L’inedito patto di difesa fra Usa e Qatar

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Patto di difesa fra Usa e Qatar

Trump firma l’ordine esecutivo. In caso di attacco gli Stati Uniti interverranno a tutela di Doha. Cresce il peso geopoitco qatarino

Nel cuore del conflitto in Medio Oriente, Washington ha adottato una decisione che segna un cambio di passo. Con un ordine esecutivo, la Casa Bianca ha stabilito che qualsiasi attacco al Qatar verrà considerato una minaccia diretta alla sicurezza degli Stati Uniti, autorizzando così un possibile intervento diplomatico, economico, finanche militare, per proteggere Doha. Non ancora un trattato vincolante, sarà compito del Sentato ratificarlo successivamente. Pur rimanendo formalmente revocabile, il suo valore politico è tuttavia enorme.

Gli attacchi aerei

Il contesto che ha portato a questa decisione è carico di tensioni. Lo scorso 9 settembre, un attacco aereo su Doha ha provocato vittime e scosso la Regione: Israele, mirando a obiettivi collegati a Hamas, ha colpito un quartiere residenziale, causando sei morti, tra cui un ufficiale della sicurezza qatariota. Compiendo un’operazione speciale nel territorio di un altro Stato, il fatto ha destato preoccupazione da più parti: l’Arabia Saudita e altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno convocato un vertice straordinario, chiedendo una riflessione comune sul tema della sicurezza regionale.

L’attacco a Hamas ha accelerato una dinamica in corso. Già nei mesi precedenti, la base americana di Al Udeid, situata in Qatar e centro nevralgico delle operazioni statunitensi nella Rgione, era stata oggetto di un altro attacco missilistico proveniente questa volta dallIran. Quel raid aveva messo in evidenza quanto Doha fosse vulnerabile e quanto, al tempo stesso, fosse centrale per l’equilibrio militare del Golfo. Da notare che il tutto si è svolto nel momento in cui Washington e Doha stavano lavorando a un accordo di cooperazione avanzata, volto a rafforzare l’intelligence e le capacità difensive. Conseguentemente, la sequenza degli eventi ha trasformato un negoziato complesso in una scelta urgente.

Excursus storico

Per comprendere la centralità del Qatar, bisogna analizzare il suo passato. Uno sguardo storico rende evidente la rapidità del percorso. Indipendente dal Regno Unito solo dal 1971, ha saputo sfruttare le sue immense riserve di gas naturale liquefatto per diventare uno dei Paesi più ricchi del Pianeta.

In pochi decenni ha trasformato un territorio desertico e scarsamente popolato in uno Stato moderno, dotato di infrastrutture avanzate, università internazionali e centri di ricerca di primo livello. Questa ricchezza è stata convertita in leva politica grazie a una diplomazia agile, in grado di intessere rapporti tanto con partner occidentali quanto con attori regionali più controversi, mantenendo sempre un margine di autonomia. L’abilità nel mediare, investire e proiettarsi all’estero ha permesso a Doha di guadagnare un prestigio sproporzionato rispetto alla sua estensione geografica (11.581 km²). Tale combinazione ha reso il Qatar una piattaforma di potere capace di influenzare dossier che vanno ben oltre i confini del Golfo. 

Soft Power

Fra gli strumenti a disposizione, occorre guardare al ruolo di mediatore rivestito negli ultimi anni. Doha ha accolto più volte trattative tra Israele e Hamas. Ed è stata anche il luogo in cui gli Stati Uniti hanno negoziato il delicato accordo con i talebani, che ha segnato l’uscita americana dall’Afghanistan e la consegna del potere al movimento islamista. Inoltre, la Capitale qatariota ha ospitato importanti discussioni legate ai Patti di Abramo, confermandosi come piattaforma di dialogo anche in processi politici che coinvolgono direttamente Israele nel processo di distenzione dei rapporti con il mondo arabo. 

A fianco del ruolo politico, il Qatar ha costruito una strategia di soft power che ne ha accresciuto drasticamente la visibilità. I Mondiali di Calcio 2022 hanno consacrato la sua immagine sul palcoscenico globale, mentre la rete Al Jazeera ha dato voce a un’informazione con eco internazionale. Gli ingenti investimenti in infrastrutture e cultura hanno ulteriormente rafforzato l’immagine di un emirato piccolo. Piccolo, ma capace di sfidare i confini geografici con un’influenza di respiro globale.

Ciò lo ha portato a contrapporsi ai vicini più grandi, in una competizione per la leadership regionale con Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Competizione mascherata nel sottofondo geopolitco del calcio europeo quando il Paris Saint-Germain incontra il Manchester City:

  • i primi sono rappresentati da Nasser Al-Khelaifi, presidente e amministratore delegato del club parigino e presidente della Qatar Sports Investments;
  • i secondi invece da Al-Mubarak, presidente del club inglese e amministratore delegato dell’emirartina Mubadala Investment Company.

Le incognite del patto

Il nuovo patto con Washington è dunque un riconoscimento di questa evoluzione, ma anche un segnale più ampio. Neppure Israele, alleato storico degli Stati Uniti, ha mai ricevuto una dichiarazione così netta che assimili un attacco al suo territorio a, come dichiarato dal presidente Trump, «un’aggressione agli Stati Uniti». Ciò non significa che l’impegno verso Israele venga meno, anzi: il rapporto speciale con Tel Aviv rimane saldo. Ma il fatto che un emirato del Golfo riceva oggi una simile garanzia evidenzia un mutamento degli equilibri nell’area. Gli Usa sono alla ricerca di una stabilità su più fronti.

Rimangono, certo, delle incognite: non è definito con precisione quali attacchi attiverebbero la risposta americana, se bombardamenti sul territorio, cyber-attacchi o azioni indirette. L’ambiguità lascia spazio a interpretazioni e può comportare rischi di coinvolgimento indesiderato. Inoltre, l’accordo potrebbe spingere altri Paesi della Regione a chiedere garanzie simili, innescando nuove tensioni. Nonostante questi limiti, l’effetto immediato è chiaro: chi colpisce il Qatar sfida anche gli Stati Uniti.

 

Alessandro Bonifazi

Foto © Visasnews, Doha News, PSG Post, The Times of Israel

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