Leone XIV tra Turchia e Libano: un viaggio per la pace e il dialogo

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Papa Leone Turchia Libano

Un pellegrinaggio che racconta incontri, storia, miracoli e gesti di dialogo per ridare speranza al Mediterraneo ferito

Un viaggio tra Oriente ed Europa alla ricerca della speranza di un futuro di pace in un territorio dilaniato da anni di guerra.

La Turchia nei viaggi pontifici

La Turchia ha sempre occupato un posto privilegiato nei viaggi pontifici. Giovanni XXIII non ci si recò da Papa ma da delegato apostolico. Abitò per quasi dieci anni a Istanbul dal 1935 al 1944 e salvò centinaia di bambini ebrei. Alla sua elezione a Pontefice, le autorità turche lo definirono “il primo Papa turco nella storia”.

Paolo VI visitò il Paese nel 1967, al suo quinto viaggio all’estero, e fece dono al Capo dello Stato turco dell’epoca della bandiera presa all’esercito ottomano durante la battaglia di Lepanto del 1571. In quel viaggio vi fu lo storico abbraccio tra Paolo VI e il Patriarca ecumenico di Gerusalemme Atenagora. Giovanni Paolo II si recò in Turchia nel 1979 ed incontrò il Patriarca Dimitrio I, Benedetto XVI nel 2006 e infine Papa Francesco nel 2014, sempre nell’orizzonte dell’ecumenismo e del dialogo con l’Islam.

Il primo viaggio all’estero di Prevost

Leone XIV, al suo primo viaggio all’estero, visita ora la Turchia e il Libano (dal 27 novembre al 2 dicembre), in occasione del 1700º anniversario del Primo Concilio di Nicea. Iznik, anticamente conosciuta con il nome di Nicea, in età ellenistica fu fondata da Lisimaco, che le diede il nome della moglie Nicea, e divenne in età tardoantica un laboratorio dottrinale.

Nel 325 fu convocato qui il primo Concilio che fissò il testo del Credo; nel 787 vi fu un secondo Concilio che pose un argine alla iconoclastia. L’evento del 325 radunò a Iznik – 140 km da Istanbul – circa 300 vescovi, in maggioranza provenienti dalla parte orientale dell’Impero Romano. Si occupò della confessione cristologica comune, con il Credo che professa Gesù Cristo come Figlio di Dioconsustanziale al Padre”, e della questione della data di Pasqua, tutto in prospettiva sinodale.

Il “Credo di Nicea” e l’eresia ariana

Proprio sul “Credo di Nicea” e sulla eresia arianaL’Espresso di questa settimana ha pubblicato una interessante missiva che il filosofo francese Jacques Maritain scrisse a Paolo VI e che è stata tenuta nascosta per molti anni. Ario, nato in Cirenaica (Libia) nel 256 e divenuto nel 319 un influente teologo, aveva diffuso una dottrina – l’Arianesimo – nella quale negava la natura divina di Cristo, sostenendo che Gesù era stato creato dal Padre e fosse a lui subordinato.

Per questa sua idea fu scomunicato da vescovi egiziani e libici nel 321, poi fu riabilitato da potenti vescovi. Il Concilio di Nicea del 325 risolse la disputa negando la dottrina di Ario, che morì l’anno seguente al Concilio, a Costantinopoli. Negli anni seguenti l’arianesimo riprese vita. Vi furono vari Sinodi che ribaltarono il risultato precedente, come quello di Rimini del 359, dove vescovi “niceani”, minacciati di morte, furono costretti a fuggire e si nascosero a 20 km di distanza, in un villaggio di pescatori che essi chiamarono “Cattolica”, nome rimasto oggi alla Città dell’Emilia-Romagna, dove molti dei suoi abitanti ne ignorano l’origine.

La lettera di Maritain e la traduzione del Credo

Papa Leone Turchia LibanoRitornando alla lettera di Maritain, questi avvertiva il Papa che la traduzione del Credo in francese “obbligava i cattolici a pronunciare la stessa tesi ariana e quindi di concezione eretica”. Al posto dell’espressione “della stessa sostanza del Padre” il traduttore ha scelto: “della stessa natura del Padre”, che è esattamente quella recitata dagli ariani, contrapposta alla “della stessa sostanza del Padre” del Concilio di Nicea.

La lettera, rintracciata negli anni ’90, fu definita dirompente, “in quanto il Credo (con quella frase) era ancora usato da milioni di fedeli in Francia e nei Paesi francofoni”. Paolo VI nel 1965 – scrive il giornale – non cambiò la traduzione e divenne consapevole in ritardo dell’errore commesso dal Consilium che presiedeva la riforma liturgica. Sollevò il segretario monsignore che lo presiedeva, spedendolo in Iraq.

Le assenze ecumeniche a Iznik

Nella visita di Leone XIV, davanti alle rovine archeologiche di questo luogo ove nel 325 si tenne il Concilio, mancavano i rappresentanti del Patriarcato di Mosca e i patriarchi grecoortodossi filomoscoviti, fedeli a KirillTeofilo III di Gerusalemme.

In Turchia e Libano il Santo Padre Leone XIV ha tenuto nove discorsicinque saluti e due omelie. Atterrato giovedì 27 novembre ad Ankara, si è trasferito in auto al Mausoleo di Atatürk. Questo contiene le spoglie di Mustafa KemalAtatürk” – “Padre dei Turchi” – e primo presidente della Repubblica.

