L’Italia dal 2011 assiste a una vera caccia al Dna: raccolti oltre 22.000 campioni biologici nella provincia di Bergamo
Sono passati ormai quindici anni dalla scomparsa di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra svanita nel nulla il 26 novembre 2010. Un caso che ha segnato profondamente la coscienza collettiva italiana, e che, nonostante tre gradi di giudizio abbiano individuato il colpevole in Massimo Giuseppe Bossetti, continua a sollevare interrogativi, sospetti e contraddizioni che nemmeno il tempo riesce a sopire.
Yara esce dalla palestra nel tardo pomeriggio, dopo l’allenamento con la squadra di ginnastica ritmica. La famiglia la aspetta per cena, ma di lei si perdono subito le tracce. Inizia una delle ricerche più imponenti della cronaca italiana, con centinaia di volontari mobilitati, cani molecolari, elicotteri. Per tre lunghi mesi, la speranza resta viva, fino al tragico ritrovamento: il 26 febbraio 2011, il corpo viene scoperto in un campo isolato a Chignolo d’Isola, a dieci chilometri da casa. È in avanzato stato di decomposizione, colpita alla testa e con ferite da arma da taglio. Nessun segno di violenza sessuale, ma un quadro clinico che racconta una morte lenta, spaventosa.
Le indagini si concentrano subito sull’ambiente attorno alla vittima: amici, allenatori, frequentazioni. Ma nulla conduce a una pista precisa. È solo grazie alla genetica che si apre
un nuovo scenario. Su alcuni indumenti della vittima viene rilevato un profilo genetico maschile, parziale ma compatibile. Nasce così la figura di “Ignoto 1”, l’individuo sconosciuto da identificare. L’Italia assiste allora a una vera caccia al Dna: raccolti oltre 22.000 campioni biologici nella provincia di Bergamo, una mappa genetica senza precedenti. La svolta arriva nel 2014, quando si risale a Massimo Giuseppe Bossetti, muratore di Mapello, marito e padre di tre figli. Il suo Dna, secondo l’accusa, coincide pienamente con quello trovato sul corpo della vittima.
Bossetti è arrestato e sottoposto a interrogatori serrati, nei quali si proclama da subito innocente. Il processo si apre nel 2015: il suo alibi non regge, e secondo i giudici vi sono numerosi indizi convergenti. Il movente però resta oscuro. Nessuna relazione tra l’uomo e la vittima, nessuna testimonianza che li colleghi. Solo il Dna. La condanna all’ergastolo è pronunciata in primo grado, confermata in appello e resa definitiva in Cassazione nel 2018. Ma non finisce qui. Nel corso degli anni successivi, la difesa solleva nuovi dubbi sulla gestione della prova genetica. Si parla di incongruenze tra Dna nucleare e mitocondriale, di possibili errori di laboratorio, di campioni manipolati. Ma soprattutto di un fatto inquietante: le fiale contenenti i residui biologici sono state distrutte, rendendo impossibili future controanalisi. Un errore o una scelta consapevole?
Nel frattempo emergono elementi trascurati: tracce di sangue appartenenti a un’istruttrice di ginnastica sulle maniche della vittima, messaggi cancellati da alcuni coetanei, un contesto investigativo forse troppo focalizzato su un unico indiziato. Anche la madre biologica di Bossetti viene identificata solo dopo test genetici, aprendo lo scenario complesso di una paternità ignota: il padre naturale sarebbe un uomo mai conosciuto, Giuseppe Guerinoni, deceduto anni prima.
La vicenda divide ancora oggi l’opinione pubblica. Per molti, Bossetti è colpevole senza ombra di dubbio, incastrato dal Dna, simbolo della scienza applicata alla giustizia. Per altri, è un capro espiatorio scelto in una fase in cui la pressione sociale era altissima, e serviva un volto, un nome, un colpevole. I social, i media, i talk show contribuiscono a creare una narrazione potente, che però potrebbe aver influito anche sulla serenità del dibattito giudiziario.
Oggi, Bossetti continua a proclamarsi innocente dal carcere. La sua difesa chiede la revisione del processo, invocando la possibilità di nuove analisi sul Dna, qualora fossero ancora reperibili tracce biologiche. Alcune petizioni popolari hanno raccolto decine di migliaia di firme. L’attenzione mediatica resta alta, complice anche l’interesse internazionale generato dalla recente produzione Netflix sul caso.
La storia di Yara Gambirasio, al di là degli aspetti giudiziari, resta il simbolo di un’Italia ferita. Un Paese che chiede giustizia, ma che si interroga anche sulla qualità delle prove, sull’autonomia dell’indagine e sulla tenuta del sistema. La scienza non è infallibile, e la verità, per quanto sancita da una sentenza, può non bastare a placare i dubbi. Un ergastolo è per sempre. Ma anche il dubbio può esserlo. E quando si parla della vita di una ragazzina spezzata, e della sorte di un uomo rinchiuso a vita, la domanda resta sempre la stessa: abbiamo davvero saputo tutto?.
Michel Emi Maritato
Foto © Virgilio, La Stampa, Corriere Bergamo













