Washington punta alla leadership in un Mondo multipolare

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Trump

La strategia della presidenza Trump prevede gli Usa come direttori di un’orchestra composta dai vari Paesi

Al di là delle sue uscite controverse e del linguaggio spesso divisivo, l’approccio geopolitico dell’amministrazione Trump – e del sistema di potere che la sostiene – sembra muoversi con maggiore realismo rispetto alla precedente gestione Biden. L’obiettivo? Riposizionare gli Stati Uniti come potenza dominante su scala globale, evitando le rigidità ideologiche che, secondo alcuni analisti, hanno finito per indebolire l’influenza americana.

Per comprendere questa svolta, è utile tornare a un caposaldo della tradizione strategica anglosassone: la logica del divide et impera, fondata sull’impedire l’emergere di un attore egemone nello spazio eurasiatico. Una linea storica che l’amministrazione Biden avrebbe tradito nel momento in cui ha perseguito un “doppio contenimentosimultaneo contro Cina e Russia. Una strategia, questa, che avrebbe prodotto l’effetto opposto a quello desiderato: rafforzare l’asse tra Pechino e Mosca, avvicinando due potenze in passato spesso in competizione e spingendole a superare divergenze storiche in nome di una convergenza anti-occidentale.

Gli Usa come direttori di un’orchestra fatta di Nazioni

La presidenza Trump, al contrario, sembra voler riattivare le tensioni latenti tra le due potenze eurasiatiche, riportando gli Stati Uniti a esercitare un ruolo regolatore e flessibile, più attento agli equilibri multipolari che non alle crociate ideologiche. Una mossa che richiama il pragmatismo delle origini della politica estera anglosassone. L’attuale amministrazione Usa sembra aver preso atto della natura multipolare dell’attuale ordine mondiale, ma senza rinunciare all’ambizione di un ruolo guida. L’obiettivo dichiarato appare quello di far sì che gli Stati Uniti restino il principale punto di riferimento globale, non più come potenza egemone assoluta, ma come “primo tra pari” in un sistema in cui più attori condividono il potere. Secondo questa visione, se il mondo multipolare fosse un’orchestra, gli Usa dovrebbero diventarne il direttore: non l’unico musicista, ma colui che detta il tempo e coordina l’insieme.

Per concretizzare questo scenario, Washington punta a indebolire l’asse tra Cina e Russia. Ma una simile operazione richiede anche un altro passaggio strategico: spezzare, almeno in parte, la compattezza dell’alleanza tra Usa ed Europa occidentale. L’idea è che un mondo multipolare possa funzionare solo se le due potenze agiscono come poli distinti, talvolta anche in competizione. Un equilibrio sottile, in cui la supremazia americana si reinventa in chiave direzionale piuttosto che dominatrice.

Il perché dell’isteria anti russa delle élite europee

L’editorialista Ellenico Kostas Grivas spiega e descrive in una sua analisi il perché dell’isteria anti russa da parte delle élite europee. Molto prima che i russi invadessero l’Ucraina, era evidente a occhio nudo che eravamo entrati in un nuovo periodo nel quale c’era la strategia americana del “doppio contenimento”, cioè sia la Russia che la Cina. In realtà, il prodotto di questa strategia è stata la nuova Guerra Fredda. D’altra parte, Donald Trump cerca di concentrarsi sul contenimento della Cina, da qui le sue aperture alla Russia e lo sforzo di disimpegnarsi dalla guerra in Ucraina.

Ciò non significa, naturalmente, che Washington voglia impegnarsi in una guerra con Pechino, ma si aspettano che non diventino i primi tra pari in un sistema multipolare. Perché, se le cose restano sulla stessa linea, si creerà il modello di una grandezza geopolitica che potrebbe essere caratterizzata come la prima iperpotenza nella storia dell’umanità, dato che la dimensione di questo complesso è semplicemente enorme, da qualsiasi punto di vista lo si guardi. Devono quindi aprire canali con Mosca, in modo che non debba dipendere da Pechino. Perché questo inizi e abbia successo, la guerra in Ucraina deve finire. Ma raggiungere questo risultato è un processo difficile. Il motivo principale è che i conflitti acquisiscono sempre le loro dinamiche e le buone intenzioni non sono sufficienti per porvi fine.

