Italia senza negozi: l’allarme che nessuno vuole vedere

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Italia negozi Confcommercio

Un viaggio tra dati inquietanti e trasformazioni reali: perché l’Italia sta perdendo le sue botteghe e cosa serve ora per salvare quartieri e piccoli centri

Ha destato inquietudine un’intervista rilasciata qualche giorno fa e apparsa su un quotidiano romano, fatta al presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, che ha lanciato un appello alle forze politiche, per fermare la desertificazione dei negozi nelle periferie e nei piccoli borghi.

«Servono dei patti con lo Stato per riattivare i locali sfitti e rilanciare i quartieri, rendendoli più vivi e appetibili per le attività commerciali, anche con accordi immobiliari e per spazi di comunità». Un accorato appello quello del presidente Sangalli che è preoccupato per la crisi delle attività commerciali con un inarrestabile crollo degli acquisti nei piccoli negozi artigiani e di quartiere ora sostituiti da Bed and breakfast e ristoranti.

La desertificazione commerciale nelle Città

Negli ultimi anni vi è stata la progressiva chiusura di attività di vicinato. Il numero di imprese del commercio al dettaglio è in costante riduzione e non si intravedono segnali di inversione di tendenza. Questo fenomeno di desertificazione non solo indebolisce la vitalità economica degli spazi urbani ma compromette anche la qualità della vita cittadina specie per gli anziani, riducendo l’accesso dei residenti a servizi essenziali. Secondo Unioncamere ben 206 comuni italiani con meno di 1.000 abitanti non dispongono più di esercizi di commercio al dettaglio e ben 425 comuni risultano completamente privi di esercizi alimentari. Il 44% della popolazione può raggiungere un panificio entro 15 minuti, il 59% un fruttivendolo e il 61% un supermercato. Non è solo una questione economica ma anche sociale poiché la scomparsa dei presidi commerciali, la perdita di botteghe può determinare il processo di espulsione in quella località della popolazione residente.

Gli affitti brevi

Un ruolo non trascurabile è svolto dagli affitti brevi, la cui crescente diffusione rischia di alterare l’equilibrio tra attività volte a fornire servizi ai residenti e quelle rivolte ai turisti. Una analisi condotta su Roma Città con intensi flussi turistici vede invece un effetto opposto, in quanto si sono moltiplicati in centro i negozi mentre in periferia si chiudono. A Madrid la diffusione di Airbnb ha favorito l’apertura di ristoranti bar e negozi legati al turismo, spesso però a scapito di attività rivolte ai residenti.

Senza interventi efficaci di contrasto, la desertificazione sarà presto un fatto conclamato e potenzialmente fuori controllo. La cittadinanza e i turisti ne risentiranno negativamente. In poco più di venti anni dal 2012 al 2035 la densità commerciale in molti centri urbani potrebbe scendere del 50%.

Le trasformazioni del commercio

Nel 2024 si contavano in Italia oltre 534mila imprese del commercio al dettaglio di cui 434mila in sede fissa. Facendo il confronto con il 2012 si evidenziano ben 118mila imprese commerciali in meno. Le cause sono attribuibili alla insufficiente crescita dei consumi interni, ai cambiamenti dei comportamenti di spesa dei consumatori, in particolare si sono favoriti gli acquisti online. Le imprese attive su internet o nella vendita per corrispondenza sono aumentate di 16mila unità (più 114%). La contrazione più rilevante si riscontra nel commercio non specializzato, distributori di carburanti -42%, mobili e ferramenta -26,7%, articoli culturali e ricreativi -34%, abbigliamento e calzature -25%.

Le nuove dinamiche commerciali

Dati nazionali osservati in 122 Comuni medio grandi hanno rilevato che molte imprese che chiudono nei centri storici si sono trasferiti in altre zone urbane, ad esempio presso grandi centri commerciali. Si tratta quindi di una riduzione strutturale dell’offerta commerciale di prossimità. Supermercati e discount hanno registrato incrementi consistenti rispettivamente +25,8% e +69,4%. Le vendite di ecommerce sono ora triplicate a un +194%. Tra le attività che nel commercio al dettaglio hanno registrato un incremento positivo (causa l’invecchiamento della popolazione, ndr) vi sono le farmacie (+16,9%) che oltre ai farmaci hanno ampliato l’offerta includendo prodotti per la cura della persona, integratori, cosmetici, articoli per l’infanzia, dispositivi medici, alimenti speciali.

