Saluti, formule e piccoli doni rendevano il Capodanno romano un momento di speranza, pace e legami umani. «Dicamus bona verba» diceva Tibullo agli amici
Nel tempo degli auguri di Buon Anno, dare uno sguardo al mondo romano rivela quanto fosse importante formulare parole beneauguranti nella vita quotidiana.
Nel mondo romano il primo giorno dell’anno si collocava sotto il segno di Giano bifronte, la divinità che con una faccia guardava l’anno precedente e con l’altra quello che iniziava. Un passaggio nel quale si facevano bilanci del passato e previsioni per il futuro, e che si esprimeva in particolar modo attraverso le parole.
Non si trattava solo di formule ornamentali, ma anche di atti linguistici di grande efficacia.
Ave, Vale, Salve: il valore augurale delle parole
Ave era la formula più attestata: non un semplice saluto, ma un vero augurio. Questo saluto rinvia al verbo latino avēre, che in origine esprimeva benessere. Dire Ave significava dire «stai bene» ed era il saluto romano più elevato.
Egualmente importante era la parola Vale, pronunciata al momento di una separazione, da
intendersi come «abbi una buona salute». Quando i romani passavano dinanzi a una stele funeraria, era uso che il passante salutasse il defunto leggendo ad alta voce il nome inciso sull’epigrafe. Pronunciarlo significava rigenerarlo nel presente: il nome tornava a vivere nel momento in cui veniva pronunciato. La parola Vale diventava così uno scambio simbolico tra vivi e morti.
Salve, ovvero «stai bene di salute», era dunque una relazione elementare per augurare buon auspicio. Espressioni come «ad maiora» e «ad multos annos» conservano ancora oggi la funzione augurale del latino.
Gli auguri di Tibullo
L’espressione ricordata da Tibullo «Dicamus bona verba, venit Natalis ad aras» – «Diciamo parole di buon augurio, il Natalis si avvicina agli altari» – è una comunicazione esplicitamente beneaugurante. Il Natalis latino non ha nulla a che vedere con il Natale cristiano, ma era una ricorrenza pagana connessa ai Saturnalia, sui quali in seguito si è innestata la tradizione cristiana.
La Pax come augurio supremo
L’augurio più alto era la Pax. La Pax Romana, intesa come benefica e luminosa. Cicerone ne scriveva «nomen pacis dulce est», e Silio Italico la definiva «optima rerum», cioè la cosa più bella di tutte. Non si trattava di un innocente auspicio, ma di un principio con forti connotazioni politiche e morali. La pace era l’augurio più importante perché considerata risultato della giustizia, affidata alla responsabilità del potere. Nelle epigrafi imperiali troviamo spesso l’augurio del bonum legato all’Imperatore, quale garante della pace.
Un’altra formula augurale molto diffusa era «quod bonum felix faustum sit», nella quale è evidente l’idea che il bene debba essere felice, fecondo e propizio. Per i romani il bene si realizzava solo se la fortuna lo consentiva. Anche le lucerne di uso quotidiano erano beneauguranti: su di esse veniva spesso incisa la frase «Annum novum faustum felicem tibi».
I rituali per il nuovo anno
Durante i Saturnalia, lo scambio dei doni era una prassi consolidata. Marziale descrive
nei suoi libri che nelle feste conviviali di inizio anno ci si scambiava piccoli doni, spesso modesti: cibo, due cavoli, generi alimentari, oggetti di legno di uso quotidiano. Vi erano però anche oggetti di grande valore culturale, riservati a pochi, come due stili – ovvero due penne – o libri, che presupponevano un capitale culturale significativo. Il termine strenna affonda le sue radici nel latino e indicava proprio queste piccole offerte augurali.
Un biglietto di Buon Anno di 1900 anni fa
Un gruppo di archeologi del Parco di Vindolanda, nella Britannia settentrionale, ha scoperto alcuni anni fa un frammento di messaggio augurale inciso su tavoletta, risalente tra il 97 d.C. e il 105. Fu inviato da Hostilius Flavianus a Flavius Cerialis, comandante della IX coorte dei Batavi, di stanza a Vindolanda.
Il mittente, Hostilius Flavianus, era probabilmente un funzionario di rango equestre, inserito nell’amministrazione militare della Britannia settentrionale. Il destinatario, Flavius Cerialis, era certamente un cittadino romano e ricopriva il ruolo di praefectus cohortis, comandante della IX coorte dei Batavi. Questi, secondo quanto riportato da Tacito, erano una tribù germanica residente nella Regione corrispondente agli attuali Paesi Bassi, nell’area del delta del Reno. Alleati dei Romani, ottennero l’esenzione dal pagamento dei tributi e si misero al loro servizio nelle zone più fredde della Britannia, distinguendosi per la loro abilità nel combattimento a cavallo.
L’augurio di Hostilius a Flavius Cerialis era: «Un fortunato e felice anno nuovo». Non sappiamo se fosse accompagnato da un dono. Vindolanda, il luogo da cui proviene questo augurio, si trova nel Northumberland, a breve distanza dal futuro tracciato del Vallo di Adriano. Era un avamposto strategico, freddo e nebbioso, costruito in legno, con il compito di sorvegliare la Stanegate, una strada che collegava il Tyne al Solway Firth. Nel periodo in cui Hostilius Flavianus scriveva a Flavius Cerialis, il Capodanno romano cadeva già il 1° gennaio.
Quel breve augurio «felix et faustus annus novus», inciso su una tavoletta di legno, non
racconta battaglie, ma parla di uomini che, lontani da Roma, continuavano a riconoscersi nei gesti condivisi della cultura romana. Un biglietto di auguri scritto in un forte di frontiera che, attraverso i secoli, è giunto fino a noi e ci restituisce l’Impero nella sua dimensione umana, fatta di relazioni, pace e speranze che, purtroppo, oggi sembrano più difficili da ritrovare.
Giancarlo Cocco
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