La nuova Guerra Fredda

Ma cos’è che ha spinto l’Occidente a rivoltarsi contro entrambi, invece di optare per una politica del “divide et impera” che è il fondamento della saggezza geopolitica anglosassone? TrumpUna prima risposta potrebbe essere che si è trattato di una scelta obbligata, perché entrambi questi Paesi sono estremamente ostili e aggressivi nei confronti dell’Occidente, non lasciando altra scelta che la rivalità. Tuttavia, ciò non sembra essere confermato dai fatti. In realtà, sia la Cina che la Russia hanno principalmente cercato e stanno cercando di creare una zona di sicurezza nelle loro immediate vicinanze, che non minacci in alcun modo gli interessi strategici dei Paesi occidentali.

La Cina sta cercando – con una lettura paranoica del diritto del mare – di trasformare il Mar cinese meridionale in un “territorio blu” cinese, in modo da creare un’estensione marittima che fungerà da scudo geopolitico. Sebbene si tratti di un’azione aggressiva contro i Paesi della Regione, esprime una logica difensiva a livello internazionale più ampio. A differenza degli Usa, confina con Paesi che ne sono concorrenti. Più in generale, Pechino non può, né vuole, rivendicare la posizione che Washington ha (presumibilmente) mantenuto fino ad ora come prima potenza mondiale. Le sue infiltrazioni “coloniali” nei Paesi dell’America Latina e dell’Africa non minacciano gli interessi vitali dell’Occidente.

E le rotte che collegano la Cina con il Mondo esterno continuano ad essere controllate principalmente dall’Occidente e dai suoi alleati. Inoltre, oggi, a differenza di quella dell’era maoista, è più vulnerabile, proprio perché dipende dall’estero per l’input di materie prime, energia, cibo e possibilmente acqua potabile in futuro, nonché per le esportazioni dei suoi prodotti. Man mano che il potere della Cina come Impero commerciale cresce, la sua vulnerabilità aumenta.

L’Ucraina come stato cuscinetto

Da parte sua, la Russia è irrevocabilmente caduta dalla sua posizione di superpotenza che deteneva come Unione Sovietica. Attualmente si trova ad affrontare molti problemi e, soprattutto, non mostra alcuna inclinazione a minacciare nessuno Stato occidentale. Per quanto riguarda l’Ucraina, ciò che il Cremlino ha costantemente cercato è stato di trasformarla in uno Stato cuscinetto. Cioè, agire come zona neutrale, come un paese “ammortizzatore”, tra la Russia e la Nato.

Se questo fosse stato concordato, probabilmente non saremmo arrivati all’invasione russa. Kiev, tuttavia, ha chiesto di aderire all’Alleanza che sta perseguendo una politica di “porte aperte”. Così, dopo gli eventi del 2014, che hanno portato al rovesciamento del Governo eletto, la Russia ha annesso la Crimea e allo stesso tempo ha dato il via libera alla secessione delle province orientali russofone del Donbass. Entrambi questi problemi erano problemi tra Ucraina e Russia, che non hanno influenzato gli interessi occidentali.

Tuttavia, si preoccupavano della geostrategia americana, perché deriva proprio dalla dottrina del “doppio contenimento”. In questo contesto, sia la Russia che la Cina sono state trattate con “eccessiva” ostilità. La nuova Guerra Fredda, quindi, era una realtà molto prima dell’invasione russa.

Una minaccia strategica congiunta per l’Occidente

E mentre sia la Cina che la Russia individualmente non possono minacciare l’egemonia occidentale, entrambe insieme costituiscono uno schema con un enorme potenziale geopolitico che supera di gran lunga la semplice somma delle loro dimensioni. Di fatto, sta diventando una minaccia strategica per l’Occidente. Questo è esattamente ciò che Trump ha capito, ma non il resto dell’Occidente, che si attiene a una strategia irrazionale.

Per comprendere fino in fondo l’attuale approccio geopolitico dell’Occidente, è necessario andare oltre le categorie classiche delle Relazioni Internazionali, che analizzano le dinamiche globali in termini di interessi misurabili ed equilibrio di potere. Secondo una lettura più profonda, infatti, il comportamento delle potenze occidentali – soprattutto nel periodo che ha preceduto l’invasione russa dell’Ucraina – sarebbe il riflesso di una crisi esistenziale radicata nel cuore della cultura occidentale.

