Il Mondo cambia e la Ue è alla finestra

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Ue

A partire dai dazi imposti dell’esecutivo della Casa Bianca, all’influenza che Donald Trump e il suo Governo possano avere sulle questioni europee

«Se gli americani decideranno di partecipare a queste sanzioni» verso Mosca, «i dazi del 500%» sull’import energetico dalla Russia «faranno parte del pacchetto». Così la presidente della Commissione Ue von der Leyen a Politico.eu, fa presagire un riavvicinamento agli Usa. «Obiettivo principale è colpire l’energia russa e tagliare le fonti di finanziamento alla Russia. Credo che sia una buona strada da seguire, se Putin non si muove» ha aggiunto. «Fondamentale è aumentare la pressione da tutte le parti», dall’Europa e dagli Usa. Ma l’Unione europea questa mattina si è svegliata con un aumento dei dazi da parte di Trump su alluminio e acciaio. Ma l’esecutivo della Casa Bianca sembra avere un peso sul Vecchio Continente non solo sul versante economico.

La Polonia

Nel contesto dei cambiamenti sul fronte Ue – Usa ha un notevole peso anche il neo eletto presidente della Polonia, Karol Nawrocki. Il risultato del ballottaggio presidenziale, dove c’è stata un’affluenza del ben 71%, infatti può essere letto come la prima grande vittoria in Europa per le forze vicine a Donald Trump. La segretaria alla Sicurezza Interna Usa, Kristi Noem, ha definito Nawrocki un leader necessario per il suo Paese e il suo avversario, sindaco di Varsavia, un “disastro totale”, del tutto inadeguato al ruolo.

Due settimane fa, in Romania la tattica era stata la stessa, sempre per un ballottaggio, ma in quel caso non è risultata vincente dato che a primeggiare è stato l’esponente europeista Nicușor Dan. Da ricordare anche Bucarest dove anche lo stesso vicepresidente JD Vance aveva detto la sua sulla battaglia per la libertà ritenuta calpestata nelle Nazioni dell’Unione europea. Ormai sembra, che ad ogni tornata elettorale ci sia sempre l’ombra di parti terze interessate a boicottare il progetto europeo.

Pro e contro

Il neo-presidente polacco è uno storico di formazione accademica che si descrive come “esponente civico”, rappresentante del “campo patriottico”, pur essendo molto vicino al partito conservatore Diritto e Giustizia (Pis), ora all’opposizione in Parlamento dopo avere a lungo governato. Nawrocki è contrario a un’Unione europea federale (come la premier italiana Giorgia Meloni) e fautore della conservazione dell’identità nazionale. Sul fronte interno, rappresenta un difensore dei valori tradizionali e cristiani, opponendosi all’aborto, alle unioni civili per coppie dello stesso sesso e all’ideologia gender. Propone politiche fiscali favorevoli alle famiglie ed è avverso sia alle migrazioni sia al Green Deal per l’ambiente.

Sul fronte degli aiuti a Kiev sembra vicino a all’attuale esecutivo guidato da Donald Tusk in ambito internazionale, con il sostegno militare all’Ucraina (anche se non vuole l’ingresso di Kiev nella Nato) e l’ostilità verso la Russia (che contro di lui ha emesso un mandato di arresto per la rimozione di monumenti dell’Armata Rossa). La coabitazione con la coalizione liberale non sarà facile e si prevede uno stallo dalle conseguenze rilevanti anche per gli equilibri continentali anche perché ha il potere di esercitare un blocco contro l’agenda riformista pro-Ue del primo ministro.

I Paesi Bassi

A sorpresa, ma nemmeno troppo, giunge anche la notizia delle dimissioni di Geert Wilders, che ha ritirato il suo Partito della Libertà (Pvv) dalla coalizione al potere a causa di uno scontro con gli alleati sull’immigrazione. Il primo ministro, Dick Schoof, ha bollato la decisione come “inutile e irresponsabile” e, dopo aver presentato al Re le dimissioni dei ministri del Pvv, è atteso oggi, 4 giugno, alla Camera per riferire.

Schoof ha annunciato che intende andare avanti come capo di un Governo ad interim. L’ultima parola spetta però al Parlamento, che potrebbe decretare il proprio scioglimento per andare a nuove elezioni anticipate dopo quelle che, lo scorso 22 Uenovembre, seguirono la rinuncia dell’allora premier Mark Rutte. Il rischio è che si apra per i Paesi Bassi (che sono la quinta economia dell’Ue) un lungo periodo di incertezza. Nel Paese occorrono quattro mesi per organizzare un voto anticipato e i precedenti non fanno bene pensare: dalle dimissioni di Rutte, avvenute l’8 luglio 2023, all’insediamento del Governo Schoof trascorse infatti un anno. E i tre partiti rimasti nella coalizione – i liberali del Vvd, i cristiano-democratici del Nsc e gli agrari del Bbb – hanno poche possibilità di costruire una maggioranza alternativa. Frans Timmermans, capo della coalizione rosso-verde all’opposizione, ha già chiarito che non intende collaborare in alcun modo con i conservatori.

