Quinto giorno di raid, minacce sullo Stretto di Hormuz e timori per una guerra regionale prolungata con effetti su sicurezza e mercati energetici
È entrato nel quinto giorno l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, mentre Teheran risponde colpendo obiettivi legati agli interessi americani nel Golfo e moltiplicando le minacce di ritorsione economica e militare. Il conflitto, iniziato sabato 28 febbraio 2026 con raid coordinati su obiettivi iraniani, sta rapidamente assumendo i contorni di una crisi regionale ad alto rischio.
Dichiarazioni di Trump
Il presidente Usa Donald Trump ha escluso categoricamente la possibilità di sedersi allo stesso tavolo con la nuova leadership iraniana, ribadendo una linea di fermezza nel pieno dell’escalation tra Israele e Iran sostenuta da Washington.
In un post pubblicato sulla piattaforma Truth Social, Trump ha scritto che la difesa aerea iraniana, l’Aeronautica, la Marina e la loro leadership “sono andate perse“, aggiungendo che da Teheran sarebbe arrivata la richiesta di aprire un dialogo. “Vogliono che parliamo. Ho detto: Troppo tardi!“, ha affermato il presidente, escludendo quindi qualsiasi negoziato in questa fase.
In un precedente intervento sulla stessa piattaforma, il capo della Casa Bianca aveva posto l’accento sulle capacità militari statunitensi, sostenendo che le scorte di munizioni a medio e lungo raggio non sono mai state “più alte o migliori“. Secondo quanto riferito da Trump, un aggiornamento ricevuto gli avrebbe confermato che gli Usa dispongono di una “scorta quasi illimitata” di questo tipo di armamenti.
“Le guerre possono essere combattute per sempre e con grande successo usando solo queste scorte“, ha scritto, pur precisando che per quanto riguarda i sistemi d’arma di “classe superiore” gli Usa ne possiedono “una buona quantità, ma non al livello che vorrebbero“. Il messaggio si è chiuso con un’affermazione netta: “Gli Stati Uniti sono equipaggiati e pronti a VINCERE!“.
Tensione regionale e ruolo di Israele
Le dichiarazioni arrivano in un momento di altissima tensione in Medio Oriente, mentre il conflitto tra Israele e Iran continua a intensificarsi con il sostegno diretto di Washington a Gerusalemme. Solo 2 giorni fa, Trump aveva annunciato che gli attacchi americani contro l’Iran sarebbero proseguiti “a piena forza” fino al raggiungimento di tutti gli obiettivi prefissati. Successivamente aveva aggiunto di essere pronto a prolungare le operazioni “molto più a lungo” rispetto alle stime iniziali di quattro o cinque settimane.
Dal canto suo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di ridimensionare i timori di un conflitto prolungato, dichiarando ai media statunitensi che “non avremo una guerra senza fine” e che le operazioni militari saranno “rapide e decisive“.
Gli sviluppi si inseriscono in un quadro di crescente preoccupazione internazionale per il rischio di un conflitto esteso e duraturo nella Regione. Le parole di Trump, con il rifiuto di qualsiasi dialogo immediato e il richiamo alla capacità di sostenere operazioni militari prolungate, contribuiscono ad alimentare un clima già fortemente teso.
Intervista di Netanyahu
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica internazionale, dichiarando a Fox News che l’operazione non si trasformerà in una «guerra senza fine». Intervistato dal conduttore Sean Hannity, ha definito l’offensiva «un’azione rapida e decisa» destinata ad aprire «una porta alla pace».
«Potrebbe volerci un po’ di tempo, ma non anni», ha precisato, sottolineando che l’obiettivo è creare le condizioni affinché «il popolo iraniano possa prendere in mano il proprio destino e formare un Governo democraticamente eletto».
Operazioni militari e obiettivi colpiti
Sul fronte militare, Israele avrebbe colpito un obiettivo altamente simbolico: un complesso edilizio a Qom appartenente all’Assemblea degli esperti, l’organo del regime responsabile dell’elezione della Guida Suprema. Secondo una fonte israeliana citata dalla CNN, l’attacco sarebbe avvenuto mentre i membri dell’organismo erano riuniti per votare il successore dell’attuale leader. I media statali iraniani hanno riferito che l’edificio era stato evacuato prima del raid.