In assenza di nuove politiche di rigenerazione urbana entro il 2035 il numero delle imprese del commercio al dettaglio o in sede fissa potrebbe ridursi del 21%, equivalente a circa 114mila unità in meno. Ciò potrebbe tradursi in problemi, già critici a livello nazionale, con dimensioni gravi per alcuni Comuni. Per esempio per Agrigento, Ancona e Pesaro le proiezione dell’Ufficio Studi di Confcommercio, evidenziano una contrazione superiore al 30% del numero degli esercizi commerciali entro il 2035, con conseguenze pesanti per la tenuta del tessuto economico e sociale.

Regioni più colpite

Recenti analisi di Confcommercio confermano e aggiornano la gravità della situazione: tra il 2012 e il 2024 in Italia sono scomparse più di 140 mila attività commerciali tradizionali, includendo sia negozi in sede fissa sia attività ambulanti. Le imprese del commercio al dettaglio in sede fissa risultano diminuite di circa 118mila unità, mentre quelle ambulanti di oltre 20mila. Inoltre, si stima che nel 2025 gli immobili commerciali attualmente sfitti in Italia siano circa 105 mila, e una parte significativa risulta inutilizzata da più di dodici mesi.

Le proiezioni al 2035 indicano che, senza un intervento organico di rigenerazione urbana e di sostegno al commercio di prossimità, si potrebbe assistere alla scomparsa di ulteriori 114 mila imprese, pari a circa un quinto dell’intera rete commerciale nazionale. In alcune Città medio-grandi il calo stimato potrebbe superare il 30%.

Sul piano territoriale, le Regioni più colpite in valore assoluto sono quelle caratterizzate da una rete commerciale storicamente estesa: Lombardia, Veneto e Piemonte concentrano insieme decine di migliaia di locali attualmente sfitti. In termini percentuali, Regioni più piccole come Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia mostrano tassi di abbandono ancora più elevati rispetto al loro tessuto complessivo.

Non solo economia

La riflessione non riguarda solo la quantità di negozi, ma anche la loro funzione sociale: la chiusura di un esercizio di vicinato implica la perdita di un presidio urbano, un punto di incontro, un riferimento per gli anziani e per chi ha difficoltà di spostamento. Come ricordato dal presidente Sangalli, ogni saracinesca abbassata significa meno sicurezza, meno socialità e meno attrattività per il quartiere che la ospitava.

Per contrastare questa deriva, sono state avanzate diverse proposte:

  • introduzione di patti locali tra Comuni, Stato e associazioni di categoria per favorire il riutilizzo dei negozi sfitti;
  • incentivi fiscali e canoni calmierati per chi apre un’attività in zone periferiche o fragili;
  • tutela e valorizzazione delle botteghe storiche e delle imprese artigiane;
  • pianificazione urbana equilibrata tra attività rivolte ai turisti e servizi destinati ai residenti;
  • politiche dedicate ai borghi e ai piccoli centri, dove la scomparsa di un singolo negozio può compromettere la vita comunitaria.

Le analisi più recenti confermano che la desertificazione commerciale non è più un fenomeno episodico, ma una trasformazione strutturale che rischia di modificare profondamente il volto delle Città italiane nei prossimi anni. Per questo motivo molte amministrazioni stanno elaborando programmi di rivitalizzazione urbana, che includono incentivi economici, recupero degli spazi inutilizzati e iniziative culturali per riportare vitalità nelle strade e nelle piazze.

Contro la desertificazione commerciale si rende necessario e urgente fare scelte politiche pubbliche, capaci di orientare lo sviluppo teso alla vivibilità quotidiana delle Città, valorizzando con incentivi – ad esempio canone ridotto – il commercio di prossimità al fine di evitare il degrado sociale.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Secolo d’Italia, Confcommercio, Ampi – imprese, Tv Qui Modena, Il Bollettino

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