Vitalità del teatro musicale

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Benjamin

“Written on skin” di George Benjamin si conferma fra le opere più apprezzate e influenti della contemporaneità

Written on skin di George Benjamin, su testo di Martin Crimp, è la dimostrazione lampante di quanto il teatro d’opera non sia affatto una forma d’arte superata, ma risulti invece assolutamente viva e inserita nella contemporaneità. Lode all’Accademia di S. Cecilia per aver programmato questo titolo, che dal suo debutto nel 2012 ad Aix-en-Provence annovera più di cento rappresentazioni ed è stata eseguita in sei diversi allestimenti scenici e in innumerevoli incarnazioni concertanti.

Il soggetto

Crimp attinge a una materia che viene da lontano. Motore dell’azione è la leggendaria biografia del trovatore Guillem de Cabestanh; un qualcosa di apparentemente distante trova una declinazione di grande impatto per lo spettatore di oggi. La trama truce mostra una pluralità di significati, che emergono con il procedere della vicenda. La temporalità stessa appare confusa, in equilibrio fra un misterioso medioevo e l’epoca contemporanea.

La coppia

I due personaggi principali, Agnès e il Protettore, vivono una relazione conflittuale. L’uomo esercita la propria cieca tirannia mentre la donna, incapace di leggere e scrivere, appare a prima vista come una vittima sacrificale. Il consueto triangolo operistico mostra variazioni insospettate. L’attenzione dell’autore è verso la brutalità dell’essere umano.

L’artista

Il Ragazzo riceve l’incarico di istoriare un libro miniato per glorificare la stirpe del Protettore. Immagini terrifiche mostrano i suoi nemici mentre vengono puniti, in una sorta di delirio infernale. Il desiderio dell’uomo di attingere al Paradiso viene frustrato. L’opera d’arte, benché magnifica, sembra mostrare unicamente l’orrore. L’ospite misterioso, come in Teorema di Pasolini, attira il desiderio e turba i sensi. Verrà ucciso dal marito il quale, non pago della sua vendetta, ne dà il cuore in pasto alla moglie. L’aver affidato il ruolo a una voce controtenorile accentua l’ambiguità del personaggio, la sua derivazione sovramondana.

La tradizione elisabettiana

Suggestioni da tragedia elisabettiana percorrono la trama. Il richiamo al cannibalismo può far pensare al Tito Andronico shakespeariano, ma è l’intero impianto dell’opera ad apparire tipicamente anglosassone, radicato nella tradizione teatrale e cinematografica d’oltremanica. La qualità simbolica del testo, il suo farsi universale è la lezione che Crump e Benjamin derivano dal bardo di Stratford-upon-Avon. Merito dell’opera, quindi, far risaltare la polivalenza del reale, la sua sostanziale indecifrabilità.

Peter Greenaway

Come nel cinema di Peter Greenaway, ci muoviamo su un terreno intriso di ossessioni inconfessabili e di follia. Il Protettore serve in pasto ad Agnès il cuore dell’amante, provocandone il suicidio, così come nel film The cook, the thief, his wife and her lover (1989), Albert veniva costretto da Georgina a cibarsi del corpo di Michael, per poi essere messo a morte in quanto accusato di cannibalismo. L’ossessione per la calligrafia, inoltre, non può non fare pensare a The pillow book (1995), singolare alchimia fra i piaceri della carne e della scrittura. Protagonisti, tanto nell’opera di George Benjamin quanto nella cinematografia di Greenaway, sono il sesso e la morte.

Gli angeli

Tre angeli, né buoni né cattivi, commentano l’azione. Sarà proprio uno di loro a prendere le sembianze dell’enigmatico Ragazzo. A loro il compito di evocare la creazione dell’uomo il quale, colmo di desiderio, arriva a vergognarsi della propria condizione. Gli angeli assistono alla tragedia senza poterla mutare. Il loro tono appare distaccato, a volte ironico, o ancora rassegnato di fronte a un’umanità priva di speranza.

La musica

La partitura appare estremamente evocativa, arcana nelle sue sonorità inconsuete. L’uso di una viola da gamba, di due mandolini e della glassharmonica garantisce combinazioni timbriche di enorme fascinazione. La musica aderisce perfettamente alla parola, scavando nel profondo dell’anima. Di particolare originalità la scelta di far cantare non solo il testo, ma anche le indicazioni sceniche. Peccato per il forfait del compositore, il quale avrebbe dovuto dirigere le tre recite ma ha dovuto rinunciare per importanti motivi di salute. Lawrence Renes, chiamato a sostituirlo, ha comunque svolto in maniera egregia il proprio compito.

Il cast

BenjaminLiv Redpath è perfetta nei panni dell’enigmatica Agnès. La voce è duttile e perfettamente governata, capace di innumerevoli inflessioni. Le sta accanto il bravo Mark Stone nel ruolo del sadico Protettore. Hugh Cutting dona timbro sovrumano e fascinoso al Ragazzo. Bene infine Judith Thielsen e Leonardo Cortellazzi come secondo e terzo angelo. Tutti molto bravi dal punto di vista attoriale (i movimenti scenici erano affidati a Benjamin Davis).

Il pubblico

Sala purtroppo non piena, il che dimostra ancora una volta la mancanza di curiosità e la pigrizia del pubblico dell’Accademia. Chi era presente ha indubbiamente assistito a un evento importante nella storia culturale della Capitale, salutandolo con applausi convinti.

 

Riccardo Cenci

Immagini © Musacchio e Pasqualini / MUSA

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