Da Washington, Trump ha difeso la scelta di intervenire militarmente. Rispondendo alle domande dei giornalisti nello Studio Ovale, ha sostenuto che l’Iran «avrebbe attaccato per primo. Abbiamo avuto negoziati con queste persone pazze», ha affermato, aggiungendo di aver avuto «una forte convinzione» che Teheran stesse per colpire. «Non volevo che succedesse». Alla domanda se fosse stato Israele a convincerlo, Trump ha replicato: «No, potrei averli costretti ad agire».
Il presidente americano ha inoltre accusato l’Iran di aver già colpito «Paesi che non avevano nulla a che fare con ciò che sta accadendo», definendo tali azioni la prova «del livello di male con cui abbiamo a che fare». Secondo Trump, Teheran «colpisce solo spazi politici, hotel e palazzi». Tuttavia, ha anche ammesso che lo scenario peggiore sarebbe rovesciare il potere a Teheran per ritrovarsi con «qualcuno pessimo come il precedente».
Minacce iraniane ed energia
Intanto l’Iran alza ulteriormente i toni. Le Guardie Rivoluzionarie, attraverso il
generale Ebrahim Jabari, hanno dichiarato di essere pronte a colpire «punti critici di attività economica» in tutto il Medio Oriente se gli attacchi non cesseranno. Jabari ha evocato anche lo spettro di uno shock energetico globale, affermando che il prezzo del petrolio potrebbe salire fino a 200 dollari al barile. «Abbiamo chiuso lo Stretto di Hormuz», avrebbe dichiarato secondo l’agenzia ISNA, sostenendo che il greggio, già sopra gli 80 dollari, potrebbe impennarsi rapidamente.
Sul piano diplomatico, Teheran ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire per fermare la guerra. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Ismail Baghay, ha dichiarato che l’organismo «può agire, se vuole», e che «non c’è ostacolo alla sua azione se non la volontà politica». Parallelamente, le Guardie Rivoluzionarie hanno lanciato un monito ancora più duro: «Le porte dell’inferno si apriranno ai nemici dell’Iran», ha avvertito Ali Mohammad Naini alla televisione di Stato, parlando di «attacchi punitivi sostenuti» contro Usa e Israele.
Tensione nel Golfo e risposta britannica
Nel Golfo, cresce la tensione. L’Iran ha negato di aver lanciato attacchi contro l’Oman, definendo il sultanato “amico e vicino“. Lo Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane ha respinto le notizie su operazioni militari sul territorio omanita. Tuttavia, l’agenzia di stampa dell’Oman ha riferito che due droni sono stati intercettati nel governatorato meridionale di Dhofar e un terzo si è schiantato nei pressi del porto di Salalah.
Anche il Regno Unito si muove per rafforzare la sicurezza nell’area. Il primo ministro Keir Starmer ha annunciato l’invio del cacciatorpediniere HMS Dragon nel Mediterraneo orientale e il dispiegamento di elicotteri con capacità anti–droni presso la base britannica di Cipro. Londra, ha dichiarato Starmer, è «pienamente impegnata nella sicurezza di Cipro e del personale militare britannico che si trova lì».
Fronte nord e rischio escalation
Sul fronte nord di Israele, le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno emesso un avviso di evacuazione per un edificio nella Città costiera libanese di Sidone, in vista di un attacco contro le infrastrutture di Hezbollah. Il portavoce militare ha invitato i residenti a mantenere una distanza di almeno 300 metri. Poco dopo, immagini trasmesse da Al Jazeera hanno mostrato quella che sembrerebbe un’esplosione nell’area indicata.
Il conflitto appare dunque in piena espansione, con implicazioni militari, economiche e diplomatiche che travalicano i confini iraniani e israeliani. Mentre Washington e Gerusalemme parlano di operazione mirata e limitata nel tempo, Teheran risponde con minacce globali e richiami alla comunità internazionale. L’ombra di un’escalation più ampia, capace di coinvolgere l’intero Medio Oriente e di scuotere i mercati energetici mondiali, resta concreta.
George Labrinopoulos
Foto © Zamin.uz, RSI, ISNA News Agency, Anadolu













