Scoprire Miklós Szentkuthy, scrittore ungherese votato all’estetica del frammento e al culto dell’aneddoto
Instabilità palustre del pensiero. Miklós Szentkuthy si cela nelle derive più ardite della scrittura, nei ruoli sfumati ed evanescenti. Il suo A proposito di Casanova (tr. di Laura Sgarioto, Biblioteca Adelphi, pp. 249) è una caleidoscopica mascherata ambientata in gran parte a Venezia, con alcune digressioni romane.
Un libro mattutino, aurorale, nostalgico e segreto. Affascinerà in particolare coloro i quali amano perdersi nelle metamorfosi della storia e del costume, o chi si diletta a rovistare nei recessi più nascosti della civiltà occidentale come in un baule colmo dei più improbabili mascheramenti. Così le memorie dell’avventuriero sono lo spunto, lo stimolo iniziale per una narrazione torrenziale e talmente rigogliosa da sommergere il lettore, fecondandolo con innumerevoli idee e suggestioni.
Dualità di Casanova
Figlio di attori, Casanova è un istrione che accetta “la dualità irriducibile della vita”. Ragione e assurdità si mescolano nell’uomo, generando una incomprensibile alchimia. Tragedia e commedia convivono nella ridda di peregrinazioni dalle quali scaturisce il gioco amoroso, desiderio e ascetismo si alternano acuendo l’attesa del piacere. Suggestioni autunnali mostrano l’appassimento dopo la maturazione, l’eclissarsi della giovinezza e il manifestarsi della senilità. “Uscivo in maschera”, dice il libertino, accettando le contraddizioni della civiltà nella quale deve agire.
Tutto è finzione e apparenza; e quale palcoscenico è più adatto a tali carnascialesche esibizioni se non quello di Venezia? “La realtà del Settecento è la realtà della maschera”, è l’eleganza della porcellana e la finzione della figurina rococò, è il palcoscenico astratto dell’opera. La vita stessa diviene sopportabile unicamente indossando una maschera.
Un mondo acquatico nel quale i palazzi tremano come nelle tele del Guardi di fronte al loro riflesso, un paesaggio fatto di specchi che moltiplicano l’essenza ludica e l’ambiguità di queste pagine. Tessuto urbano misterioso appunto perché indistinto e cangiante, la Venezia di Szentkuthy non è morbosamente decadente come quella di Thomas Mann, ma è luogo ideale per le scorribande amorose del libertino.
Stanze e letti enormi rischiarati dal fioco tremolo delle candele, foreste di cera moltiplicate enigmaticamente in una pletora di specchi, carrozze come alcove semoventi, luoghi nei quali è possibile la poligamia priva di gelosia. C’è stata un’epoca casanoviana nella quale la felicità coincideva con la concretezza dei corpi, ma ormai è estinta. Non possiamo fare altro che rimpiangerla.
Il filosofo e il libertino
Non è una forzatura quella di vedere nel libertino un filosofo. “Casanova non è avventura, ma pensiero”, sublime carattere intellettuale. Il seduttore può intrattenersi in una conversazione di alto profilo con la fanciulla che sta per condurre nel proprio letto, esaltando in tal modo il piacere. La distinzione fra vita e pensiero scompare. L’incessante lavorio della mente aspira alla felicità, che è sinonimo di libertà, rifiuto delle convenzioni e superamento dei pregiudizi. In quest’ottica l’amore assume fattezze estremamente concrete, al di là di qualsiasi trasfigurazione poetica.
L’amore è secolarità, esperienza diretta senza deviazioni. Nel suo mondo dominano la menzogna e l’oggetto. Per questo il libro è tutto un frusciare di trine, un balenare di lampade nella notte, un saltare di balcone in balcone in scenari screziati dal bagliore lattiginoso della luna.
Anche i simposi che precedono il sesso eludono qualsiasi intenzione teatrale ma sono il necessario preludio all’incontro di amorosi sensi. Come nel mozartiano Don Giovanni il banchetto anticipa il godimento fisico, solo che nel caso del salisburghese l’estremo pasto del suo libertino precede il castigo e l’abisso infernale.
Numerose tangenze con l’arte di Mozart percorrono il libro, variazioni e allusioni musicali ne costruiscono l’architettura. Il Settecento è secolo musicale per eccellenza. Casanova stesso suona il violino in quanto il meraviglioso repertorio tardobarocco, in bilico fra l’aristocratico e il volgare, fra l’esuberanza italiana e la seriosità germanica, “è l’espressione più affine alla sua vita”. A ben guardare, l’intero libro è un contrappunto del pensiero, una costruzione sonora in forma Sonata da eseguirsi nella mente del lettore, una serie di argute variazioni su un tema in perenne metamorfosi. La conclusione è una stretta, una coda vertiginosa sul carattere disperante dell’amore che porta in scena il poeta seicentesco Andrew Marvell, vero antagonista dell’essenza casanoviana.
Secondo Casanova l’amore, in sostanza, è l’unione fra istinto e curiosità relativa ai vari tipi femminili. Siamo distanti dall’immagine, totalmente musicale, che Kierkegaard offre di Don Giovanni; una forza della natura più che un individuo, un principio demoniaco inarrestabile. L’insoddisfazione costante lo muove. La ripetizione infinita è la sua condanna. In Don Giovanni assistiamo alla sospensione del tempo. Ogni nuova conquista non è altro che reiterazione. Casanova, invece, in ogni donna scopre una realtà più grande che lo avvicina alla realtà della natura. Per questo la sua mente non è esente da nostalgiche riflessioni. L’infanzia perduta echeggia nel suono di un flauto, magico come quello di Mozart, capace di evocare gli “sbiaditi lirismi dell’infanzia”. E poco importa se le Memorie di Casanova siano solo “l’invenzione retrospettiva di un vecchio stanco che mente sulla propria giovinezza”.
Miklós Szentkuthy
Che uomo straordinario doveva essere Szentkuthy, gigantesco nelle proporzioni corporee quanto nelle distese praterie del pensiero. Che interessante e imprevedibile conversatore doveva essere, a giudicare dall’arguzia e dalla fantasia inesauribile di questo volume. Della sua enorme e metamorfica produzione poco conosciamo.
Nato in Ungheria, dovette fare i conti con la censura della società socialista, proprio lui, il cui pensiero non tollerava limiti o costrizioni. Amava giocare con i generi, trasponendo in letteratura le vite di eccellenti musicisti, quali Mozart o Haydn, di pittori e architetti come Dürer o Brunelleschi.
L’estetica del frammento delinea le sue coordinate stilistiche, il dettaglio effimero è il vero artefice del destino, un gusto che alcuni hanno voluto accostare a quello di Borges. Comunque sia, Szentkuthy è scrittore dalle peculiarità inconfondibili. La sua arte si trova in bilico fra l’aneddoto e la descrizione, fra l’aforisma e la letteratura nel senso più ampio del termine.
L’epifania è nel raggruppamento sempre nuovo ed eterogeneo, nella creazione di casuali costellazioni. Da qui il carattere diaristico della sua opera. Nelle sue pagine ci si perde come in un labirinto barocco pensato da un capriccioso gentiluomo. Per questo salutiamo con entusiasmo questa traduzione, che auspichiamo preluda a una diffusione e a una comprensione più ampia della sua opera.
Riccardo Cenci
Foto © László Csigó da wikipedia