Smarrimento identitario e crisi culturale in Occidente

L’Occidente attraversa una fase di smarrimento identitario che si traduce in scelte geopolitiche spesso percepite come incoerenti o irrazionali. Si tratterebbe, in sostanza, di una sorta di “guerra di civiltà interna“, in cui il Mondo occidentale è impegnato a fare i conti con sé stesso, con i propri valori e con il senso della propria esistenza storica.

Questa crisi si manifesta su più piani. Da un lato, nella messa in discussione di riferimenti fondamentali della propria tradizione culturale: è il caso delle critiche ai classici greci giudicati razzisti, o della crescente tendenza a etichettare la civiltà occidentale come sessista, patriarcale e discriminatoria. Un atteggiamento che ha generato un diffuso senso di colpa collettivo, diventato strutturale nel dibattito pubblico e nel pensiero dominante.

Scelte strategiche discutibili e transizione energetica

Dall’altro, questa dinamica si riflette in scelte politiche e strategiche drastiche, come l’abbandono accelerato delle fonti energetiche tradizionali in nome della transizione verde, che ha esposto diversi Paesi europei a un rischio di “suicidio energetico“. O ancora nella negazione di concetti fondanti come Nazione, popolo e genere, considerati da ampi settori dell’establishment accademico come costrutti arbitrari e superati.

TrumpIn questo contesto, la presidenza Trump – con il suo approccio identitario e fortemente controcorrente – ha rappresentato un tentativo, almeno parziale, di frenare questa deriva culturale. Ma la tensione di fondo resta: l’Occidente è impegnato in un confronto con se stesso, prima ancora che con i suoi avversari geopolitici. E questa crisi interna condiziona, più di ogni altra variabile, il modo in cui agisce e reagisce sullo scacchiere internazionale.

Nel panorama internazionale dominato da tensioni crescenti, emerge una chiave di lettura che intreccia psicologia e geopolitica: per rafforzare la propria identità, l’Occidente ha bisogno di un “nemico oscuro” contro cui definirsi. Non riuscendo più a costruire una narrazione positiva di sé, l’Occidente sembra scegliere una via riflessiva: creare un “altro negativo, proiettando su di esso tutte le paure, le fragilità e le contraddizioni che non riesce ad affrontare internamente.

Russia e Putin come simboli del “male”

Questo processo si manifesta oggi con la demonizzazione della Russia, e in particolare del presidente Vladimir Putin, divenuto simbolo assoluto del “male” in una nuova Guerra Fredda. Anche la Cina rientra in questa logica, delineando uno schema che non ammette sfumature: da una parte il blocco democratico occidentale, dall’altra le “autocrazie aggressive“.

Ma affinché questo “nemico” risulti credibile, deve essere percepito non solo come malvagio, ma anche come temibile. In questo senso, la Russia – potenza nucleare e partner strategico di Pechino – rappresenta l’avversario ideale, in grado di giustificare scelte drastiche, come il riarmo europeo e il rilancio della spesa militare.

Mentre l’amministrazione Trump continua a trattare Russia e Cina come rivali geopolitici in una logica di equilibrio, l’Unione europea sembra invece scivolare verso una visione caricaturale e quasi isterica della minaccia russa. Le dichiarazioni del ministro della Difesa tedesco – pronto “a uccidere soldati russi” – o le celebrazioni di Berlino per l’acquisto di armi americane da inviare in Ucraina, sono solo alcuni esempi di una retorica che oscilla tra l’allarmismo e la propaganda. Anche Parigi, nonostante le misure di austerità, continua a proteggere con fermezza le spese militari, in nome del contenimento della “minaccia russa“.

Psico geopolitica della profondità: comprendere le pulsioni strategiche

Questa strategia comunicativa, spesso percepita come esagerata o scollegata dalla realtà, trova però spiegazione in un approccio definito “psico geopolitica della profondità“: un tentativo di analizzare non solo i movimenti degli attori sulla scena internazionale, ma anche le pulsioni collettive, i simboli e i riflessi culturali che alimentano le scelte strategiche. Un paradigma utile, forse ancora grezzo, ma che può aiutare a comprendere come l’Occidente costruisca il proprio ruolo globale non solo attraverso la forza, ma anche – e soprattutto – attraverso il nemico che sceglie di temere.

George Labrinopoulos

Foto © IMD Business School, Observer Research Foundation, Utrikespolitiska institutet, Focus.it, Il Post

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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