La prima premier donna del Giappone rompe un tabù storico, ma le sue posizioni conservatrici dividono: rinnovamento o ritorno al passato?
La nomina di Sanae Takaichi a primo ministro del Giappone è senza dubbio un momento storico. La camera bassa del Parlamento giapponese l’ha eletta al primo turno, con 237 voti su 465 seggi, battendo l’ex premier Yoshihiko Noda che ha totalizzato 149 voti.
Diviene così la prima donna a ricoprire la carica di premier in Giappone. Il suo partito, il Liberal Democratic Party (LDP), ha ottenuto la leadership dopo che Takaichi aveva vinto le primarie interne. Tuttavia, la coalizione su cui poggia – formata con il partito Japan Innovation Party (Ishin) – non garantisce una maggioranza stabile in entrambe le camere del Parlamento.
La scelta di una donna al vertice del Governo giapponese, in un Paese dove la presenza femminile nelle alte cariche è storicamente limitata, segna una rottura metaforica.
Ma dietro il gesto simbolico – e la celebrazione internazionale che ne è seguita, con le congratulazioni di Roberta Metsola e Ursula von der Leyen – si nascondono questioni che meritano attenzione.
Due facce: opportunità e rischi
Opportunità
Takaichi può aprire la strada a un cambio di paradigma: il fatto che una donna sieda alla più alta carica dello Stato potrebbe stimolare riflessioni in Giappone sul “soffitto di vetro” nelle istituzioni, nel mondo imprenditoriale e nella politica.
In un momento di forte cambiamento geopolitico e demografico, un’agenda nuova e una leadership diversa possono portare innovazione e un diverso modo di comunicare il potere.
Rischi
Il simbolismo non basta: la vera efficacia del Governo dipenderà dalla capacità di far passare riforme in un Parlamento senza maggioranza stabile.
Il profilo politico della neo-premier è conservatore, se non addirittura nazionalista: è stata descritta come “hard-liner”, vicina al defunto Shinzō Abe, e favorevole alla revisione della Costituzione giapponese, in particolare dell’articolo 9 che limita l’uso della forza militare.
Le sue politiche economiche – con tagli alla spesa pubblica, aumento della difesa e revisione di documenti strategici chiave – generano preoccupazione negli investitori, in un Paese già fortemente indebitato.
Sul fronte sociale, pur essendo donna, non ha fatto della promozione della parità di genere il cuore della propria piattaforma: si è espressa contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso e contro il doppio cognome per le coppie.
L’agenda che si profila
Politica economica e fiscale
Takaichi propone una combinazione apparentemente contraddittoria: tagli alla spesa
pubblica e al contempo investimenti selettivi in settori strategici come tecnologia, difesa e semiconduttori. Ma conciliare austerità e stimolo non è semplice. In un Paese con un debito pubblico altissimo e una popolazione in rapido invecchiamento, il margine di manovra è ridotto. L’attenzione al bilancio della difesa, e l’intento di superare la soglia del 2% del Pil in spese militari, pongono interrogativi su come verranno finanziate queste ambizioni. Secondo Takaichi, «il Giappone dovrà superare quella soglia prima o poi» per rispondere alle minacce regionali.
Politica estera e difesa
La nuova premier ha deciso di imprimere una forte accelerazione in politica estera e di sicurezza. Vuole rafforzare l’asse Tokyo–Washington, aumentare le spese militari e affrontare la Cina con maggiore fermezza. Questo potrebbe segnare il passaggio da una diplomazia cauta a una postura più assertiva. Tuttavia, i rischi sono evidenti: un’escalation con Pechino e un’eccessiva dipendenza dagli Usa potrebbero ridurre l’autonomia giapponese.
Inoltre, il primo impegno internazionale della nuova leader sarà la partecipazione al vertice dell’Asean in Malesia, seguita dalla visita ufficiale del presidente Donald Trump in Giappone: un doppio test che metterà subito alla prova il suo equilibrio tra diplomazia e fermezza.
Politica sociale e culturale
Il fatto che il primo ministro sia una donna non implica automaticamente un programma
“femminista”. Takaichi ha posizioni tradizionaliste su famiglia, immigrazione e ruoli sociali. È nota per la sua ammirazione per Margaret Thatcher, che ha spesso citato come modello di leadership: «una donna dal carattere fermo, con convinzioni incrollabili e un calore umano autentico». Il paradosso è evidente: da un lato il simbolo è potente; dall’altro la sostanza potrebbe non rispecchiare le speranze delle donne giapponesi. Inoltre, la coalizione che la sostiene non ha previsto ruoli per il partito Ishin nel gabinetto, lasciando dubbi sulla stabilità e sulla capacità di costruire consenso.
Il significato per il Giappone e l’Europa
Dal punto di vista europeo e occidentale, l’elezione di Takaichi viene salutata come un passo avanti simbolico.
La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha scritto: «Le mie più sentite congratulazioni a Takaichi Sanae per la sua storica elezione a primo ministro donna del Giappone. Non vedo l’ora di promuovere la solida partnership tra Giappone e Unione europea».
Anche Ursula von der Leyen ha celebrato l’evento: «Sta scrivendo la storia. Non vedo l’ora di lavorare a stretto contatto per portare il partenariato Ue-Giappone a un livello superiore».
Ma dietro gli elogi, resta una domanda: questa storia è davvero un progresso?
Se la leadership femminile coincide con una politica più aggressiva e meno inclusiva, siamo davanti a un cambiamento positivo o semplicemente a un cambio di facciata?
Un duplice redaggio
La nomina di Sanae Takaichi rappresenta una doppia eredità. Da un lato, è un evento positivo perché dimostra che anche in una società tradizionalmente maschile come quella giapponese una donna può raggiungere la massima carica politica. Dall’altro, non bisogna lasciarsi ingannare dall’apparenza. La sua ascesa non necessariamente coincide con un’evoluzione progressista.
Takaichi è una conservatrice convinta, spesso vicina a posizioni revisioniste sulla storia giapponese. La sua agenda potrebbe accentuare le tensioni regionali e ridurre gli spazi di dissenso interno.
Il vero banco di prova sarà:
quanto riuscirà a migliorare concretamente le condizioni delle donne giapponesi, non solo in termini di rappresentanza ma anche di vita quotidiana, carriera e famiglia.
Quanto saprà mantenere stabilità politica e tradurre il suo programma in risultati tangibili.
Come gestirà le relazioni internazionali, tra l’equilibrio con la Cina, la fedeltà agli Stati Uniti e la partnership con l’Europa.
Indubbiamente la nomina di Sanae Takaichi come primo ministro è un segnale potente.
Motivo per festeggiare? Sì, perché rompe un tabù e scrive una nuova pagina nella storia del Giappone. Motivo per preoccuparsi? Sì, perché il suo percorso politico lascia intravedere un futuro più assertivo, meno inclusivo e forse più rischioso.
Bisogna vedere che tipo di Giappone vorrà guidare.
Non confondiamo essere donna con essere progressista. L’uno non comporta automaticamente l’altro. Quando si valuta un Governo, il genere del leader è importante, ma non sufficiente. Il tempo dirà se Sanae Takaichi sarà ricordata come la “Thatcher del Pacifico” o come la leader che ha usato il potere femminile per rendere il Giappone più rigido, più chiuso e meno dialogante.
Ginevra Larosa
Foto © South China Morning Post, CNN, Trentino Cultura













