Macron richiama il premier dimissionario per evitare il collasso istituzionale. La crisi interna può ridurre la voce di Parigi nel mondo
Emmanuel Macron ha rinominato Sébastien Lecornu primo ministro dopo soli quattro giorni dalle sue dimissioni. Il presidente ha dichiarato di aver preso tale decisione «per senso di responsabilità verso la Nazione», dopo il fallimento negoziale con le forze politiche moderate. La priorità massima, ora, è garantire la legge di bilancio 2026, evitando potenziali derive istituzionali e, al contempo, placando i mercati finanziari.
Dietro questa mossa si nasconde un doppio obiettivo:
- mostrare fermezza;
- guadagnare tempo.
Macron sa che il prolungamento della stato di paralisi mina la credibilità della Francia e la fiducia degli investitori. L’immagine di Parigi come cardine dell’Europa continentale, non può permettersi di sembrare ingovernabile proprio mentre l’Unione affronta rallentamento economico e crisi energetica.
Le parole di Lecornu
Rientrato a Matignon, Lecornu ha sottolineato l’importanza del «dovere di servire la Repubblica», promettendo di «fare tutto il possibile per dare alla Francia un bilancio entro fine anno». Ha inoltre dichiarato che il nuovo Governo sarà «di rinnovamento» e che «nessuno dei suoi membri potrà candidarsi alle presidenziali del 2027», per evitare personalismi e lotte interne.
Le opposizioni hanno già preannunciato il deposito di mozioni di sfiducia. Nell’Aula dell’Assemblea nazionale il clima politico si presenta incandescente. Questo perché il Paese sta vivendo una fase di “parlamentarismo bloccato”, in cui ogni iniziativa proveniente dal Governo si trasforma in un negoziato tattico, privo di luce in fondo al tunnel.
Lecornu eredita quindi un Paese stanco, polarizzato e con fiducia calante verso il minimo nei confronti delle istituzioni. Non è più il tempo dell’entusiasmo macroniano del 2017; oggi prevalgono cauta disillusione e pragmatismo difensivo.
L’instabilità come rischio geopolitico
Se sul piano domestico la Francia rimane “en suspens”, su quello esterno rischia di cadere nell’irrilevanza. Pur disponendo di deterrenza nucleare. Il che significa che questo costante indebolimento del Governo può, conseguentemente, minare la capacità internazionale dell’intera Unione europea.
Parigi, a differenza di altri attori continentali, ha mostrato nel corso della sua storia una
certa propensione alla geopolitica: a tratti definita velleitaria, ha potuto muoversi fra i teatri globali con una forte idea di sé. Recentemente anche proponendo di proiettare la sua potenza a garanzia della sicurezza dell’Unione. Tuttavia, il disimpegno dall’Africa occidentale e le frizioni con Berlino in materia di governance economica europea dimostrano l’incapacità del sistema di conciliare ambizione strategica e consenso interno.
Nel rapporto “Seven Strategic Challenges for France” del 2025, l’Institut Montaigne identifica le sfide principali estere che la Francia dovrà affrontare nei prossimi mesi:
- il ridimensionamento dell’influenza nel Sahel e la competizione con Russia e Cina in Africa;
- la gestione dell’impegno in Ucraina, tra solidarietà europea e stanchezza sociale interna;
- la necessità di rilanciare l’industria della difesa e di sostenere una spesa militare crescente in un contesto di bilanci pubblici sotto pressione;
- il coordinamento energetico e industriale con Berlino, sempre più complesso;
- la ridefinizione del rapporto con Washington, tra fedeltà atlantica e ambizione di autonomia strategica.
A questi si aggiunge il Mediterraneo. Un tempo naturale proiezione di Parigi, appare sempre più come un teatro in cui la Francia è spettatrice più che protagonista, lasciando spazio alla penetrazione turca e russa nel Nord Africa.
Su ciascuno di questi fronti, la crisi perenne del Governo francese costituisce un vincolo operativo reale. L’impossibilità di esprimere un Governo solido preclude la possibilità di avere un ruolo chiave nelle dinamiche europee e di perseguire una politica di influenza globale.
Il nodo interno: una Repubblica esausta
La crisi non è soltanto parlamentare. È più grande e riguarda la fiducia nello Stato e nelle sue istituzioni. Le fratture sono numerose e profonde:
- tra le élite urbane e le province marginali;
- tra i beneficiari della globalizzazione e chi ne resta escluso;
- tra centro e periferie sociali;
- tra comunità religiose e laiche.
Fra le più sentite vi è proprio il rapporto complesso con l’Islam in terra d’oltralpe. Le tensioni sulla laicità, inerenti alle scuole, ai simboli religiosi e alle politiche di integrazione tendono a riproporsi con ricorrenza, alimentando un clima di diffidenza reciproca. Le banlieues (periferie urbane caratterizzate da un’alta concentrazione di disagio socioeconomico, emarginazione abitativa e una composizione demografica prevalentemente giovane e multietnica) si sono consolidate come “teatro simbolico” dello scontro socio-ideologico e, conseguentemente, del sostanziale fallimento della promessa repubblicana di égalité.
L’islamismo radicale ha polarizzato il dibattito pubblico attorno a temi quali religione, identità nazionale e separatismo culturale. Questi sono stati strumentalizzati dalla classe politica: da un lato, la destra li utilizza per legittimare e rafforzare una narrativa securitaria; dall’altro, la sinistra li interpreta come un terreno di scontro cruciale per la tutela e la ridefinizione dei diritti civili nella Francia contemporanea.
Altri due fattori strutturali da aggiungere:
- il declino industriale;
- la stagnazione demografica.
La Francia cresce poco, invecchia rapidamente, perde competitività tecnologica. Nelle periferie rurali, la disaffezione politica trae origine anche e soprattutto per l’assenza di opportunità. Mentre nelle metropoli, l’immigrazione e la frammentazione culturale sfidano la coesione nazionale.
Quanto detto alimenta un malessere diffuso che i populismi cavalcano con abilità: Bardella da destra, Mélenchon e la sinistra radicale dall’altro fronte, attendono il momento in cui il centrismo e il presidente che lo incarna cederanno definitivamente.
Timori macroniani
Emmanuel Macron sa che la posta in gioco va oltre l’aritmetica dei numeri parlamentari. Ciò che lo preoccupa maggiormente è la perdita di influenza geopolitica della Francia. Tematica particolarmente sentita per il suo ruolo.
La divisione delle sfere di potere fra presidente della Repubblica e primo ministro assume in questa chiave di lettura maggior senso: il primo pone l’accento sull’estero e sui temi di ampio respiro; il secondo si occupa di questioni squisitamente interne al Paese. Passare alla storia come il presidente sotto cui crollano, per non dire implodono, le ambizioni geopolitiche francesi rappresenta una umiliazione intollerabile.
La riassegnazione di Lecornu, dunque, è scelta tattica e al contempo un tentativo di salvare l’immagine della Francia nel Mondo. La crisi interna, se non contenuta, rischia di erodere la credibilità internazionale conquistata negli ultimi anni. Perché in un sistema globale sempre più competitivo se la Francia smettesse di essere incisiva, anche l’Europa perderebbe il suo baricentro. È questo, più di ogni mozione di sfiducia, il vero incubo dell’Eliseo: che la “crisi di Governo” diventi, appunto, una crisi di rappresentanza geopolitica. E che Parigi non sia più in grado di dettare il ritmo del Continente.
Alessandro Bonifazi
Foto
France24, FISMA, Anadolu Ajansi, BBC













