritornato a Casteldimezzo diviene meta, da allora, di processioni, preghiere, ma anche di discussioni su dove collocarlo. Trasportato nella cassa dalle vitelle davanti alla chiesa dedicata ai martiri S. Apollinare e S. Cristoforo, dove ancora oggi si può ammirare.
Miracoloso
Un esempio, forse unico, di popolarità religiosa in un territorio di confine fra Marche e Romagna, a differenza del Sud d’Italia, dove processioni, riti, si susseguono per
giorni e giorni, soprattutto per i pasquali. L’antropologo meridionalista De Martino, ha sottolineato questi aspetti secolari che rimangono tradizione del popolo non solo per il culto cristiano, ma anche per le quelle araba, spagnola, greca e bizantina. E lo stesso Antonio Gramsci, nella sua opera “Questione meridionale”, parlava di folclore popolare. Oggi in particolare in numerosi centri del Sud e a Casteldimezzo per il Lunedi dell’Angelo, si recuperano questi valori, non solo rituali, ormai dimenticati da una indifferenza sociale che colpisce soprattutto i giovani vittime dei social.
Il crocifisso ligneo di Casteldimezzo definito miracoloso dopo che, nel 1517, protesse la comunità che si era riversata in preghiera dentro la chiesa, per sfuggire al saccheggio di oltre 7000 soldati “oltremontani”, reduci dalla dura battaglia d’Urbino tra Lorenzo dei Medici e Francesco Maria della Rovere, che si era riappropriato delle sue terre occupate dal toscano e non era entrato nel territorio “per grazia ricevuta dal Santissimo Crocifisso”. Una lapide ne testimonia il terribile evento. Nel 1782 papa Pio VI concesse l’indulgenza a chiunque entrasse in chiesa, avendo precedentemente adempiuto al sacramento della confessione e comunione.
Giotto
Il crocifisso di Santa Maria Novella a Firenze è una della croci sagomate di Giotto,
databile tra il 1290 e 1295 circa, e conservata nella navata centrale della basilica. Si tratta di una delle prime opere note nel catalogo dell’artista, allora circa ventenne. La fonte più antica sulla croce risale al 1312, ed è stata oggetto di discussioni da parte degli studiosi, riguardo alla sua corretta identificazione e ai contributi rispetto ad aiuti vari.
Il crocifisso di Rimini è un dipinto a tempera a oro su tavola attribuito a Giotto, restaurato da Roberto Longhi e databile al 1300-1302 circa e conservato nel Tempio Malatestiano della Città. L’analisi stilistica dell’opera permette di post datarlo dopo quello di Firenze, a causa della figura più snella e della stesura pittorica più morbida. L’opera fu preceduta dal crocifisso di Padova dove il Cristo ha un volto più sofferente.
Cimabue
Il crocifisso del Cimabue a Santa Croce a Firenze, maestro di Giotto, è databile 1272-1280. Opera capolavoro è indicata da Giorgio Vasari, come il primo grande esecutore della tradizione italiana. La tavola venne realizzata per la “seconda Santa Croce” , e costruita intorno alla metà del Duecento e venne ricollocata nell’attuale chiesa edificata a partire dal 1295. Cristo è raffigurato secondo l’iconografia di origine bizantina del Christus Patiens con ai lati la Madonna e San Giovanni Evangelista dolenti.
Oltre allo sviluppo delle croci in Toscana, Umbria e Emilia Romagna (Giuliano da Rimini), vi è stata una netta distinzione nella “Storia della civiltà europea” a cura di Umberto Eco. La raffigurazione del Cristo medievale, che riprende il tema della morte, si rifà alle tesi della doppia natura umana e divina dei Padri della Chiesa. Nella fase di passaggio tardoromantica al primo gotico ritroviamo i connotati del Cristo sofferente.
Caravaggio
È stato il naturale continuatore dell’iconografia sul “Cristo sofferente”, e ovviamente fu il grande rivoluzionario della luce de “Il Cristo mostrato al popolo” di cui esistono almeno
quattro versioni documentate. Un compito difficile da parte degli studiosi, che non solo si sono basati sui confronti con altre opere del maestro lombardo, ma anche sulla diffusione e sulla fortuna del soggetto nella coeva pittura di area meridionale durante i primi anni del Seicento. Il dipinto in questione, è tratto dalla “Passione di Gesù”, è stato oggetto di indagini accurate, di numerosi studiosi fra cui Mina Gregori. Se l’originale del dipinto è irrimediabilmente perduto, l’iconografia dell’episodio evangelico ha dato esito positivo nell’ambito della pittura napoletana degli inizi del ‘600, trovando largo consenso presso gli artisti che gravitavano attorno al Caravaggio. Attribuzioni, che si ripetono nella storia dell’arte da Giotto in poi.
Paolo Montanari
Foto © Gabicce Mare Turismo, Arcidiocesi di Pesaro, Finestre sull’Arte, diocesi.arezzo













