L’eterna lotta tra Tel Aviv e Teheran: l’Iran davanti al bivio

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Tel Aviv Teheran

La Repubblica Islamica deve rapidamente decidere se forzare la corsa alla bomba o trattare. Israele, nel mentre, si prepara allo scontro

La partita sul nucleare iraniano potrebbe non essere finita. Anzi, a leggere quanto riportato dal New York Times e da Haaretz, un nuovo confronto militare tra Teheran e Tel Aviv sarebbe solo questione di tempo. Secondo l’opinione espressa dagli analisti ed esperti intervistati, non ci sono pianificazioni o dispiegamenti imminenti, ma tutti i fattori in campo lascerebbero intendere che si andrà in quella direzione.

Il dilemma esistenziale

A Teheran, l’imprevedibilità di Israele ha diffuso paura, stringendo alti funzionari e opinione pubblica dietro il traballante regime degli Ayatollah e dietro la convinzione che, Tel Aviv Teheranmai come ora, la bomba sia necessaria. Passare da un approccio di nuclear latency (ambiguità nucleare strategica) a uno di deterrenza effettiva non è comunque così immediato. Se è vero che l’Iran possiederebbe quantità di uranio arricchito utili a fabbricare circa dieci ordigni, sarebbe necessario più di un anno per trasformare il combustibile nucleare in una testata utilizzabile. Gli iraniani sono consapevoli di questa vulnerabilità; per tal ragione, starebbero sondando la progettazione di un’arma più rudimentale, raggiungibile nel giro di pochi mesi.

Come spiegato a Eurocomunicazione, durante la presentazione de “L’Imperatore” presso il Centro studi americani, dal già inviato speciale in Israele, Francesco Maria Talò, il bivio per gli Ayatollah è esistenziale. Se forzare la corsa alla bomba attirerebbe un nuovo, magari definitivo, attacco da parte di Tel Aviv, nuovi negoziati non ne garantirebbero comunque l’inevitabilità. Schiaccianti sanzioni e un’economia in rovina impongono comunque una rapida capacità decisionale. In Israele, infatti, si ritiene che il lavoro sia incompiuto e che sia oltremodo necessario colpire un Iran ai massimi storici dell’instabilità. Se la guerra mossa nell’ultimo anno contro Houthi, Hezbollah e Hamas, ha privato Teheran dei suoi proxy, i tremendi attacchi delle Idf (Israele defence forces) dello scorso giugno hanno segnato un notevole rallentamento nel sistema di produzione bellico iraniano. Allo stesso tempo, il regime vive una delle peggiori crisi idriche moderne e un processo di stagflazione difficilmente reversibile.

Il fallimento dell’opzione diplomatica e l’operazione Rising Lion

Nessun negoziato all’attivo e alcuna stima precisa su dove si trovi l’uranio arricchito sopravvissuto alla Guerra dei dodici giorni, concorrono a completare una situazione di stallo pronta a deflagrare da un momento all’altro. Proprio il mancato buon esito dell’alternativa diplomatica e il successivo lancio dell’operazione israeliana Rising Lion in giugno, hanno portato a delle circostanze così precarie. Nelle settimane successive ai cinque round negoziali, svoltisi tra il 12 aprile e il 23 maggio, infatti, la consapevolezza dei funzionari americani che non sarebbe stato possibile fermare Netanyahu e l’inefficacia del processo diplomatico stesso, hanno spianato la strada all’operazione delle Idf.

In quei giorni, l’intelligence statunitense stimava che Israele avrebbe potuto prepararsi a lanciare un attacco contro l’Iran in appena sette ore, lasciando poco spazio alle valutazioni. Inoltre, in una riunione tenutasi a porte chiuse il 6 giugno, il capo del Mossad David Barnea avrebbe riferito al direttore della Cia John L. Ratcliffe che l’operazione era ormai prossima all’attuazione. Lasciatosi ammagliare dall’ingegnosità del piano dopo una rapida chiamata col premier israeliano, Trump avrebbe autorizzato l’offensiva due giorni dopo.

Il fallimento dei negoziati è comunque dipeso anche dall’inesperienza del personale diplomatico statunitense e da una postura dell’amministrazione ambivalente, prima ancora che dalle questioni tecniche (come la possibilità o meno dell’Iran di poter continuare ad arricchire l’uranio). Per tutto il corso degli stessi, infatti, lo stesso Trump ha lasciato intendere, con dichiarazioni pubbliche e ridispiegamenti di forze nella Regione, che l’opzione del conflitto sarebbe rimasta sospesa sulle cupole di Teheran come una spada di Damocle – a metà tra una deliberata strategia di pressione e il caos dato dalle divergenti posizioni interne all’amministrazione.

Il giallo sulle scorte di uranio scomparse

Dopo i raid dei bombardieri B2 americani sui siti di Isfahan e Fordow, diversi rapporti tecnici hanno provato a inquadrare il tassello tuttora mancante nell’quazione sul nucleare iraniano: le scorte di uranio sopravvissute. I report del Dia (Defense intelligence agency) e dell’Iaea (International atomic energy agency) di pochi giorni successivi, hanno espresso una valutazione dubbiosa sull’efficacia dell’attacco Usa, stimando che l’intervento avrebbe ritardato solo di qualche mese il programma e che la maggior parte delle scorte era ancora in mano degli iraniani.

Hanno fatto eco ai temi posti dai tecnici, commenti di ufficiali militari e di ex colonelli. Secondo la loro analisi, qualsiasi tentativo di distruggere la struttura di Fordow, sepolta a più di 250 piedi sotto una montagna, avrebbe richiesto più ondate di bombardamenti negli stessi punti. Il report della Cia, invece, ha esposto una distruzione completa dei siti e delle scorte, denunciando un ritardo di anni – probabilmente su forti pressioni della Casa Bianca.

Ad oggi, soprattutto dopo la sospensione della collaborazione tra l’Iran e l’Iaea (interrotta unilateralmente da Teheran il 2 luglio), appaiono più credibili le prime valutazioni. Di fatti, la perdita dicontinuità di conoscenza” degli ispettori dell’agenzia è durata mesi. Grazie a un accordo mediato dall’Egitto a fine settembre, si è firmata la ripresa formale della collaborazione, ma, nei fatti, né i siti sospetti (soprattutto quelli bombardati) né le scorte di uranio arricchito sono risultati accessibili.

Il misterioso sito sotterraneo

Il giallo si amplifica esponenzialmente se si considera che in questo lasso di tempo, secondo quanto riportato dal Washington Post il 15 novembre, Teheran avrebbe intensificato la costruzione di un misterioso sito sotterraneo (col nome in codice Pickaxe Mountain), sepolto quasi il doppio della profondità di Fordow. Il report esclusivo insiste anche sul fatto che, nei giorni precedenti l’attacco missilistico statunitense a Isfahan, dei veicoli avrebbero trasportato qualcosa fuori dai laboratori della località.

L’impressione generale, dunque, è che le recenti aperture al dialogo del ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ai microfoni della Cnn, servano a coprire le trame nel buio della Repubblica Islamica. Teheran potrebbe aver già scelto che strada imboccare.

 

Fabio Sinisi

Foto © Aspenia Online, ISPI, Asharq Al-Awsat, The Wall Street Journal, Center for Strategic & International Studies

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