Lo sviluppo dei social, i creator e i reel, alimentano la crisi della storia dell’arte
Il comitato idonei storici dell’arte Cisda con una lettera aperta del concorso indotto dal Ministero della cultura nel 2022 che ha avuto come tema il Mood di comunicare l’arte, ha sollevato nel mondo scientifico e in quello culturale molteplici problemi legati a un interrogativo: perché sui social è quasi impossibile trovare critica d’arte, titolo di un articolo di Federico Giannini. Il Cisda aspira ad analizzare lo stato della cultura italiana, le riforme del ministero e il venir meno della valorizzazione della figura dello storico dell’arte.
Una delle discipline fondative del pensiero moderno
Nel 1863 Giovanni Battista Cavalcaselle, rivolgendosi all’ora ministro della Cultura Matteucci, denunciava l’urgenza nell’Italia post-unitaria, della conservazione dei monumenti antichi e di belle arti, mentre Adolfo Venturi, qualche decennio dopo, contribuì alla definizione universitaria della disciplina. E poi tanti illustri personaggi come Palla Bucarelli, Fernanda Wittgens, che mise in salvo le opere di Brera, Poldi Pezzoli e Ospedale maggiore durante la Seconda guerra mondiale. Ma ancora Roberto Longhi che intervenne nel 1938 nella definizione scientifica del catalogo del patrimonio culturale, suggerendo una tipologia di scheda che doveva contenere i dati identificativi essenziali e fondamentali dell’opera.
Nel 1938 Cesare Brandi fonda con Giulio Carlo Argan, l’Istituto centrale per il restauro,
uno dei più prestigiosi nel campo del restauro e della conservazione dei beni culturali a livello mondiale, ponendo le basi filosofiche e pratiche al concetto di tutela e restauro moderni. Poi altre importanti figure come Lionello Venturi, Antonio Paolucci, operanti in ambito ministeriale, hanno fornito un contributo alla storia dell’arte, intesa come disciplina profondamente legata alla responsabilità pubblica, al senso di comunità e alla capacità di trasformare l’erudizione e la conoscenza delle opere d’arte in elementi certi di coscienza civile.
L’era moderna
Tuttavia nell’ultimo decennio stiamo assistendo a un progressivo impoverimento di queste finalità. Sembra mancare una tensione condivisa verso l’assunzione di responsabilità del pensiero critico. Soprattutto le discipline umanistiche soffrono da troppo tempo di un ridotto riconoscimento sociale ed economico, con l’imporsi di nuovi mezzi di comunicazione, che non è più il libro, e nelle trasmissioni televisive sono scomparse quelle dedicate alla storia dell’arte.
Si promuovono nuovi modelli di comunicazione modellati da tweet, reel e meme, con contenuti brevi, veloci e d’impatto, che favoriscono una spettacolarizzazione della cultura. E a questo punto viene meno la funzione dello storico dell’arte, un professionista che ha una missione chiara e determinante: studiare e trasmettere i caratteri del Patrimonio Culturale. Ma ancora vi sono degli spiragli di speranza: pensiamo al grande successo della mostra su Caravaggio in corso a Roma, ma che ha avuto la sua consacrazione internazionale con la mostra a Milano di Roberto Longhi nel 1951
Otto critici d’arte
Il Museo d’arte di Mendrisio ospita una mostra dal titolo “Una storia d’arte e di poesia” incentrata su otto grandi critici che hanno operato tra gli anni Cinquanta e Sessanta, da Arcangeli a Testori. L’esposizione è di grande attualità dato che si ripropone l’interrogativo: quale critica d’arte vogliamo?. La forma espressiva sosteneva Roberto Longhi, è fondamentale nella critica d’arte e Remy de Gourmont, grande scrittore francese vissuto a cavallo dell’Otto-Novecento, affermava che lo stile è come il colore degli occhi, le impronte digitali o il tono della voce.
Longhi, scopritore del Caravaggio popolare, fu un grande critico d’arte a cui si potevano imputare certe disinvolture dettate dalla ricerca pungente, ma quando affrontava un questione importante, aveva un atteggiamento chiaro non solo dell’opera ma anche dell’artista. Insomma pose la questione dell’analisi umana e non umanistica dell’opera d’arte e nel 1950 nel primo numero della rivista Paragone pubblicò le “Proposte per una critica d’Arte“, dove valorizza l’analogia nata dall’elaborazione di un poeta, uno scrittore, un pensatore e dell’artista stesso come vertice di approdo alla prosa d’arte e che si distingue nell’equivalenza verbale.
L’influenza dei critici
Nella mostra, il direttore Simone Soldini, ha realizzato una struttura non semplice, con il lavoro critico di otto scrittori a partire dai loro artisti d’elezione. Oggi dominano
altre figure, che sostituiscono i critici d’arte: il curatore, il manager museale, il direttore di rassegne, il consulente delle case d’asta o dei grandi collezionisti. Longhi è stato il precursore del critico d’arte, ma il discepolo che lo ha in certi momenti superato con una scrittura totale è stato Giovanni Testori e in mostra non poteva mancare l’opera di Francesco Arcangeli. Una squadra di otto artisti che opera all’unisono nel definire lo stile critico che potremmo definire di poesia, ma che, parafrasando la squadra di calcio, ognuno ha una sua funzione. Stili diversi per ciascuno, per uno stesso modello critico.
A unire i magnifici otto vi sono pochi essenziali punti: quello generazionale, il Dopoguerra e gli anni Cinquanta e Sessanta, epoca d’oro dove si sviluppa la loro passione per l’arte. La critica, scriveva Henri Focillon, è un’opera di visionari (“Estetica dei visionari” del 1926), che non vedono oggetti, li visionano. Doti che attualmente si sono perse. La mostra di Mendrisio ci mette sotto gli occhi un modello dove la figura del critico, esercitava un peso sui destini dell’arte.
Paolo Montanari
Foto © GoldenBackstage, Fondazione Longhi, LaRegione













