Crisi in Iran: geopolitica nella Regione e scenari futuri

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crisi in Iran

Si intreccia con gli equilibri del Medio Oriente la crisi in Iran: interessi di Usa e Israele, pressioni esterne e rischio escalation

La crisi in Iran sta rapidamente superando la dimensione interna, con repressioni politiche e un controllo totale del sistema digitale tramite blackout selezionati. A due settimane dalle insurrezioni contro il regime degli Ayatollah, il bilancio attuale delle Ong è di oltre 648 morti, ma alcune fonti indipendenti stimano che i morti siano 6.000. Le sanguinose rivolte si consolidano come uno dei principali fattori di instabilità nella Regione che si traduce in un importante elemento di riequilibrio geopolitico per l’intero Medio Oriente.

A differenza delle precedenti ondate di protesta, l’attuale instabilità si inserisce in un contesto regionale profondamente segnato da conflitti latenti, competizioni strategiche fra potenze, e dalla progressiva erosione delle architetture di sicurezza costruite negli ultimi decenni.

In questo scenario, l’Iran non è soltanto un Paese attraversato da tensioni sociali, ma un attore cardine di un quadro regionale fragile, la cui destabilizzazione produce effetti a catena ben oltre i suoi confini nazionali.

Iran come perno geopolitico regionale

Dal punto di vista geopolitico, l’Iran occupa una posizione strutturalmente centrale nell’area. La sua collocazione tra Asia centrale, Caucaso, Golfo Persico e Levante lo rende un nodo strategico per le rotte energetiche, commerciali e militari.

Il sistema di alleanze e influenze ha consentito alla Repubblica islamica di proiettare il proprio potere oltre i suoi confini, tessendo una rete di influenze che include attori statali e non statali, dalle alleanze strategiche e commerciali come Russia e Cina, al supporto logisticomilitare alle milizie in Libano, Siria, Iraq e Yemen.

L’indebolimento di questo sistema architettonico causato dall’interno riduce la capacità iraniana di sostenere simultaneamente il controllo interno e la sua diretta proiezione esterna. Questo squilibrio consente a influenze rivali di attuare manovre interventiste – dirette o indirette – volte a rendere l’Iran più vulnerabile a pressioni esterne, anche senza la necessità di un intervento militare.

Gli Stati Uniti e la strategia del contenimento controllato

Gli Usa osservano la crisi persiana con un approccio pragmatico e di multilivello. Il presidente Trump ha ribadito diverse volte di poter intervenire con la forza qualora ci fossero morti nelle proteste, dichiarando che «gli Usa sono pronti ad aiutare!».

Tuttavia, Washington non appare particolarmente interessata a uno scenario di collasso totale del sistema iraniano – alternando le dichiarazioni con aperture negoziali ad avvertimenti severi – consapevole che un intervento militare potrebbe produrre conseguenze imprevedibili nell’intera Regione, impattando le rotte energetiche globali e mandando l’intero sistema economico in crisi.

L’obiettivo strategico statunitense sembra piuttosto orientato verso un’erosione progressiva della capacità iraniana di agire come potenza regionale; riflettendosi nel supporto strategico agli agenti del Mossad nelle uccisioni mirate dei generali iraniani, nelle imposizioni di forti dazi doganali che hanno messo l’economia del Paese in ginocchio, oltre all’incessante pressione diplomatica e politica sul dossier nucleare e alla riduzione della libertà d’azione di Teheran attraverso strumenti non convenzionali.

In questo frangente, la crisi iraniana è letta come un evento provocato da fattori di repressione interna e dall’indebolimento del sistema causato da interventi esterni. Questo permette agli Usa di salvaguardare i costi politici e militari di un intervento diretto, potenzialmente destabilizzante anche per gli alleati regionali.

Israele e la dimensione esistenziale della minaccia iraniana

Per Israele, la crisi iraniana assume una valenza radicalmente opportunistica. L’Iran rappresenta una minaccia esistenziale di lungo periodo, sia per il programma nucleare sia per la rete di alleanze militari che la circondano lungo i suoi confini settentrionali e meridionali.

L’indebolimento di Teheran rappresenta un’opportunità strategica volta a ridurre la capacità iraniana di sostenere le milizie di Hezbollah, Hamas e gli Houthi. L’aperto sostegno di Tel Aviv alle aspirazioni del popolo iraniano, confermate dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale afferma che «se il regime cadrà torneremo partner con l’Iran», si inserisce in una strategia di pressione indiretta, volta a deligittimare il regime sul piano internazionale e a rafforzare l’isolamento politico di Teheran.

Segnali di escalation dalla Russia

La Russia, alleata strategica dell’Iran, mostra una posizione salvaguardista e di allerta. La decisione di evacuare cittadini russi nell’arco di 24 ore da Tel Aviv attraverso voli speciali è stata interpretata come un segnale di forte preoccupazione per un possibile deterioramento della sicurezza regionale.

Questo atto indica che la Russia legge la crisi iraniana e il sostegno israeliano alle proteste in grado di innescare un confronto indiretto tra Iran e Israele, con conseguenze difficilmente controllabili.

Mosca appare dunque come un osservatore attento orientato a ridurre la propria esposizione diretta, pur mantenendo un ruolo di possibile mediatore informale.

Scenari geopolitici nel medio periodo

Nel medio termine, la crisi in Iran sembra destinata a riprodurre uno scenario che si è visto replicare in altri Paesi nella Regione, producendo un riassestamento degli equilibri regionali. Lo scenario più probabile è quello di una guerra civile causata da un golpe di Stato dei Pasdaran. Tesi sostenuta dall’analista Litvak, direttore del Dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa dell’Università di Tel Aviv: «C’è la possibilità di un colpo di Stato militare organizzato dalle Guardie rivoluzionarie».

Nel frattempo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi convoca gli ambasciatori del Regno Unito, della Francia, della Germania e dell’Italia, ammonendoli per il sostegno dei loro Paesi alle proteste e sottolineando la gravità di questo gesto, sottoponendo minacce e dichiarandosi «completamente preparati a una guerra, ancora più preparati di prima della guerra precedente».

Mentre sull’altra linea si apre un canale di dialogo con gli Usa, con un annuncio del ministro degli Esteri dopo che il presidente Donald Trump ha confermato che l’Iran «ha chiamato per negoziare».

In questo contesto, fatto di fragilità geopolitica, tensioni diplomatiche e preoccupazioni per gli sviluppi della crisi in Iran, Usa, Israele e Russia continuano a calibrare le proprie strategie per evitare un conflitto diretto, senza rinunciare ai rispettivi interessi nella Regione.

 

Ammir ElMehrat
Foto © NPR, The Iranian Primer, Dawn, Press Dinamo

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