Le motivazioni del ritiro

Il leader del partito Pvv non ha ottenuto ciò che chiedeva agli alleati: il sostegno immediato alle proposte della sua piattaforma come il ritorno dei rifugiati siriani in patria, la chiusura dei centri di accoglienza per richiedenti asilo, il rafforzamento dei controlli alle frontiere e l’espulsione dei cittadini con doppia cittadinanza che hanno commesso un reato su suolo olandese. Ovvero tutto il programma con cui un anno e mezzo fa aveva vinto le elezioni anticipate.

Il cosiddetto “Trump olandese” ha accusato gli altri partiti di tirare troppo per le lunghe l’attuazione di quella che era stata annunciata come “la politica migratoria più restrittiva” nella storia del Paese. Se queste proposte non hanno incontrato il consenso degli alleati non è stato però per la loro radicalità, o almeno non solo: nei mesi passati più di un esperto le aveva valutate inapplicabili o incostituzionali.

Secondo alcuni politici liberali, interpellati dalla stampa, la verità sarebbe un’altra: la necessità di aumentare le spese per la difesa, indifferibile dal momento che sarà l’Aia a ospitare tra poche settimane (il 24 – 25 giugno) il vertice Nato. A ciò si aggiungano le ambizioni frustrate di Wilders che, uscito vincitore dalle elezioni del novembre 2023, aveva sperato di guidare l’esecutivo e invece si è ritrovato a doversi fare da parte in favore di una figura più tecnica e moderata come Schoof.

C’è anche chi fa “pace”

Il premier italiano, Giorgia Meloni, e il presidente francese, Emmanuel Macron, hanno avuto quattro ore di vertice bilaterale dopo il gelo dei mesi e delle settimane scorse. Un bacio e grandi sorrisi, poi il colloquio, “per approfondire la discussione” – spiegano al termine in una nota congiunta – “e coordinare gli sforzi di mobilitazione e azione europea di fronte alle sfide comuni che si moltiplicano e si aggravano, esaminando al contempo le prossime scadenze nelle relazioni tra Francia e Italia”.

Dal 2022, anno della rielezione del progressista filoeuropeo Macron e della vittoria elettorale di Meloni, i rapporti non sono semplici. Eppure, al termine del bilaterale, i due Governi sottolineano “forti convergenze sull’agenda europea per la competitività e la prosperità, da attuare in modo ambizioso e accelerato, sulla semplificazione normativa, sugli investimenti pubblici e privati, sull’energia e sulla piena applicazione del principio di neutralità tecnologica e, più in generale, sulle condizioni necessarie a far concorrere le imprese europee ad armi pari”.

Non è tutto oro quello che luccica

La lettura politica che danno fonti qualificate del summit italo-francese a Roma è che la presidente del Consiglio non può restare “fuori dai giochi” nell’Unione europea e l’asse con l’Eliseo, nonostante le divergenze politiche evidenti su alcuni temi, è il modo migliore per rientrare a pieno titolo nella vetta dei Paesi forti dell’Ue.

D’altro canto Macron – spiegano le fonti – vuole il rapporto con Meloni in quanto la ritiene una sorta di stampella e a Parigi ritengono che meno ci siano frizioni con Roma e il Governo italiano e meno la destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella abbia spazio e argomenti per attaccare l’inquilino dell’Eliseo, debolissimo in patria visto il Governo di minoranza e l’assenza di una maggioranza all’assemblea legislativa. Infine Meloni è comunque considerata da tutte le cancellerie del Vecchio Continente – da Berlino in testa ma anche a Bruxelles da Ursula von der Leyen – l’unica in grado di avere buoni rapporti con gli Stati Uniti e provare, almeno provare, a far ragionare Donald Trump sul dossier dazi. Grazie in particolare all’ottimo rapporto personale soprattutto con il vice-presidente Usa Vance.

Tirando le somme

Da questo quadro emerge la necessità di fare i conti con realtà sociali e politiche complesse, in cui le oscillazioni sono quotidiane, anche se i risultati dei sondaggi di opinione come Eurobarometro dicono che la popolazione europea nel suo complesso ha molta più fiducia nell’Ue di quanto appaia guardando la mappa del potere nei singoli Stati.

L’Europa non è nel suo animo profondo più sovranista di due giorni fa. Quello che però vedremo sarà l’effetto amplificato di questi minimi cambiamenti nelle urne. L’Ucraina non perderà aiuti, la Ue troverà altri ostacoli al suo funzionamento concorde ed efficiente. Soprattutto, i futuri candidati non sovranisti devono prendere nota che spesso avranno da misurarsi con un ostacolo in più (e non da poco): i nemici di un’Europa libera e non asservita.

 

Ginevra Larosa

Foto © Socialists and Democrats, Atlantic Council, Politico.eu, RTL 102.5

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