Lavagna, paesina, ma anche lapislazzuli e alabastro. Per poco più di cent’anni la pittura su pietra fu di gran moda. Come ci racconta la mostra Arte e Natura all’Accademia Carrara
Con una mostra dedicata alla pittura su pietra, l’Accademia Carrara di Bergamo regala agli amanti dell’arte un’autentica sorpresa. Innanzitutto, perché questo genere artistico è caduto nell’oblio. È fiorito a partire dal 1525 ed è durato soltanto poco più di cent’anni. In seguito gli artisti sono tornati a usare supporti più tradizionali, come l’intramontabile tela. Poi, perché pochissime sono le opere di pittura su pietra giunte fino ai giorni nostri. Quindi, la mostra Arte e Natura. Pittura su pietra fra Cinque e Seicento, curata da Patrizia Cavazzini con la collaborazione di Maria Luisa Pacelli, è un’occasione per scoprire una selezione di capolavori, creati per un pubblico colto e benestante, carichi di simbologie. C’è tempo fino al 6 gennaio 2026 per visitarla.
Simbolo di eternità
Perché prende piede la pittura su pietra? «È un desiderio che esisteva già nel tardo Quattrocento», spiega Patrizia Cavazzini. «All’epoca però non si riusciva ancora a far aderire il colore sul marmo o su altre pietre. Poi, ebbe successo per primo Sebastiano del Piombo. Si voleva dipingere su pietra perché era ritenuta eterna. E così si poteva rendere eterno l’oggetto e la memoria della persona ritratta». Insomma, una scelta che nasconde un desiderio di immortalità. Fra i vari materiali utilizzati le lastre nere di lavagna. Su una di esse, Leonardo da Pistoia realizza Lucrezia (1535 circa, nella foto a sinistra).
La paesina dalla valle dell’Arno
Oltre alla lavagna, si usano anche pietre con venature come la paesina, fatta di ciotoli di di fango solidificato provenienti dalla valle dell’Arno. Un esempio? La Maddalena Penitente (1625 circa) di Filippo Napoletano (nella foto, un dettaglio dell’opera). Le sfumature della pietra vengono valorizzate nello sfondo del cielo, alle spalle della donna. Più chiara la pietra dendritica, sempre di provenienza toscana. Stupende anche le sfumature del diaspro che fa da sfondo a Davide decapita Golia (1620-1625) di Antonio Tempesta. Si dipinge su pietra anche le nature morte con fiori e frutta.
«L’obiettivo era sempre quello di far diventare eterno l’effimero», continua Cavazzini. Nel quadro Natura morta con pere, uva nera e insetti (1630 circa), realizzato su lavagna, il pittore romano Agostino Verrocchi ci mostra il rigoglio della frutta ma con la presenza dell’insetto ci ricorda che questa bellezza è destinata a deperire rapidamente. Anche perché nel Seicento non c’erano frigoriferi.
Il cielo blu? È di lapislazzuli
Fra le 60 opere di pittura su pietra presentate nella mostra Arte e Natura. Pittura su pietra fra Cinque e Seicento all’Accademia Carrara, ci sono anche dei piccoli capolavori creati su lastre di pietre preziose, come l’alabastro, l’ametista, il lapislazzuli. Da non perdere Davide contempla la testa di Golia (1611-12) di Orazio Gentileschi (nella foto a sinistra), dove la figura del sovrano israelita si staglia su un cielo blu che è dato da una sottile lastra di lapislazzuli montata su lavagna. I soggetti religiosi erano molto frequenti in questo tipo di pittura, ma non mancano episodi ispirati alla vita dei committenti e ritratti.
Opere da ricchi collezionisti
I centri della produzione di pittura su pietra in Italia sono Roma, Firenze e il Veneto. I destinatari sono ricche famiglie, come i Medici, e personaggi abbienti, che possono concedersi il possesso di oggetti così particolari, degni di una Wunderkammer. Un esempio eloquente è l’Altarolo a edicola con l’Assunzione della Vergine (1625-1630, nella foto a destra) realizzato da un collaboratore di Jacques Stella, pittore francese che lavorò fra Firenze e Roma. Non solo è particolare il dipinto al centro di questo micro altare – la pietra utilizzata è lapislazzuli – ma l’intero oggetto è un capolavoro, in legno rivestito d’ebano e pietre dure.
La scomparsa della pittura su pietra
Perché la pittura su pietra a un certo punto scompare? Innanzitutto perché intorno agli anni Venti del Seicento le cornici e i manufatti in cui è inserito il dipinto su pietra diventano così preziosi e raffinati da prendere il sopravvento sul quadro. L’artigiano, l’ebanista, l’orafo con le loro creazioni diventano centrali. Ma c’è anche un altro elemento. «Contrariamente a quanto si credeva, queste opere non sono eterne: soffrono molto per l’umidità, che può generare lacune. Il dipinto perde così il suo fascino», spiega Maria Luisa Pacelli, direttrice di Accademia Carrara. «Nell’ottica di un lavoro di ricerca ma anche di tutela, per questa mostra abbiamo cercato di selezionare le opere meglio conservate. Ci siamo anche sforzati di sistemare le nostre o alcune di altra provenienza, mettendole in condizione di viaggiare e di essere esposte».
Il retro di un quadro di Lorenzo Lotto
Una chicca della mostra è il Ritratto di giovane (1995-1500) di Lorenzo Lotto, esposto nella collezione di Accademia Carrara. «Abbiamo scelto di mostrare anche il retro di questo quadro, che presenta un finto marmo dipinto dall’artista», commenta Pacelli.
Siamo alle soglie del Cinquecento, e questa scelta di Lotto dimostra il desiderio di nobilitazione ed eternità legato alla pietra che già girava all’epoca. Al suo quadro, Lotto regala una pietra finta (nella foto a destra, un dettaglio) dipinta con i colori a olio. È un prodromo del boom della pittura su pietra che esploderà appena qualche decennio dopo.
Un percorso per i bambini
A completare la mostra c’è l’opera Orti Tintori di Paolo Chiasera, composta da due installazioni, una all’interno del museo, l’altra all’esterno. E c’è anche un’altra novità. Per la prima volta il museo presenta un percorso espositivo a parte, A&N Kids, specificamente pensato per bambine e bambini, e incentrato sulle tecniche e i supporti della pittura», racconta Maria Luisa Pacelli. Come osserva la direttrice, è un approccio sperimentale e innovativo al pubblico più giovane. Utilissimo per avvicinare al l’arte e al museo i futuri visitatori di domani.
Maria Tatsos
Foto© Ufficio stampa Adicorbetta per Accademia Carrara, Maria Tatsos