Costruito tra il 1944 e il 1953, il mausoleo richiama un tempio greco. Rivestito in marmo verde, il soffitto è impreziosito da mosaici in oro. Atatürk è sepolto nel sottostante sotterraneo, in un blocco unico di marmo di 40 tonnellate. Mustafa Kemal nacque nel 1881 a Salonicco ed è morto nel 1938 a Istanbul.

L’incontro con Erdogan

Sempre lo stesso giorno, Leone XIV nel primo pomeriggio si è trasferito in auto al palazzo presidenziale, scortato dalla cavalleria turca fino all’ingresso principale. Accolto dal presidente Erdogan e da numerosi ministri e dignitari, ha parlato, nel suo primo discorso, della “famiglia umana” e ha affermato: «per ognuno di noi la famiglia è stato il primo nucleo della vita sociale. Più che in altri Paesi, la famiglia conserva nella cultura turca una grande importanza, una cultura che apprezza gli affetti e i legami. Nella vita familiare emergono il valore dell’amore coniugale e l’apporto femminile. Le donne in particolare» – prosegue il Papa – «»attraverso lo studio e la partecipazione attiva alla vita professionale, culturale e politica, sempre più si mettono al servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale».

Il Papa ha poi terminato il suo discorso con le parole: «possa la Turchia essere un fattore di stabilità e di avvicinamento tra i popoli, al servizio di una pace giusta e duratura». Tra i vari appuntamenti del Santo Padre merita essere segnalato, in Turchia, quello alla Casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri. Qui sei suore, coadiuvate da personale fisso e volontari, si prendono cura di anziani soli o affetti da Parkinson e Alzheimer. Sono ospitati non solo turchi, ma anche africanirifugiati musulmanicristiani, un signore ebreo e una donna armena.

La visita alla Moschea Blu

Sabato 29 novembre Papa Leone ha visitato la Moschea Blu. Con sei minareti, fu fatta edificare dal sultano Ahmed. Alle pareti e nella cupola vi sono ventunomila piastrelle di ceramica turchese e sembra di stare sotto un cielo stellato. Accanto al Papa il Grande Imam e il muezzin della moschea. Vi è stato poi un incontro con i capi delle Chiese e comunità cristiane presso la chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem. Si è anche incontrato con il patriarca Bartolomeo. Domenica 30 novembre è avvenuto il suo trasferimento in Libano.

Il Libano, terra di Chiese

Il Libano è una terra ricca di storia millenaria; è un Paese ove si percepisce subito la forte presenza cristiana, con decine di santuari e conventi. Qui la Chiesa cattolica conta 24 diocesi, ma esistono anche 13 diocesi e vicariati maroniti e sette diocesi melchite, una diocesi armena, una siriaca, una caldea e un vicariato latino.

Tre cattolici su quattro sono maroniti. La Chiesa Maronita è nata nel 685 a opera dei monaci di San Marone, un anacoreta vissuto sulle rive dell’Oronte. L’Ordine libanese maronita ha dato alla Chiesa universale varie figure di Santi. Tra queste spicca San Charbel Maklouf, canonizzato da Paolo VI nel 1977 e alla cui tomba Papa Leone si reca oggi, lunedì 1º dicembre.

Sciarbel Makhlouf era nato nel 1828 in un villaggio del Libano settentrionale, quinto figlio di una coppia di contadini. Nella primissima infanzia rimase orfano di padre e la madre si risposò con un uomo molto religioso che divenne in seguito diacono. Fu questi che indirizzò Youssef Charbel alla vita ascetica e alla preghiera quotidiana. A 22 anni entrò in noviziato e prese i voti nel 1853. Ordinato sacerdote il 23 luglio 1859, fu inviato al Monastero di Annaya. Qui maturò la volontà di ritirarsi in un eremo e gli fu accordato. Morì in odore di santità nel maggio del 1898.

I segni e i miracoli di Charbel

Testimoni asserirono di aver veduto una luce abbagliante sopra la sua tomba pochi mesi dopo la sua sepoltura. Il suo corpo è rimasto morbido per anni, con una temperatura come da vivo, e avrebbe inspiegabilmente trasudato un liquido rossastro vischioso, che parrebbe sangue misto ad acqua. Lo testimoniano l’apertura della tomba nel 1899, nel 1927 e nel 1950.

La tomba è divenuta meta di migliaia di pellegrini e vi sono stati migliaia di episodi di guarigione. Tra i più eclatanti, quello di una donna che nel 1993, affetta da emiplegia con occlusione della carotide, raccontò di avere sognato il 22 gennaio due monaci maroniti fermi accanto al suo letto. Uno di essi le impose le mani sul collo e la operò chirurgicamente, sollevandola dal dolore; l’altro teneva un cuscino dietro di lei. Quando si svegliò, la donna si accorse di avere due ferite sul collo e constatò di essere guarita. La donna identificò il monaco che l’aveva operata in Maklouf.

Il 2 dicembre, ultimo giorno del viaggio, Papa Leone visita l’OspedaleLa Croix”, quindi si trasferisce al porto di Beirut per la preghiera “silenziosa” sul luogo dove cinque anni fa un’esplosione uccise oltre 200 persone e ne ferì settemila. Infine, alle 10.30, la messa al Beirut Waterfront. Quindi il rientro a Roma nel primo pomeriggio.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Jarida Today, Fox News, Vatican News, The Catholic Leader

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