Il premier lascia, l’Eliseo barcolla. Dopo otto anni di promesse di rinnovamento, Macron si ritrova a gestire un Paese diviso
Dopo il precedente ritiro di François Bayrou, le dimissioni del primo ministro Sébastien Lecornu hanno aperto a Parigi una nuova fase di instabilità politica. Nominato il 9 settembre, il premier aveva presentato i suoi ministri la domenica sera e avrebbe dovuto illustrare il programma all’Assemblée Nationale il martedì successivo. Tuttavia, la mattina di lunedì 6 ottobre ha annunciato le dimissioni, ponendo fine al mandato più breve della storia repubblicana, solo 27 giorni.
In un clima di incertezza crescente, Macron ha affidato a Lecornu un ultimo mandato di mediazione, concedendogli 48 ore per individuare una piattaforma comune tra le forze politiche.
In risposta, Lecornu ha convocato a Matignon le principali forze politiche per un ultimo ciclo di consultazioni, con l’obiettivo di definire una piattaforma comune incentrata sulla manovra finanziaria 2026 e sulla questione della Nuova Caledonia. A questo invito, tuttavia, i leader del Rassemblement National, Marine Le Pen e Jordan Bardella, hanno rifiutato.
In caso di fallimento, lo stesso Macron ha dichiarato di essere pronto ad «assumersi le proprie responsabilità», lasciando intendere la possibilità di un rimpasto profondo o di un nuovo ricorso alle urne.
Il ritorno di Bruno Le Maire e la ribellione dei Républicains
Lecornu aveva formato un esecutivo di 18 ministri, molti dei quali provenienti dal precedente Governo di Bayrou. «Non si può essere primo ministro quando non ci sono le condizioni per governare», lamentava.
Tra i nomi scelti figurava Bruno Le Maire, ex ministro dell’Economia richiamato dalla Svizzera per assumere la guida delle Forze armate. L’obiettivo dichiarato era rafforzare
il Governo, ma la nomina ha avuto un effetto opposto, generando forti tensioni all’interno della maggioranza. Le Maire, considerato da molti come il simbolo del macronismo economico, è stato criticato per il suo ruolo nella crescita del debito pubblico e per politiche percepite come eccessivamente liberiste. All’interno dei Républicains (LR), il partito di Lecornu, diversi esponenti hanno interpretato la scelta come un segnale di interferenza presidenziale, un’impressione condivisa anche da membri dell’opposizione, tra cui Marine Le Pen. Nel giro di poche ore, la situazione è precipitata. Bruno Retailleau, ministro dell’Interno, ha dichiarato che «non c’è stata la rottura richiesta», mentre i vertici LR hanno lanciato un ultimatum al premier: «O noi o Bruno Le Maire».
Consapevole che il nuovo esecutivo non avrebbe superato la prova parlamentare, Lecornu ha scelto di dimettersi preventivamente. La sua uscita di scena ha aperto un vuoto politico che riflette il logoramento strutturale del centro moderato francese.
Le reazioni dei partiti
Le dimissioni hanno provocato una serie di reazioni trasversali:
- L’Union des droites pour la République (UDR) e il Rassemblement National hanno definito l’intera vicenda «una farsa prolungata», promettendo di censurare qualsiasi nuovo Governo privo di legittimazione popolare;
- il Partito Socialista e gli Ecologisti hanno chiesto la nomina di un primo ministro progressista e aperto al dialogo, ritenendo necessaria una riconciliazione tra istituzioni e cittadini;
- Il leader del Movimento Democratico, Marc Fesneau, ha invece parlato di «una crisi di sistema», attribuendo il collasso alla combinazione di ambizioni personali e calcoli politici.
Le radici dell’instabilità economica e politica
Le cause profonde della crisi francese risiedono in un insieme di fattori strutturali di natura economica e istituzionale:
- un debito pubblico elevato limita la capacità del Governo di adottare politiche espansive e riduce i margini di manovra fiscale;
- un Parlamento frammentato in tre blocchi principali (centrista, di destra e di sinistra radicale) rende complesso il processo decisionale e ostacola l’approvazione di riforme impopolari, ma necessarie.
Questa paralisi istituzionale ha reso difficile la definizione di una strategia di lungo periodo, alimentando un clima di incertezza che si riflette anche sui mercati finanziari. Alla fine di settembre, il debito francese ha raggiunto i 3.400 miliardi di euro, pari al 116% del Pil, la terza percentuale più alta nell’Unione europea. Dal 2020 il rapporto deficit/Pil resta stabilmente sopra il 5% (5,8% nel 2024), segnalando un disavanzo cronico tra entrate e spesa pubblica.
Questo squilibrio ha attirato l’attenzione dei bond vigilantes, gli investitori che operano
nei mercati obbligazionari e reagiscono a politiche fiscali ritenute insostenibili, vendendo titoli di Stato e aumentando la pressione sui Governi. Il rendimento dei titoli francesi a dieci anni è salito al 3,6%, superando quello italiano: un chiaro indicatore del premio di rischio richiesto per finanziare la Francia, oggi percepita come un mercato più vulnerabile.
Al contempo, il CAC 40, principale indice del mercato azionario, ha registrato un calo dell’1,4%, trainato dalle performance negative delle maggiori banche nazionali. Proprio nel settore bancario si stanno manifestando i primi segnali di contagio finanziario verso altri Paesi membri.
Le banche europee, infatti, detengono circa 500 miliardi di euro in titoli di Stato francesi, pari al 23% dei sovrani presenti nei loro portafogli: una quota superiore a quella di qualsiasi altro Paese dell’Unione. Eventuali turbolenze sui mercati di Parigi avrebbero ripercussioni dirette sull’intera area euro, con conseguenze politiche e geopolitiche di rilievo.
Una Francia divisa e frammentata
La crisi francese si manifesta oggi su più livelli: politico, economico e sociale. Il Paese
appare diviso tra metropoli integrate nella globalizzazione e aree periferiche che si sentono escluse dal progetto nazionale. Le tensioni legate all’immigrazione e alla presenza di una crescente popolazione musulmana di seconda generazione mettono alla prova il modello di laicità repubblicana, riaprendo il dibattito sull’identità nazionale.
Sul piano interno, la perdita di fiducia nelle istituzioni e il declino del consenso politico alimentano l’immagine di una Francia in fase di ridefinizione. Mentre su quello geopolitico la diminuzione dell’influenza internazionale, in Europa, nel Mediterraneo e nel Sahel, rafforza la percezione di una potenza alla ricerca di un ruolo nel nuovo equilibrio multipolare.
Alessandro Bonifazi
Foto
Le Bien Public, Washington speakers bureau, The economist, BBC













